Una nuova realtà nel mondo della comunicazione scritta: il giornalismo partecipativo
di Nicola Amato
Sono davvero tanti, al giorno d’oggi, coloro che si dedicano all’arte dello scrivere ed al giornalismo, soprattutto a seguito della straordinaria evoluzione delle tecnologie che hanno dato impulso e vitalità al continuo pullulare di blog e diari online. Per giungere però a quest’elevato grado comunicativo, siamo stati costretti a passare inevitabilmente attraverso un tunnel buio, dove la comunicazione scritta era per soli pochi “eletti” e, soprattutto, era di tipo rigorosamente uni-direzionale, ovvero, un autore scriveva e i lettori leggevano, null’altro, nessuna possibilità di interazione, replica o feedback. Mi riferisco alla stampa e alla sua evoluzione storica, durante la quale ha dovuto superare molte traversie per poter diventare un atto comunicativo completo e disponibile per tutti, senza distinzione di casta o di background culturale.
A tal proposito, alcuni cenni sulla nascita della stampa e su come si sia evoluta può essere illuminante.
Possiamo far risalire la nascita dell’industria dei media alla seconda metà del Quindicesimo secolo. In quegli anni, le tecniche di stampa originariamente sviluppate da Gutenberg si diffusero rapidamente nei centri urbani di tutta Europa e, ad esse correlate, anche lo sviluppo delle tipografie.
Le innovazioni tecnologiche che hanno reso possibile lo sviluppo della stampa, vanno dalle prime tecniche di stampa cinesi sino alla stampa per clichè del Settecento, passando attraverso Gutenberg che compì i suoi primi esperimenti di stampa nel 1440 e mise a punto un metodo in grado di consentire la produzione di una notevole quantità di caratteri, quella sufficiente a comporre testi piuttosto lunghi.
Le tecniche di Gutenberg si diffusero rapidamente anche grazie agli stessi stampatori che, passando di città in città, portavano con sé le loro macchine e nel contempo il loro mestiere.
La maggioranza dei libri prodotti da queste prime stamperie erano in latino e di contenuto religioso, ma venivano pubblicati anche libri di filosofia, di diritto e di argomenti scientifici. Inoltre, in maniera graduale, la stampa sostituì l’attività di amanuensi e copisti.
C’è da rilevare che la nascita dell’industria editoriale aveva creato nuovi centri e reti di potere simbolico, che si fondavano innanzitutto sul principio della produzione di merci, e che quindi restavano relativamente indipendenti dal potere politico e simbolico esercitato dalla Chiesa e dallo Stato.
Inizialmente, la Chiesa appoggiò con energia lo sviluppo dei nuovi metodi di stampa. Anche perché il clero commissionava agli stampatori la pubblicazione di opere liturgiche e teologiche.
Ma la Chiesa non poteva certo controllare le attività di questi nuovi soggetti, come aveva fatto con gli amanuensi e i copisti dell’epoca dei manoscritti.
Tra la fine del Quindicesimo secolo e l’inizio del Sedicesimo, quindi, la Chiesa tentò a più riprese di distruggere parte dei materiali stampati. Dal momento però che il numero dei libri banditi cresceva, la Chiesa decise di compilare un indice, l’Index librorum prohibitorum, promulgato per la prima volta nel 1559.
Come succede spesso, però, quando si pone un veto di qualsiasi natura, la censura della Chiesa non fece altro che stimolare un fiorente mercato clandestino. Difatti, è oltremodo fuori di dubbio che le nuove tecniche di stampa abbiano giocato un ruolo fondamentale nella diffusione delle idee di Lutero e degli altri riformatori. I sermoni e i trattati di Lutero vennero pubblicati in numerose edizioni e divennero molto popolari. Di contro, il papato condannò le opere di Lutero e i sovrani emanarono editti che ordinavano di bruciarle.
Lo strumento della stampa, inoltre, ha avuto conseguenze importanti anche su altri aspetti della cultura europea della prima modernità; infatti, comparvero molte edizioni anche delle opere dei classici di Virgilio, Ovidio, Cicerone ed altri.
