*
  
*
*
*
Login 
  lunedì 6 settembre 2010 Fabiano Alborghetti - Riabilitato come uomo Registrazione 
   Riduci

camminamenti

 

Fabiano Alborghetti

 

RIABILITATO COME UOMO

Il laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa al carcere di Opera

 

 

I – o si guarda o si vive

 

Pratozanino 091.jpgQuando si viaggia in treno, incrociando un treno che corre in verso contrario, quello che viene percepito guardando dal finestrino è una frazione di presenza di qualcun altro che ci si palesa nell’infinitesimale correre parallelo reciproco, terminato il quale ognuno resterà con sé stesso, i passeggeri del proprio scompartimento e la direzione verso la quale stà viaggiando.

Per capire la vita dell’altro treno, bisognerebbe esserci. Visto cosi, en-passant, è un treno e basta, nulla più di un dato.

Lo stesso mio ragionamento lo ha fatto Valerio Onida,  presidente della Corte Costituzionale, in uno scritto in cui rifletteva sul peso rappresentato dall’essere in qualcosa ma parlando della vita in carcere: «per valutare un sistema penitenziario ci sono due strade. Una è quella del legislatore che guarda dall’alto attraverso lo studio e l’applicazione del corpo normativo. L’altra, invece, comporta un esperienza dal basso,  dal dentro: il carcere reale si capisce solo dalla parte sbagliata delle sbarre».

O dall’esterno o dall’interno.

 

II – ascoltare, parlare

 

Dall’interno l’ho vissuto – seppure brevemente – quando sono stato invitato in seno al Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa tenuto da Silvana Ceruti al carcere di Opera, iniziativa che Silvana porta avanti come volontaria da dodici anni ogni sabato mattina (e con il lungimirante placet dell’amministrazione carceraria).

Per l’anno 2006 e parte del 2007, gli si sono affiancate Diana Battaggia e Maddalena Capalbi cosi come l’Editore LietoColle portando – secondo quanto perseguito da Silvana anche negli anni passati – voci “esterne” che interagissero coi corsisti (chi frequenta il Laboratorio non è chiamato né detenuto, né allievo). Un giorno di Marzo -  il mese della primavera -  ho passato le mura di un carcere per la prima volta.

 

Di esclusione potevo anche avere una qualche preparazione, pensavo: per tre anni avevo infatti vissuto coi Clandestini e su quella specificità era preparato, avendo vissuto di persona.  

Attraversando i cortili interni del carcere per arrivare all’aula ecco però un caleidoscopio di dubbi, domande: da un lato la curiosa morbosità di trovarmi faccia a faccia con chi ha commesso un crimine e non una sola persona, ma tante; dall’altra l’apprensione verso il linguaggio: che linguaggio si usa con chi è detenuto? E ci sono parole fuori luogo o riferimenti che possono essere sgraditi? Infine: in una situazione pubblica, in questo mio caso il tenere una conferenza, è possibile rivolgere il proprio dire verso uno stato di attenzione comunitario ma protetto da una barriera dove io sono aldilà, al sicuro. Il mio lavoro è di norma rompere quella barriera per cercare di entrare ma è anche vero che posso ritrarmi, rientrare nel guscio se nervi scoperti vengono sollecitati. E qui invece?

 

III – si insegna o si impara?

 

Entrato nell’aula, sono rimasto in piedi aspettando che arrivassero i corsisti, in piedi ed in imbarazzo perché non sapevo come comportarmi. Poi sono arrivati tutti, abbiamo preso posto al grande tavolo al centro della stanza e sono stato presentato cosi come mi sono stati presentati i corsisti, un nome dopo l’altro senza altro dettaglio.

E sono arrivati gli occhi, tutti quegli occhi incassati dentro una moltitudine di domande. Tutto è saltato: si è verificato un cortocircuito dove tutte le domande (o dubbi) elevati a protezione si sono frantumati; questo sarebbe stato un’incontro alla pari, nessuno sarebbe stato al sicuro dietro una barriera, nessuno avrebbe prevalso. Ognuno sarebbe stato in gioco con piena onestà e in prima linea, mettendo da parte  loro il maternage dato dall’istituzione e superando - io individuo - il meccanicismo dell’esecuzione del compito di ruolo. Assieme, formavamo, in quell’esatto momento, una micro-comunità sganciata dalla consuete regole, una “anomia” come parte di un  processo d’autonomia ritrovata. Riprendendo quanto detto da George Pòr, noi si stava incarnando quella capacità superiore di risolvere problemi, di pensiero e di integrazione attraverso la collaborazione e l'innovazione applicando inoltre quanto teorizzato da Danilo Dolci trattando la sua nuova maieutica (che Silvana Ceruti applica nel proprio Laboratorio da anni e in maniera del tutto inconsapevole): una ricerca ed un apprendimento che non ha al suo centro un corpo di verità pre-stabilite, trasmesse dalla cattedra o attinte dal manuale – cui adeguarsi. Al centro dell’attività maieutica vi è un problema, che viene posto a tutti i presenti e su cui ciascuno è invitato a riflettere e a comunicare agli altri le sue riflessioni.

