*
  
*
*
*
Login 
  sabato 4 settembre 2010 Autobiografia e riscrittura del Sé di Teresa Ferri Registrazione 
   Riduci

PONTEGGI


Autobiografia e riscrittura del Sé

 

di Teresa Ferri

L’autobiografia (dal greco, autós, “stesso”; bíos, “vita”e grápho, “scrivo”)  è un genere letterario che si fonda sulla scrittura del Sé. Essa è – come ha opportunamente sottolineato Philippe Lejeune, lo studioso cui si devono le pionieristiche e sapientemente articolate riflessioni su questo tipo di scrittura –  il racconto retrospettivo, in prosa o, in casi rari, in versi, che chi scrive fa della propria vita e della propria personalità (cfr. Ph. Lejeune, Il patto autobiografico, trad.it. Bologna, Il Mulino, 1986).

Chi si accinge a por mano alla  stesura del racconto della propria vita ha la consapevolezza di aver raggiunto una certa notorietà e ha pertanto trasformato il suo nome proprio in nome d’autore perché, come scrive Lejeune,“non si è veramente autori che dal secondo libro, quando il nome proprio stampato in copertina diventa il «fattore comune» di almeno due testi diversi” (Op. cit., p. 35). L’autore viene a coincidere dunque con un nome di persona “identico, che assume una serie di diversi testi pubblicati. Diventa reale attraverso l’elenco delle altre sue opere che compaiono spesso sotto la dicitura: «dello stesso autore»” (Ibidem).  È dunque la propria bibliografia, o l’intera produzione, a conferire realtà autorale a chi scrive o si esprima in una qualsiasi altra forma artistica. E non necessariamente, né sempre è così scontato che la realtà autorale dello scrittore, dell’artista,  coincida con la realtà esistenziale dell’uomo. Anzi, è più facile che si verifichi l’esatto contrario e che tra le due identità si crei una specie di frattura, che  la grafia del sé è delegata a risanare.

Una volta conquistata la fama e diventato personaggio pubblico, una volta indossati i panni di autore, lo scrittore è in un certo senso chiamato a un redde rationem, che lo vede contemporaneamente imputato e giudice di se stesso, prima che della valutazione altrui. È per questo che egli avverte l’urgenza di rettificare eventuali malintesi, di chiarire possibili dubbi, di correggere determinate opinioni, di emendare eventuali colpe: tutto ciò al fine di allontanare possibili sospetti e ricucire le discrepanze da cui percepisce contaminata la propria immagine. Presentarsi davanti a questo metaforico tribunale costituito in prima istanza dalla propria autovalutazione, insieme a una profonda e lucida conoscenza di se stessi, richiede un atto di coraggio, nonché un’esplicita professione di verità che, in quanto professione, mentre acquista una precisa realtà linguistica, non coincide tuttavia necessariamente con la realtà effettiva.

Al linguaggio è insomma attribuito il compito di materiare l’immagine che si desidera offrire allo sguardo proprio e altrui e la scrittura è chiamata a modellare un composito ‘arazzo’ costituito di luci e di ombre, di realtà piacevoli e di verità sgradevoli, di eventi glorificanti e di altri meno soddisfacenti, che devono necessariamente trasformarsi in appaganti. A mo’ di stampo, la scrittura deve prestarsi ad accogliere sia le esigenze che ne motivano l’insorgere, sia gli scopi che l’autobiografo intende raggiungere, per cui è necessariamente costretta a mediare tra le domande, i dubbi da cui si origina e le certezze da manifestare. Paludata della superba consapevolezza autorale, essa procede tra occultamenti deliberati e disvelamenti strategici, mentre tra le sue pieghe più riposte si acquatta il proteiforme magma significazionale che la stessa provvederà a filtrare attraverso i suoi accorti dispositivi stilistici e le sue mirate strategie argomentative. Tuttavia poiché neppure l’io autorale possiede interamente quella ‘verità’ che il linguaggio dovrebbe tradurre o camuffare e quindi proiettare sulla pagina bianca dopo oculata analisi, né è del tutto in grado di operare una selezione definitiva all’interno di una materia di cui gli manca la conoscenza completa, è possibile che nel corso del processo di scrittura l’autore metta involontariamente allo scoperto schegge, frammenti, indizi che, pur nella loro umbratile parzialità, finiscono per tradire la sua fiducia di autobiografo, arrogantemente chiuso nella convinzione di dominare appieno quel mezzo, che per definizione è infedele.

