
Quando il segno si fa disegno di inquietanti solitudini.
L’architettura e il disegno industriale hanno riconfigurato più e più volte l’aspetto delle città e degli oggetti d’uso quotidiano, hanno manipolato e monopolizzato il comportamento di milioni di persone relativamente all’uso e consumo, orribile parola ma realistica certezza, di materiali che erano materie prime e ricchezze di terre spesso lontanissime. Spesso noi occidentali non pensiamo che quanto produciamo abbia a che fare con un numero così elevato di coinvolgimenti e finiamo per sottovalutare ampiamente la portata di ogni progetto confinandolo all’esiguo intervallo di ideazione progetto diffusione e marketing. Manca la relazione col tempo e con lo spazio, la fantasia è un presupposto che vale poco in realtà, se posto a contatto con ciò che è l’impatto anche del più inutile ritrovato della tecnica.
Eppure il lavoro di progettazione e la produzione seriale erano stati pensati come una specie di toccasana per l’economia e per
l’ampliamento a larghe fasce sociali di beni che, seppur di consumo, e quindi
non considerabili alla stregua di valori, avrebbero dovuto dare benessere a
molti, non proprio la felicità che propagandavano attraverso una pubblicità
ancora allo stadio neonatale, non martellante e direttamente colpevole della
narcosi che oggi è facile rilevare analizzando i consumi della gente. Ciò che
si nasconde dietro quelle copertine patinate, dietro il progetto di un futuro
sognato,ipotizzato, rincorso e ancora una volta vagheggiato, è qualcosa che,
come già aveva detto Nietzsche, è il nemico strisciante, l’invisibile nemico
che già praticava allora le case di tutti, nessuno escluso. Più il sogno si
materializzava e più la solitudine si faceva tangibile e visibilmente l’unico
mezzo per raggiungere ancora più alti livelli di consumo e produzione del
vacuo, senza ledere gli interessi del capitale, sempre meno indagabile sotto il
profilo di un nome e cognome, sempre meno ritraibile secondo i dati anagrafici
di un volto o di un domicilio in cui trovarne la residenza. Di capitale
priorità sparire in multinazionali, in società che combinano i loro tessuti
linfatici rendendo impossibile lo scioglimento dei nodi,pena la perdita da
parte di tutti coloro che, senza saperlo, sono confluiti nelle loro tessiture.
Oggi non c’è nessuno che possa dirsi estraneo e libero da tali maglie, da tali
infernali trame in cui le tecniche finanziarie decidono della vita e della
scomparsa di forze lavoro dietro cui sono nascoste le vite di migliaia di
persone, di milioni di ettari di superficie del pianeta. Ridisegnare il volto
della terra è ridisegnare le sorti della vita e l’architettura si è dimostrata
incapace di risolvere i temi nodali che assillano la società. I suoi sono
gingilli con cui giocare a piccoli monopoli, come si faceva da bambini o come
forse sono ancora gli uomini, purtroppo ancora così infantili da non
comprendere che il destino dell’umanità è il destino di un uomo collettivo da
cui non si può estromettere la mano di questo o quello, non si può allontanare
il lezzo delle baraccopoli e delle discariche poiché abitiamo una zolla nel
cosmo e la distanza è solo prossimità.
Musei, centri
congressi, banche, centri commerciali: sono solo una piccolissima specchiatura
dell’essere uomini e spesso il miraggio dell’illusione di guardare da un punto
di vista preferenziale annulla la possibilità stessa di vedere. Il passato,
fatto mercato tanto quanto l’arte, anch’essa luogo del consumo e non della
ricerca, non in-segna punti di vista e postazioni prospettiche capaci di
mostrarci quale sia la via da praticare, ma solo la desolazione in cui la
solitudine costringe a guardare ad una spettacolarizzazione della miseria e del
degrado in cui, asfitticamente, è piombata la capacità umana di guardare e
sognare la vita, sapendo che è solo questo che ci è, come al solito, consentito.
[testo a cura di Fernanda Ferraresso]