Per di più, la diffusione dell’Umanesimo italiano nel nord Europa è stata, in buona parte, opera di stampatori, librai e traduttori e del loro ruolo d’intermediazione; mentre la stampa ha consentito agli studiosi di fissare e uniformare i testi dell’antichità, un’operazione che sarebbe stata impossibile nell’epoca in cui ciascuna opera veniva copiata a mano. In secondo luogo, la stampa ha consentito di facilitare l’accumulazione e la diffusione di dati relativi al mondo naturale e sociale, e di sviluppare sistemi standardizzati di classificazione, descrizione e utilizzazione. Alcune delle prime stamperie si specializzarono nella pubblicazione di testi di medicina, anatomia, botanica, astronomia, geografia, matematica. La stampa divenne, in definitiva, strumento di un nuovo flusso di dati, tabelle, mappe e teorie che potevano essere consultate, analizzate e discusse dagli studiosi di tutta Europa.
Ma chi leggeva i libri prodotti dalle prime tipografie?
I principali consumatori dei libri prodotti appartenevano, senza dubbio, alle elite urbane istruite: erano membri del clero, delle autorità politiche, della nascente classe dei commercianti, o studiosi e studenti. E’ probabile inoltre che si procurasse e leggesse libri anche un notevole e crescente numero di artigiani e bottegai di città, anche se i dati sui tassi di analfabetismo nell’Europa della prima modernità siano lacunosi e non conclusivi.
Insieme all’abitudine di leggere libri crebbe, nel corso del Sedicesimo secolo, anche la proporzione dei materiali stampati pubblicata in lingue volgari. Il declino del latino e la nascita delle lingue nazionali fu un processo determinato, in parte, dall’industria della stampa, ma le sue conseguenze andarono ben al di là degli interessi economici che lo avevano avviato. La Chiesa cattolica continuò a considerare il latino come sua lingua ufficiale e a proibire l’uso del volgare, la barriera linguistica tra il clero e le popolazioni laiche si fece ancora più insormontabile. Si potrebbe sostenere che l’imporsi delle lingue volgari consentito dalla stampa, e la trasformazione di alcune di esse in lingue ufficiali, abbiano preparato l’emergere nel mondo moderno del senso d’identità nazionale e dei nazionalismi.
Questo è quanto sostengono alcuni storici. Si tratta indubbiamente di una tesi importante e provocatoria. E’ comunque certamente plausibile sostenere che la formazione delle comunità nazionali si sia intrecciata con lo sviluppo di nuovi sistemi di comunicazione. Dopo tutto, ciò che tali sistemi hanno fatto è consentire agli individui di condividere, pur senza interagire direttamente, simboli e credenze espressi in una lingua comune, vale a dire, condividere quella che, con una certa approssimazione, potremmo definire una tradizione nazionale.
Com'è la situazione oggi, dal punto di vista della comunicazione scritta?
Iniziamo col dire che non si può fare a meno di constatare che una nuova realtà nel mondo della scrittura si sta affacciando prepotentemente alla ribalta della comunicazione.
L’avvento di Internet, e più in generale dell’evoluzione delle tecnologie informatiche che si sono orientate e sviluppate sempre di più verso la comunicazione digitale, rappresenta un nuovo archetipo di comunicazione, visto la considerevole quantità di informazioni che circola in rete senza filtri né, tanto meno, censure.
Nel mondo sconfinato del Web ognuno ha la possibilità di servirsi del linguaggio multimediale per diffondere o ricercare notizie, saltando purtroppo la mediazione giornalistica.
Si tratta di un cambiamento epocale per quello che concerne i media, ossia un processo di separazione e di inversione di importanza tra media e messaggio, che incide inevitabilmente non solo sull’organizzazione editoriale e sul confezionamento del prodotto giornalistico, ma anche sulla figura e sul ruolo del giornalista, sul suo rapporto con i lettori e in senso più ampio sul modo di informarsi che si va affermando.
La multimedialità, l’ipertestualità e l’interattività sono elementi rivoluzionari delle news telematiche, in grado di rimettere in discussione i punti cardine del giornalismo tradizionale, a cominciare dal concetto stesso di notizia che é stato stravolto. Infatti, il criterio valutativo convenzionale adottato dagli operatori dell’informazione per determinare la “notiziabilità” di un dato evento, era la capacità di quell’evento di diventare oggetto di interesse per il maggior numero di persone. Purtroppo, oggi, travolti da un flusso incessante di potenziali notizie, risulta sempre più difficile riuscire ad individuare gli avvenimenti in grado di attirare l’attenzione.
In sostanza, l’informazione massificata non è più sufficiente per rispondere ai bisogni di un pubblico, ormai smaliziato ed esigente, in cerca di notizie “su misura”. Lo spazio teoricamente illimitato della rete consente edizioni personalizzabili: ogni utente si trasforma in autore, ha la possibilità di interagire e di creare un’edizione individuale del proprio TG in base alle proprie specifiche necessità e curiosità.
L’accesso diretto alle fonti, la tempestività di aggiornamento garantita dal Web, la rapidità di consultazione dell’informazione online e la convergenza sullo schermo del personal computer di dati, parole, suoni ed immagini, realizzano nuovi paradigmi comunicativi, centrati sul coinvolgimento attivo dei destinatari dell’informazione, che richiedono inevitabilmente una rivisitazione della figura del giornalista.
In questo contesto si inserisce il giornalismo partecipativo, in inglese “people journalism”, nuova forma di giornalismo, figlia di Internet e delle nuove tecnologie multimediali.
Si tratta delle possibilità di partecipazione e interazione a disposizione dell'audience, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione offerta da Internet. In pratica, chiunque può contribuire come reporter, scrivendo o inviando immagini a copertura di storie già scritte.
La qualità non è sempre quella del giornalista professionista, ma spesso le notizie sono raccontate con maggiore prontezza e soprattutto da chi le ha viste succedere.
Il giornalismo partecipativo, in definitiva, cavalca l’onda della comunicazione multimediale, intesa come la compresenza e interazione di più mezzi di comunicazione in uno stesso supporto informativo. Si parla di contenuti multimediali, specie in ambito informatico, quando per comunicare un'informazione riguardo a qualcosa ci si avvale di molti media, diversi tra loro, quali possono essere le immagini in movimento di un video, le immagini statiche delle fotografie, la musica e il testo; i nuovi media insomma.
Per quello che concerne le forme esistenti di giornalismo partecipativo, dobbiamo dire che sono tante e diversificate ed offrono una vasta gamma di possibilità comunicative. Si va dal livello più superficiale, con la possibilità per gli utenti di inserire commenti agli articoli, alla sollecitazione dei racconti degli utenti su determinati argomenti, dalla consultazione durante la creazione dei contenuti ai blog ospitati o aggregati sul sito, fino ai siti interamente costruiti grazie ai contributi degli utenti, che possono essere a loro volta sottoposti a controllo editoriale o completamente liberi. Molto in voga in questi ultimi tempi sono i forum online che i quotidiani mettono a disposizione degli utenti per discutere delle notizie pubblicate, offrendo inoltre la possibilità agli utenti di comunicare e discutere di argomenti anche non pubblicati sul giornale in questione. In questo modo, è l’utente che crea la notizia e la offre al commento altrui imbastendo una discussione in merito. Il ruolo del giornalista, in questo contesto, rimane comunque di notevole importanza in quanto deve saper mettere insieme i diversi aspetti, fare le adeguate verifiche, scrivere in modo chiaro e accattivante i propri articoli, ponderare i punti di vista. Ciò che cambia radicalmente è il riconoscere le rinnovate dimensioni dell’arena in cui il processo si compie, e cercare di adattarsi.
Il declino della credibilità dei mass media tradizionali è un fattore centrale nella spiegazione del successo del giornalismo partecipativo tanto quanto la disponibilità, a basso costo, di nuovi strumenti tecnologici che consentono l’interattività. Con la diffusione a livello di massa di strumenti come telecamere digitali, cellulari con videocamera e dei software per l’editing del video, la frontiera del giornalismo partecipativo si sta spostando anche verso la produzione di contenuti audiovisivi.
Secondo una ricerca di studiosi americani circa il giornalismo partecipativo, si prevede che nel futuro il 50% delle notizie sarà prodotto dagli stessi cittadini. Compito dei giornalisti, a quel punto, sarà quello di incoraggiare la "conversazione" con e tra i lettori dell'informazione.
Questo nuovo canale di interazione tra giornalista professionista ed utente che si adopera come tale, fa sì che ci sia la possibilità per i lettori di esprimere commenti, la funzione di filtro delle notizie presenti in rete attraverso i link, il controllo dell’accuratezza delle informazioni pubblicate, l’arricchimento delle fonti e degli spunti a disposizione dei giornalisti grazie alle proposte e ai racconti degli utenti, la possibilità per i giornalisti di chiedere suggerimenti e correzioni al pubblico.
In conclusione, mi sento di affermare che l'effetto positivo, a dir poco rivoluzionario, che questo tipo di comunicazione scritta sta apportando alla nostra società, è che il giornalismo partecipativo si sta dimostrando in grado di modificare il ruolo dell’informazione: i lettori si trasformano da consumatori passivi a protagonisti del processo informativo; non solo: la comunicazione scritta diventa finalmente a tutti gli effetti un processo bi-direzionale, e quindi aperta a tutti.