Il visibile e l’invisibile
Editoriale a cura di Alessandra Pigliaru
Voici mon secret.
Il est très simple: on ne voit bien qu'avec le coeur.
L'essentiel est invisible pour les yeux
[Antoine de Saint-Exupéry]
Aprire gli occhi sul reale. Aguzzare la vista. Rendersi conto di ciò che accade. Afferrare il visibile nell’intermittenza dell’occhio. Questi, in pochi passi, gli elementi della forma originaria del vedere che equivale al conoscere le vestigia di ciò che è. La storia della vista attraversa tutto il pensiero occidentale. E potremmo dire che diventa metafora solo in epoca tarda; cioè a dire che necessita di un radicamento fuori di essa nel momento in cui alla vista appartiene anche l’oggetto esterno, nel momento cioè che la vista non basta più a se stessa ma si relaziona alle cose del mondo. L’atto dell’aprire gli occhi è come tornare ogni volta alla luce per la prima volta. È esattamente un venire fuori dal buio della dimenticanza che fa nido nella palpebra. L’atto di aprire gli occhi è, prima che un imperativo di carattere etico, un moto involontario dell’occhio che si fonda potremmo dire ontologicamente ancor prima che nella prassi. Un moto che conseguentemente ha in sé la conoscenza e dunque si direziona alle cose. Le cose che si danno alla vista sono quelle conosciute? Davvero vedere corrisponde ad assimilare, oppure il senso che si deve sviluppare è un altro? Democrito si accecò per poter “vedere” meglio, poiché la percezione delle mortali cose del mondo nulla aggiungeva alla sua sete di conoscenza del bene e del male. Tiresia perde la vista, scorge l’inaudito corpo di Atena e si acceca. Cassandra no. Cassandra è veggente e rimane con la vista intatta. L’atto di aprire gli occhi e la sospensione tra presente e futuro è concessa solo a lei. Una rinuncia al mondo per poterlo immaginare oppure una procurata cecità che sviluppa la conoscenza per immagini? Nella storia del pensiero si scorgono diverse parabole del vedere come equivalente al conoscere e della cecità come rinuncia alla ragione. Ma se ci serviamo del vedere come di quella nitida capacità che ci consente di saltare nell’ulteriorità dell’invisibile, afferrando la trasformazione degli eventi come un naturale ciclo del transeunte, allora, e solo allora, potremmo parlare di ciò che è manifesto. Si tratta di attenzione. Il nascondimento abita un territorio frastagliato di residui che si sottraggono alla vista ordinaria e che necessitano dell’ascolto e della tregua della ragione. Sono gli oggetti del desiderio, quelli che non si palesano ma che parlano di noi. In ogni istante, consumati nel presente, tra visibile invisibile, attraverso il termine medio, attraverso il terzo. Tra ciò che vediamo e quello che ci attende dietro la soglia.
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Nel quarto numero di Viadellebelledonne, il tema proposto è stato scandagliato in ogni suo aspetto: per ritrovare di nuovo una forma omogenea. In apertura, nelle Strettoie, incontriamo la riflessione profonda e singolare di Tommaso Ariemma intorno a Peter Sloterdijk, filosofo polimorfo che viene ricordato per la concettualizzazione della sfera. Andrea Ponso raccoglie alcune puntuali considerazioni tra estetica e teologia passando per la vertigine dello smembramento del logos, arrivando alla lacerante preparazione e abitudine all’umano. Andrea Oppo si sofferma sulla figura e il ruolo di Sesto Empirico; i suoi dubbi miravano a restituire la presenza di un luogo in ombra, ovvero quell’invisibile che non si conosce. Ilaria Ciancilla discerne Sequela di Dietrich Bonhoeffer, individuandone i nodi tematici per approdare alla difficile conciliabilità tra visibile e invisibile. Balaustre ospita il denso saggio di Gianluca Pulsoni sul cinema di Isabella Sandri e Giuseppe M. Gaudino; un lavoro che si spiega attraverso l’urgenza, tra visibile invisibile, dell’immagine e la sperimentazione del linguaggio filmico. Giulia Sini approfondisce, nel suo affascinante contributo, l’opera-luogo originata dell’artista californiano Peter Erskine, il creatore dell’Arte solare ambientale attraverso il suo SOS. Matteo Boscarol presenta un lavoro originale e cangiante riferendosi alle animazioni di due artisti rappresentativi del panorama nipponico, Oshii Mamoru e Yuasa Masaaki, tra dimenticanza e Mundus Imaginalis. Nei Pianerottoli leggiamo gli scritti di Jean François Millet, scelti e tradotti da Lucetta Frisa; si tratta di appunti sul concetto dell’arte e della pittura corredate con delle lettere a Théophile Thoré.
Paolo Zardi riflette sagacemente sugli aspetti della comunicazione per tracciare i contorni della “donna invisibile” circa l’aderenza o meno rispetto al vincolo della narrazione occidentale e alle basi scientifiche. Maria Antonietta Pinna getta uno sguardo autentico ed efficace intorno alle pratiche magico-superstiziose e i concretismi pagano-cristiani della terra d’Ichnussa, dal gatto nero di Edgar Allan Poe alle surbiles logudoresi. Nelle Finestre, troviamo le due letture di Maria Gisella Catuogno e Marta Ajò. La prima si concentra su Charles Baudelaire e Le fleurs du mal, mentre la seconda tratteggia l’interessante volume di Michael Greenberg sulla vicenda invisibile e dolorosa della figlia Sally. La rubrica di racconti Random , a cura di Morena Fanti, raccoglie tre voci femminili che sottolineano, attraverso i loro lavori, quanto sia ancora difficile sopravvivere in una società di tipo maschile. Le tre autrici invitate sono Virginia Foderaro, Simona Lo Iacono e Silvia Leonardi. Nei Camminamenti incontriamo Salvatore Jemma e le sue articolate e ampie riflessioni circa la trasformazione della cultura e la cosiddetta generazione [dell’] invisibile. Morena Fanti, servendosi di alcune interviste, cuce un intervento al confine tra giornalismo e scrittura creativa. I Ponteggi si aprono a due contributi impegnativi: si di Aleth Messina, che si interroga sulla tradizione ebraica ponendo l’accento fra l’amore quale elemento visibile fra uomo e donna e lo stesso amore che è elemento invisibile che unisce gli innamorati a Dio; il secondo è l’ incantevole saggio di Antonio Di Giorgio sul creatore di tutte le cose visibili e invisibili in una lettura storico-teologica.
Giardini, la rubrica di Francesco Marotta, che chiude il quarto numero di Viadellebelledonne, è dedicata interamente a tre splendide antologie potiche: Alessandro Ghignoli, Antonella Bukovaz e Ivan Crico.
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Viadellebelledonne, n. 4 - luglio 2009
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