Per questo motivo è possibile che la stessa scrittura, tesa a ordire il suo oraziano monumentum aere perennius, ovvero una rappresentazione più durevole del bronzo da consegnare all’eternità, e perciò volta a ricercare all’interno del proprio laboratorio stilistico le risorse estetiche più convincenti, trascuri rapsodicamente la significazione da mascherare o da esibire e invece, rincorrendo i propri miraggi formali, si lasci sfuggire anche minimi segni-spia, che lasciano quindi intravedere al lettore esterno lampi di ‘vero’.

Con l’operazione autobiografica l’autore viene a coincidere con il narratore e con il personaggio principale della narrazione: si produce dunque una sorta di circolo chiuso, una circolarità rifranta, speculare, che rende questa scrittura profondamente narcisistica, e pertanto deformata.
Alterata, contraffatta dal processo di rifrazione, la scrittura autobiografica finisce per compattarsi in una serie di tessere, che specularmente, attraverso citazioni esplicite o implicite, mediante travestimenti intenzionali o innocenti, ordiscono una tela di rimandi testuali ed extratestuali. Essi sfidano il lettore a una specie di ‘giuoco a rimpiattino’ in cui egli è destinato inesorabilmente a perdere, qualora pretenda di trovare la verità della significazione mediante la rincorsa disperata dei contenuti manifesti. A una scrittura deformante corrisponde necessariamente un significato alterato, una verità che, proprio perché riflessa, si scrive ingannevole e menzognera, tanto più che il linguaggio, il segno stesso è arbitrario, e la parola letteraria è solo rappresentazione, finzione (nell’accezione etimologica del termine) di quella realtà che mira a inscenare sul testo.

Aggirarsi all’interno di questo laboratorio sperimentale del sé tradotto in scrittura non pone dunque soltanto problemi di ordine stilistico, non ci costringe cioè a interrogarci unicamente sul come questo sé venga riflesso sulla pagina, ma ci impone anche di assumere un atteggiamento di sana e corretta distanza rispetto all’immagine che troviamo lì riprodotta, specie se si tiene costantemente presente il fatto che proprio sulla distanza, sia cronologica che psicologica esistenziale, opera qualsiasi autobiografo.

Infatti parallelamente al processo di identificazione tra autore, narratore e personaggio, si verifica anche, da parte della scrittura, un’interessante rivisitazione della nozione di tempo in quanto soggetto e oggetto della narrazione finiscono con il convivere all’interno di un récit che, essendo appunto retrospettivo, non può non coinvolgere la memoria e i vari processi che la governano e condizionano (di distanza, di censura, ecc.). Infatti lo iato temporale da un lato e l’atteggiamento, tipicamente difensivo, che caratterizza l’atto memoriale dall’altro fanno sì che il materiale estrapolato dalle tenebre del passato risulti necessariamente deformato rispetto alla realtà dell’evento ricordato. Quando l’autobiografo si accinge a questa rivisitazione retrospettiva della propria esistenza e al successivo atto scrittorio sottopone il proprio ieri a un attento vaglio, anche censorio, per consegnarlo all’hic et nunc della scrittura. Dovendo trasformare il passato in presente, egli è chiamato a intrecciare un rapporto anomalo con la categoria temporale, relazione che già da sola sarebbe sufficiente a inficiare l’attendibilità del racconto. Al di là di qualsiasi pur leale intenzione di partenza, è il ricordo dunque a condurre il suo giuoco e si sa bene che molto spesso il magma memoriale è sottoposto a operazioni di rimozione, anche involontarie, tese a salvaguardare da possibili disagi colui che ricorda, il quale diventa vittima inconsapevole di tale strategico comportamento difensivo (cfr. Teresa Ferri, Le parole di Narciso. Forme e processi della scrittura autobiografica, Roma, Bulzoni, 2003).