 

IV – salire sul treno

 

I corsisti – mi renderò conto durante l’incontro -  non solo valicano un confine dato dal riassumere ed usare la propria lingua per la comunicazione scritta, superando quindi il confine dell’oralità, ma quel confine ancora più grande che è l’avere una doppia assenza: quella dal mondo (sono rinchiusi) e quello della comunicazione dove per comunicazione non si intenda solo l’espressione di domanda/risposta che vige nell’ambiente sociale in cui vivono.

Questa mancanza di comunicazione suppongo possa arrivare ad una patologia di non comunicazione o – peggio – ad una comunicazione costretta per difesa: chi si “assenta” dalla propria lingua, congiunge con uno stato d’innocenza verso terzi, mettendosi in pari, trovando quindi un equilibrio dove necessariamente la propria voce interiore va soffocata, va disertata, spesso va tradita “per quieto vivere”. Per mezzo di questa mutilazione, si indeboliscono per rafforzarsi e facendolo, appartengono finalmente alla comunità, alla tribù sociale del carcere ed al vicino di branda..

Il compito riuscito a Silvana nel Laboratorio è stato prima di tutto ritrovare il senso originario della lingua rendendo al corsista la propria condizione di uomo, rinsaldando quindi quella frattura nello spirito e suturando il vassallaggio al silenzio. Il silenzio sottintende un segreto ed il segreto – in questo caso – è non manifestare appieno sé stessi.

Passo successivo è stato decidere di fare incontrare ai corsisti persone che portano la propria esperienza (di vita e di scrittura) dall’esterno all’interno, mettendo però in relazione le due opposizioni, rendendole parallele e non conflittuali. Nessun merito assoluto, quindi, per chi proviene dall’esterno, nessuna sacralizzazione, bensì un apporto reciproco, uno scambio. Ecco allora che le due lingue e i due modi di usare la poesia s’incontrano: l’autore esterno è una parte del processo di comunicazione tanto quanto lo sono coloro che frequentano il Laboratorio. Ognuno, al termine dell’incontro,  ne esce arricchito e lo scrivo sapendo come questa frase suoni trita quanto incomprensibile fuori dall’esperienza personale del non avere provato. Bisogna, insomma, salire sul treno.

 

V – monodie

 

L’armonia non è immediatamente percepibile, specie se il metro sono valori strettamente orizzontali o verticali. Ancora: l’armonia non si percepisce solo dall’esterno ma deve dapprima essere compresa all’interno. Il problema, come detto, è quando i due stati si separano, quando uno sviluppa a spese dell’altro. Il lavoro fatto al Laboratorio - poi -  non è un meccanismo che produce uno spettacolo (quindi non c’è spettatore né attore), cosi come non è una macchina umana per creare effetti sostenuta dall’efficacia dei testi prodotti.

E’ una dimensione che può essere articolata solo in forma parziale, codificando il proprio apprendimento e inserendosi nell’emotività del soggetto non rapinandola, ma facendola propria: è per questo che oltre al soggetto, bisogna anche accogliere la sua dimensione culturale e sociale, che è solo apparentemente visibile per l’ambiente in cui si è ospitati (il carcere).

L’onestà nel rapporto deve però essere duplice e reciproca. Da parte nostra prevede il dismettere quanto non ammettiamo, quanto si nasconde pericolosamente: il pregiudizio, l’intrigante curiosità, la morbosità. Da parte loro deve invece giocare l’accoglienza della nostra presenza non come assistenza sociale bensì come rapporto uomo-uomo.

 

Solo in questo caso avviene davvero lo scambio, non solamente per come avviene l’andamento degli incontri il sabato al Laboratorio, ma anche in occasioni più “aperte” come è stata la sede di una larga presentazione dei lavori editi dei corsisti, alla Mondatori di Milano dove, oltre alla presenza delle istituzioni che nel progetto hanno creduto, c’era il pubblico che al lavoro fatto dai corsisti, hanno tributato un riconoscimento possente.

 

Come direbbe André Breton , sarà grazie a  «queste meravigliose monodie, miracolo giunto dalle età più remote, alla stessa stregua del canto della fenice, che consuma tutti gli ardori e stana l’aurora da un cespuglio di lacrime… »  che uno dei corsisti[1] poco prima di leggere le proprie poesie, dirà all’intera platea di sentirsi - ora e finalmente – riabilitato come uomo.

 



[1] Vladimiro Cislaghi


* Foto di Giusy Calia


 Stampa   
   Riduci
Contatori visite gratuiti

 Stampa   
 Copyright (c) 2000-2006 DotNetNuke  Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy