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  lunedì 8 febbraio 2010 Morena Fanti - Un incontro con Anna Puglisi Registrazione 
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Amore per la giustizia, forza e coraggio. Sono storie di Donne

un incontro con Anna Puglisi

di Morena Fanti

Le donne siciliane sono spesso presentate in letteratura con tratti forti e decisi, donne pronte a tutto pur di difendere se stesse, la loro famiglia e la vita delle persone che amano. Sono la personificazione della forza della Sicilia, di questa terra dura in cui per sopravvivere bisogna artigliare anche l’aria. Rappresentano l’anima dell’isola e hanno una significativa importanza nella vita sociale e nelle lotte simbolo della Sicilia. Le donne raccontate da Anna Puglisi nel suo libro-documento Storie di donne, (Di Girolamo editore pag 186, euro 16,50), sono tutto questo e anche di più nella lotta contro il potere mafioso che arriva e si infiltra ovunque come una serpe velenosa.

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Storie di vita che sono insieme memoria, riflessione, testimonianza e progetto d’impegno. Dalle lotte contadine ad oggi le donne siciliane sono state protagoniste della ribellione contro la mafia. Gli esempi di Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale e di Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, sono abbastanza noti, ma pochi ricordano le donne organizzate nei Fasci siciliani e in seguito, quelle dell’Associazione delle donne siciliane per la lotta contro la mafia. Anna Puglisi, fondatrice con il marito Umberto Santino, del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", ha raccolto valanghe di informazioni e di documenti, e ha scritto diversi libri su queste donne e sulla loro vita. Nei suoi libri, la Puglisi ha cercato di ribaltare stereotipi ancor oggi diffusi e di dare un’immagine del ruolo delle donne più aderente alla realtà.

Si parla sempre molto di mafia e degli aspetti che vengono ‘toccati’ e alterati dal suo potere. Eppure, leggendo il suo libro, ho avuto la sensazione che quanto conosciamo sia solo una minima parte di ciò che è davvero la mafia. Lei crede che ci sia sufficiente informazione?

Quando nel 1977 Umberto Santino e io, assieme a pochi altri, fondammo il Centro siciliano di documentazione, successivamente (nel 1980) dedicato a Giuseppe Impastato, il nostro intento era quello di condurre un’analisi della mafia che ritenevamo fosse allora pochissimo adeguata alla realtà. Basti pensare che la legge che istituisce il reato di associazione mafiosa e colpisce i patrimoni dei mafiosi, che era stata proposta da Pio La Torre assassinato il 30 aprile dell’82, è stata varata soltanto nel settembre dello stesso anno, all’indomani dell’assassinio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. In Sicilia erano già stati assassinati, dal 1978, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti, politici, il presidente della Regione, ma soltanto dopo l’omicidio Dalla Chiesa la mafia cominciò ad essere considerata un problema nazionale. E l’esistenza della mafia come viene definita dalla legge dell’82 è documentata fin dagli anni ’30 dell’Ottocento. Attualmente gli studi e le pubblicazioni sulla mafia e sulle altre organizzazioni di tipo mafioso, così come l’attenzione dei media, sono notevolmente accresciuti, non scevri, però, ancora da stereotipi e valutazioni non rispondenti alla complessità della realtà. Per anni la mafia è stata considerata una subcultura senza organizzazione, dopo le dichiarazioni di Buscetta si è posto l’accento soltanto sull’organizzazione Cosa nostra. La mafia è certamente un insieme di gruppi criminali ma è soprattutto un sistema di rapporti.

Il Centro Giuseppe Impastato, fondato da lei insieme a suo marito Umberto Santino nel 1977, ha raccolto e continua a farlo, un’enorme documentazione sulla mafia. Quanto è importante raccogliere notizie e divulgarle? Se si smettesse di parlarne sarebbe come lasciar morire la nostra coscienza?

Come dicevo, è necessario divulgare un’informazione corretta sulla mafia. Se pensiamo alle fiction prodotti negli ultimi tempi, non possiamo non essere preoccupati per le idee che veicolano, per la sopravvalutazione e mitizzazione dei mafiosi. Abbiamo saputo da molti professori, anche di scuole in cui da anni si conducono progetti “sulla legalità”, che la fiction su Totò Riina, presentandolo come una sorta di eroe, ha quasi distrutto quanto era stato da loro costruito. Per quest’altra fiction su Provenzano, abbiamo dovuto leggere le dichiarazioni dell’attore protagonista che lo ha presentato come “più intelligente del 50% dei deputati” e “mistico come padre Pio”. Parlare della mafia, quindi, non significa necessariamente fare un buon servizio al “risveglio delle coscienze”, come lei dice. Se ne deve parlare correttamente. Quest’anno abbiamo aggiunto alle nostre pubblicazioni l’Agenda dell’antimafia 2008, una vera e propria agenda di lavoro, ma anche un libro in cui giorno per giorno vengono ricordati i caduti nella lotta contro la mafia e durante l’anno scorre un testo sintetico di storia della mafia e dell’antimafia, con riferimenti anche alle altre forme di criminalità organizzata. Quindi non un libro da leggere e riporre nello scaffale, ma uno strumento di lavoro e un mezzo per far ricordare e conoscere tanti caduti di cui spesso si conosce soltanto il nome (o forse neanche quello).

Il giudice Terranova diceva che la mafia non colpisce mai magistrati e poliziotti. Poi, all’improvviso ci fu l’uccisione di Scaglione (1971) e la strategia della mafia ebbe una svolta brusca. A cosa fu dovuto questo cambiamento improvviso?

Fino ad allora la mafia aveva colpito moltissimi sindacalisti e militanti di una lotta che è stata, ed è ancora, troppo spesso dimenticata, da quella dei Fasci siciliani, alla fine dell’ottocento, a quella dei contadini del secondo dopoguerra che, come ricorda Umberto Santino nella sua Storia del movimento antimafia, lottavano per il loro riscatto sapendo di scontrarsi anche con i mafiosi. E in questa lotta a centinaia hanno perso la vita. Assassinii rimasti quasi tutti impuniti. I mafiosi cominciano ad alzare il tiro quando c’è una lievitazione dell’accumulazione illegale, derivanti soprattutto dal traffico di droghe, e un conseguente incremento della richiesta di potere e di spazi. Assieme al conflitto interno si sviluppa un’offensiva che colpisce rappresentanti delle istituzioni che si oppongono allo straripamento mafioso. E solo allora ci sarà l’attivazione delle istituzioni, con la legge antimafia, il maxiprocesso e le condanne di capi e gregari. Alla base del comportamento delle istituzioni c’è uno stereotipo: la mafia uccide quando spara ed è un fenomeno di cui preoccuparsi quando colpisce in alto. La mafia invece è un fenomeno continuativo che bisogna affrontare quotidianamente in tutti i suoi aspetti: criminale, economico, sociale, culturale, politico.

Quando Cesare Terranova fu assassinato, Giovanna Giaconia fece una scelta molto forte e controcorrente, diventando parte attiva dell’Associazione delle donne siciliane per la lotta contro la mafia. Un certo tipo di cultura, e tante persone l’avrebbero preferita nel ruolo di vedova rinchiusa nel dolore e nel lutto. Forse perché una tranquilla apatia è per molti più rassicurante di un atteggiamento di forza e di ricerca della verità?

Come racconta nell’intervista-storia di vita pubblicata nel mio Storie di donne, Giovanna Giaconia proviene da una famiglia dell’alta borghesia palermitana e aveva vissuto all’ombra del marito, condividendone le scelte, ma rimanendo lontanissima da un qualche impegno. Dopo l’uccisione del marito, e dopo un periodo di enorme smarrimento, capisce che è necessario reagire e impegnarsi. Riporto le sue parole: “Allora, a poco a poco, qualche cosa cambia dentro, si è sollecitati a reagire, si prende coscienza che tutto ciò che è accaduto è anche un fatto che appartiene a tutti, una grave minaccia per tutta la società. E oggi so che quello che mi ha spinto è stato questo mio bisogno di non soggiacere, di evitare di scivolare nella rassegnazione, di combattere contro l’indifferenza e la dimenticanza, di lottare per ottenere verità e giustizia”.  Giovanna racconta che alcuni del suo ambiente volevano convincerla a lasciar perdere, a non impegnarsi, forse per un malinteso quieto vivere. Ma lei ha invece ascoltato innanzitutto il suo bisogno di giustizia e ha dato una svolta decisa alla sua vita, accettando un impegno come quello di diventare presidente dell’Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia, la prima associazione di massa contro la mafia, nata nel 1980 e voluta da donne. Prima di Giovanna Terranova altre donne, di diversa estrazione, avevano saputo lottare contro gli assassini dei loro cari. Ricordo le donne che hanno avuto un ruolo nelle lotte contadine e, più recentemente, figure come Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso nel 1955, e Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, che i parenti mafiosi avevano cercato di convincere a non mettersi con i compagni e con noi del Centro siciliano di documentazione, a non cercare la giustizia dello Stato e lasciare fare a loro. Felicia da allora ha chiuso la casa ai parenti mafiosi e non ha cessato di lottare e di far conoscere Peppino, fino al momento della sua morte, avvenuta il 7 dicembre del 2004.

Leggendo il suo libro Storie di donne, si comprende bene come il ruolo della donna in Sicilia si sia dovuto sottomettere per secoli all’immagine dettata da ciò che gli altri desideravano. E si comprende ancora meglio come certe Donne siano state osteggiate nei loro comportamenti. Uscire dagli schemi e non sottomettersi, genera sempre timore?

Antonietta Marino Renda, nell’intervista -storia di vita di pubblicata nel libro, parla, al contrario, di donne siciliane coscienti della necessità di lottare per i loro diritti e per quelli delle loro famiglie. Lei stessa, giovanissima studentessa di un paese dell’interno della Sicilia, nel dopoguerra inizia la sua carriera di militante nel Partito comunista, diventando consigliera comunale nel suo paese e poi dirigente politica, capace di coinvolgere centinaia di donne che partecipavano in massa alle iniziative sindacali e politiche. La storia di queste donne e di tante donne venute dopo di loro dimostra che, se c’è qualche timore, questo viene superato ampiamente dalla volontà di ottenere il soddisfacimento dei propri diritti e l’ottenimento della giustizia per i propri cari.

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche ad un incremento delle donne a capo di associazioni a sfondo criminale. Quindi, donne che lottano per la giustizia e donne che agiscono contro. Quale differenza tra le due?

La differenza è abissale. Le nostre ricerche ci hanno portato a conoscere molte donne che, al contrario di uno stereotipo diffuso, hanno avuto e continuano ad avere un ruolo attivo nell’organizzazione mafiosa. Le donne delle famiglie mafiose non sono soltanto complici dei loro parenti mafiosi (perché usufruiscono delle ricchezze ottenute con il crimine e perché nella maggior parte dei casi conoscono le attività dei loro congiunti), ma molte di loro sono attive, per esempio, nel traffico di droga e nel racket, e alcune sono state condannate anche per avere diretto le cosche (al posto dei loro parenti arrestati) e in qualche caso ordinato omicidi. Negli ultimi anni, malgrado l’azione antimafia di magistratura e forze dell’ordine abbia raggiunto risultati impensabili (ricordiamoci che se qualche mafioso veniva arrestato e processato quasi sempre veniva assolto per insufficienza di prove), malgrado ci siano stati diversi mafiosi collaboratori di giustizia (qualunque sia la loro motivazione), di donne che abbiano voluto uscire dall’ambiente mafioso ce ne sono state pochissime, un numero inconsistente.

Tra le attività del Centro Impastato c’è anche un progetto di incontri nelle scuole. Di cosa parlate ai ragazzi, e quanto è importante farlo?

L’attività del Centro nelle scuole data dal 1981, subito dopo l’approvazione di una legge della Regione siciliana che promuoveva iniziative antimafia per gli studenti. Da allora abbiamo fatto centinaia di incontri e prodotto pubblicazioni apposite (Oltre la legalità, A scuola di antimafia) e mostre fotografiche (l’ultima: Peppino Impastato. Ricordare per continuare). Purtroppo molte iniziative sono sporadiche e rituali, stimolate da assassinii, stragi e ricorrenze. Per cui negli ultimi anni abbiamo preferito organizzare corsi di aggiornamento e seminari per gli insegnanti. Anche l’Agenda dell’antimafia 2008 è soprattutto destinata a loro. Con i ragazzi bisogna lavorare quotidianamente e sulla base dei programmi curricolari; non crediamo che siano molto utili le attività occasionali. E bisogna superare l’ottica dell’“educazione alla legalità”, spesso un po’ troppo astratta e formalistica, con una corretta analisi delle mafie e soprattutto dell’antimafia, che non si è limitata, almeno in Sicilia, a qualche eroe solitario ma è stata, con le lotte contadine, una grande lotta corale, purtroppo conclusa con risultati parziali e un enorme flusso migratorio: un milione e mezzo di persone, su una popolazione di 4 milioni e mezzo, ha lasciato la Sicilia negli anni ’50-’70. La lotta alle mafie deve coniugarsi con la partecipazione democratica e l’uso razionale delle risorse, sottraendole ai circuiti clientelari. I giovani debbono avere un futuro che non sia la precarietà e l’incertezza o l’attesa del miracolatore. La scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale nel preparare cittadini con gli occhi aperti, capaci di costruire una società liberata dalle mafie e dal bisogno di padrini e protettori.

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Anna Puglisi, studiosa e militante antimafia, ha fondato, con Umberto Santino, il Centro siciliano di documentazione, nato nel 1977 successivamente intitolato a Giuseppe Impastato (www.centroimpastato.it) e ha fatto parte dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia. Ha studiato il ruolo delle donne nell'organizzazione mafiosa e nella mobilitazione antimafia, raccogliendo testimonianze e storie di vita. Alcuni scritti: con Umberto Santino*, La mafia in casa mia, storia di vita della madre di Giuseppe Impastato (La Luna, Palermo, 1986, 2003); Sole conto la mafia (La Luna, 1990), storie di vita di Michela Buscemi e Pietra Lo Verso; Donne, mafia e antimafia (Di Girolamo, Trapani, 2005); con Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2005; Storie di donne. Antonietta Renda, Giovanna Terranova, Camilla Giaccone raccontano la loro vita (Di Girolamo, Trapani, 2007).

*Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni è uno dei militanti democratici più impegnati contro la mafia ed i suoi complici. È uno dei massimi studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e criminalità.

 

 

 


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