L’autobiografo insomma cerca di rimettere insieme le tessere di un puzzle secondo combinazioni nuove e ardite che si avvalgono del materiale memoriale senza tuttavia trascurare di ricorrere all’ausilio dell’immaginazione, che a sua volta obbedisce a ineludibili imperativi tesi a forgiare un insieme dove sarebbe azzardato distinguere con certezza l’operato del desiderio da ciò che è stato davvero, da ciò che è realmente accaduto. Il contenuto della narrazione autobiografica è destinato quindi a configurarsi come soltanto umbratile parvenza di quel vero cui invece il narratore pretende di aderire appieno. Infatti, sottoposto come risulta, da un lato, alla rivisitazione compiutane dallo scrittore allo scopo di riscuotere ammirato e convinto consenso da parte dell’interlocutore, dall’altro al clemente sguardo  retrospettivo del ricordo, tale contenuto finisce con il dissolversi tra le fitte e accecanti nebbie di un passato dove è difficile distinguere il vero dalla sua illusoria, finzionale rappresentazione. Ed è proprio da una lontananza siffatta che le parole di Narciso arrivano al lettore, con cui l’autobiografo deve necessariamente redigere, in maniera più o meno palese, un contratto fiduciario, quel “patto di lettura” lejeuniano, la cui assenza rischierebbe di compromettere l’intera operazione.

Qualsiasi scrittura autobiografica pertanto finisce per configurarsi come intervento deformante su quella vita di cui pretende di offrire una lettura retrospettiva e veridica e così si costituisce come una rappresentazione arbitraria e alterata di un reale che richiede un’azione di restauro per poter essere esibito al pubblico, dal quale evidentemente si attendono determinate risposte. Muoversi tra gli splendori e le miserie inscenati ad arte dall’autobiografo richiede un sapiente dosaggio di scetticismo e di fiducia in quello che si va a leggere, pena la partecipazione involontaria a un giuoco di cui si ignorino condizioni, regole, finalità e premio conclusivo, una partita di cui è prevedibile un unico esito, l’ovvia inattendibilità e opinabilità dei risultati e, con esso, lo scacco finale del lettore.

L’operazione autobiografica dunque, attraverso la relazione che si stabilisce tra chi scrive e i vari tempi esistenziali con cui lo stesso deve confrontarsi, riesce a contenere in sé, simultaneamente, passato, presente e futuro, proprio come è tipico della letteratura (Cfr. T.S. Eliot, Tradizione e talento individuale, in Il bosco sacro, Milano, Mursia, 1971, pp. 93-101) . Infatti, come si è detto, nel passato si situa l’oggetto della narrazione, nel presente l’atto della scrittura e nel futuro si collocano l’atto della lettura e il concretarsi dell’immagine inedita dell’autobiografo, in seguito alla cooperazione testuale tra autore e lettore. Secondo Jean Starobinski è lo stile a farsi segno di questa relazione e così puntualizza: “Ogni autobiografia [...] è una autointerpretazione in cui lo stile è il segno della relazione tra “chi scrive” e il proprio passato, nel momento stesso in cui manifesta il progetto, orientato verso il futuro, di un modo specifico di rivelarsi all’altro” (cfr. Lo stile dell’autobiografia, in L’occhio vivente,. Studi su Corbeille, Racine, Rousseau, Sthendal, Freud, trad.it., Torino, Einaudi, 1975, p. 205).

Si tratta dunque di uno sguardo continuamente in movimento tra ciò che è stato e ciò che è e ci si dispone a essere per cui, cambiando la prospettiva, lo stesso contenuto della narrazione subisce una inevitabile trasformazione, in maniera  più o meno consapevole da parte dell’autobiografo. Se dunque il contenuto è soltanto un miraggio, che rischia di risucchiare il lettore all’interno di una seducente spirale di mascheramenti e confessioni tattiche, di menzogne e verità, non restano che l’aspetto formale e un’attenta analisi testuale a poter consegnare all’indagine dati meritevoli di considerazione.

Ordito di intenzionalità recondite e fini manifesti sapientemente intrecciati, l’operazione autobiografica finisce per consegnare al lettore il racconto di una vita rivista e corretta in funzione di un determinato risultato. Infatti chi si accinge a ordire il racconto della propria esistenza sa già, più o meno coscientemente, dove vuole arrivare, qual è l’immagine di sé che intende inscenare, quale situazione personale, quale ferita avverte di dover sanare nel corso di questo processo contemporaneamente privato e pubblico. Tale consapevolezza si coniuga necessariamente con una conoscenza e un’accettazione e/o rifiuto di sé, che costituiscono l’enciclopedia previa e imprescindibile in dotazione dell’autobiografo.

Egli ha l’esatta misura dei propri difetti e dei propri pregi e altrettanto bene conosce tutto ciò che di sé gradisce e predilige e quello che invece ricusa del tutto o parzialmente: su questo materiale egli lavorerà non solo per consegnare all’autore che vive in lui l’oggetto magico dell’eternità, ma anche per soddisfare le prevedibili attese del suo lettore o per falsificarne e rovesciarne le certezze. Così egli tenderà a sottolineare quegli aspetti che di sé più lo gratificano, mentre sarà portato a mitigare, a sfumare o a cancellare del tutto altri da cui sente compromessa la propria immagine. La scrittura autobiografica tesse pertanto la sua trama narrativa attraverso un fine giuoco di simulazioni, raramente manifeste, in cui gli sfidanti lottano ad armi impari, in quanto il premio finale non possiede la stessa valenza per l’autobiografo e per il suo lettore.

Chi decide di affrontare il percorso autobiografico da un lato dunque lancia una sfida a Cronos e ai suoi rigidi imperativi, delegando la scrittura a scardinare alchemicamente lo iato che c’è tra passato e presente per riattualizzare eventi, azioni, desideri e fattezze irrimediabilmente mummificati tra le pieghe del tempo, dall’altro è costretto a operare una sorta di rito di morte nei confronti del proprio Sé di una volta per poi ricrearlo, riscriverlo a immagine e somiglianza delle proprie esigenze. Del resto se si parla di rifrazione e di specularità, si allude a quel dionisiaco oggetto magico che è lo specchio e a un soggetto che lì ammira o deplora le proprie fattezze sino a morirne, come Narciso, l’illustre, mitico epigone. Ed è proprio da un irremovibile bisogno narcisistico di guardarsi nello specchio della propria scrittura con fattezze rimodellate in maniera tale da uscire soddisfatti e appagati dal processo speculare che si origina la seduzione autobiografica e non solo dalla necessità di appropriarsi dell’eternità.

L’autobiografo compie pertanto una sorta di magia alchemica e un gesto quasi demiurgico: trasforma il passato dell’evento ricordato in presente dell’atto di scrittura e in futuro dell’atto di lettura e, contemporaneamente, riscrive, ri-crea il suo Sé. Il tempo e gli avvenimenti di ieri, affidati alla rappresentazione narcisistica, vengono necessariamente riscritti in termini compensatori e gratificanti, mentre non si può escludere che nel testo si apra anche una serie di ‘vuoti’  più o meno intenzionali. Demiurgico atto creativo, la scrittura autobiografica è probabilmente quella che, più di ogni altra, sfida il Creatore per antonomasia, in quanto viene a forgiare un’esistenza parallela e alternativa a quella reale, per costituirsi come rinascita deliberata e autonoma dalle proprie ceneri, tramite un abissale atto di superbia in cui a Dio è assegnato, spesso e non sempre, soltanto il ruolo modesto di testimone. E questa vita, che si racconta attraverso l’atto intenzionale dell’autobiografo, si disegna come infinita opera aperta, continuamente sottoposta a nuove riscritture nel corso dei vari processi di lettura.

 


 Stampa   
   Riduci
Contatori visite gratuiti

 Stampa   
 Copyright (c) 2000-2006 DotNetNuke  Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy