finestre
Marta Ajò
PATRIMONIO. UNA STORIA VERA di Philip Roth
«Siamo in posa, in costume da bagno, un Roth dietro l'altro, sul prato antistante la pensione di Bradley Beach dove la nostra famiglia affittava una camera da letto con uso cucina ogni estate per un mese. E l'agosto 1937. Abbiamo quattro, nove e trentasei anni. Ci drizziamo verso il cielo formando una V, di cui i miei sandaletti sono la base appuntita e le spalle larghe di mio padre - tra le quali è perfettamente centrata la faccia furba da folletto di Sandy -le due imponenti terminazioni della lettera. Si, quella che spicca sulla foto è la V di Vittoria: di Vittoria, di Vacanza, di retta e distesa Verticalità! Eccola, la linea maschile, intatta e felice, in ascesa dalla nascita alla maturità!» .
Herman è il padre di Philip Roth, quello da cui egli erediterà il patrimonio degli esempi, delle decisioni, della semplicità, dell’amore per la vita.
Herman è un padre testardo, forte, amorevole, di cui il figlio, l’autore, stenta ad accettare il declino, la fine, combattuta fino all’ultimo dalla sua prepotente voglia di vivere e di combattere.
Di quest’uomo, la narrazione guarda ed accompagna con ansia e dolore l’ultimo percorso mentre la mente ricorda, colma d’amore, tutti quelli fatti insieme nella vita.
Da quando bambino, si drizzava insieme al fratello, sotto la Vetta di un padre che li sovrastava e li proteggeva, a formare la V metaforica del loro amore.
Un libro, si, ma una storia vera, raccontata con maestria da Philip Roth, di cui si scopre, ad ogni pagina, ad ogni paragrafo, l’umanità che ce lo fa sentire più vicino, pur senza indulgere sui sentimenti, scarno e pragmatico fino alla fine:“Morire è un lavoro e lui è un gran lavoratore. Morire è orribile e mio padre stava morendo”.
* Foto di Giusy Calia