Appunti sul cinema di Kira Muratova – di Alessandra Pigliaru
Kira Muratova rappresenta certamente una delle icone più significative del cinema russo contemporaneo. Impegnata fin dagli anni sessanta, tra le sue opere cinematografiche si ricordano importanti film che hanno visto la luce solo dopo il 1987 e fino ad allora censurati perchè tacciati di mancanza di senso civico. Del 1967 è Brevi incontri, una delicatissima storia d’amore contrassegnata dagli stati d’animo della giovane Nadja che stravolge la propria vita per amore di un uomo. Fin dal suo esordio Muratova si contraddistingue per l’interesse alle piccole storie quotidiane, con quegli imponderabili stati d’animo che fanno da contrappunto all’emotività di ognuno. Qualche anno più tardi arriva Lunghi addii, bloccato fino alla glasnost del 1987, che racconta dell’incomunicabilità tra una madre e un figlio. Muratova risente del clima di cambiamento che investe l’ex unione sovietica e poi la nuova russia. Un cambiamento di costumi, potremmo dire, ma soprattutto di mentalità che porta la regista a segnare, come un raffinato metronomo, tutte le incongruenze e le contraddizioni di un’epoca claudicante. Il film certamente più noto è quello del 1997 dal titolo Tre piccoli omicidi, distinto in tre episodi e marcato da una surreale e livida luce. Kira Muratova esprime bene quella equivalenza esistenziale dell’automatismo dei gesti. Ciò che dovrebbe essere visto e vissuto come atto mostruoso e drammatico, nella mano dei protagonisti di Muratova, si trasforma in gioco grottesco dei sensi. Quasi fosse una sindrome anaffettiva, i personaggi di Tre piccoli omicidi, si muovono nell’algido scenario del concetto; grigio e senza scampo, dinanzi alle aberrazioni non riesce a divincolarsi e si fa cogliere impreparato.
La forma più bassa del sopravvivere consiste nell’uccidere; così Elias Canetti chiosa in Massa e potere. Tuttavia si può sopravvivere in diverse modalità. Colui che sopravvive è chi resta, suo malgrado; a questo genere di sopravvissuto manca lo stupore, quel senso matematico e strano della permanenza in vita al dolore innocente. A colui che uccide invece basta averlo fatto per placarsi. I protagonisti muratoviani però non hanno fretta, non sono colti da furore. Non sono impazienti e collerici. A loro basta sopportare, silenziosamente. E agire, con calma, perché tutto è già compiuto, deve solo essere svelato. Ogni piccolo dettaglio collima, ogni coincidenza, non a caso, ritorna a formare la croce del delitto.
Il tema dell’omicidio dunque viene affrontato da Kira Muratova seguendo un percorso episodico niente affatto scontato. Nel primo viene presentata la crudeltà del corpo femminile privo di vita. C’è una confessione da parte dell’assassino ma il tutto è immerso in un clima talmente inconsueto da sottrarre tutti gli elementi tragici. Diviene una sorta di siparietto, quel corpo martoriato. Un’immagine alla quale restituire dignità solo nella sparizione, nell’allontanamento dalla vista e nella mancanza di movente. Non esiste infatti una vera consapevolezza di ciò che è stato perpetrato ai danni di un altro essere umano ma solo la delirante affermazione di sé. Lucida e pacata confessione di aver ucciso senza un motivo. La caldaia rappresenta il tentativo di occultare definitivamente il cadavere, l’atto osceno, facendolo cremare per non trattenerlo ai bordi della vista nemmeno un minuto di più. Eppure il cadavere non scompare, viene solo chiusa una porta. Resta lì quasi a denunciarne lo scandalo.

Niente succede per caso nella vita. È tutto un mistero ma non è un caso. Nella vita ci sono strade senza uscita e desideri inappagati; e poi il destino che se non lo contrasti ti porterà lui nella direzione che ti è da sempre stata predestinata facendoti ottenere tutto quello che hai giustamente desiderato fin dall’inizio e se lo accetti ti aiuterà e ti proteggerà anche. E se tu non lo contrasterai non ti succederà mai niente di male, Così Ofa, la protagonista del secondo episodio racconta. Una donna compita e glaciale che uccide due volte. Tutti e due i delitti tuttavia hanno una cifra comune, quella che dà il titolo all’episodio: Ofelia, appunto. La prima donna sembra rappresentare l’innocenza della follia, quella stessa scanzonata e fragile dell’Ofelia shakesperiana, contrassegnata al limitare della tragedia dal movimento corporeo e dal non-sense. La giovane donna che viene uccisa da Ofa diviene così il simbolo dell’innocenza che comporta ignoranza e per questo va punita. Come fosse un sacrificio quasi annunciato, Ofa percorre con la giovane le strade diroccate di una città ormai decaduta e infelice dove nessuno sembra essere umano. Ofa è quella umana, paradossalmente, o almeno così essa stessa dichiara. Non c’è nessuna traccia di solidarietà femminile nei confronti di una donna sola e spaesata ma solo il tentativo convulso di voler assomigliare a qualcuno. Prendere le sembianze di quella giovane donna, tanto sola ma felice della propria inadeguatezza, rende Ofa definitivamente un’estranea. Qui Muratova, da grande maestra, riesce a setacciare e a fendere l’animo umano, attraverso il bisturi della macchina da presa. Così rappresenta una serie di scene in cui i gesti delle due donne riuscirebbero quasi a convergere se non fosse per quello scarto incomprensibile della vita altrui. L’inseguimento di Ofa giunge al termine. Così in un sottoscala consuma il delitto. Lo scelus appare nella sua repellente insensatezza. Ma la parabola di Ofelia viene declinata da Muratova nel secondo misfatto. Ofa uccide la madre e riscatta la propria condizione dissomigliante. La madre, una donna arida e meschina, siede su un gradino vicino ad un porto. Tiene un libro in mano: la storia di Ofelia, che per il suo orrendo destino muore in acqua.

Nel terzo episodio dal titolo “La morte e la fanciulla” la prima scena è eloquente: un gatto molto affamato cerca di ghermire un pollo. Già morta, la carne bianca rappresenta l’innocenza dileggiata e oltraggiata fino allo spasmo. La brama felina si accanisce. Senza motivo certo, ma con un preciso intento che è quello di chetare la propria fame. La giovanissima fanciulla che vive insieme al nonno, stufa di essere trattata come una piccola reclusa, lo uccide con il veleno per topi. Non la si può giudicare in alcun modo, come capita a tutti i personaggi di Muratova che compiono i delitti quasi distratti da un’atmosfera di perpetua ilarità. L’ironia è mista alla noia, alla malinconia e a quel sottile sentimento di ipocondria imperante che tanto contraddistingue lo spirito letterario russo. L’amnesia è la soluzione ideale. Impossibile essere sempre nel giusto, significherebbe distruggere se stessi. Dalle parole di Goethe, le battute finali del film che chiudono il terzo episodio, rappresentano la sintesi di quanto fino ad ora non è stato espresso da nessuno dei protagonisti. La mancanza di giudizio nei delitti commessi non può che finire in un’amara constatazione, non moralista ma disincantata, di quanto è avvenuto. L’amnesia, di cui parla il vecchio che ancora non sa di aver ingerito il veleno, è quella malattia che non consente di ricordare e che apparentemente salva dalla storia. L’amnesia assolve, come il perpetuo sonno di una sindrome astenica.