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  sabato 31 luglio 2010 Francesco Marotta - I nomi della luce Registrazione 
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giardini

 

Francesco Marotta

 

I NOMI DELLA LUCE

 

 

I nomi della luce di Francesco Marotta

 

 

  Pupille di uragano di Francesco Marotta

Ferma lo sguardo il viaggiatore stanco sulle rive del fiume e sulle pietre erose dal moto e dalle maree che implacabili sfrangiano la costa e distruggono i profili certi disegnati da viaggiatori antichi, cerca la parola che spiega e che chiarisce, che mostra il volto e il vero nome della luce.

E’ tempo di fermarsi, tempo di capire e di aprire le viscere della terra, d’aprire le frontiere,  tempo di scavo, tempo di miniere a cielo aperto. Che si squarci il cielo e che si tolga il velo che annebbia la pupilla. Ce la farai? Avrai il coraggio d’andare fino in fondo? Di scendere nel pozzo brulicante di vermi e di anguille fangose, di sanguisughe, di apparenze melliflue e velenose, di pietre coperte da muffe millenarie?

C’è tempo dici e dici che è questo il tempo, tempo di aprire la bocca e il labbro, il mondo è pronto  a ricevere il seme germogliante che uscirà come filo di discorso logico e tesserà la storia che è già scritta prima ancora che lo fosse e che aspetta chi la decifra. Tempo di fine, tempo di gridare e di andare dove nasce la pietra  e sgorga il masso, dove la  montagna s’allarga e si protende verso il cielo. Arriverà la tua lingua così in alto? Sarà capace di lambire le cime e di catturare vocali e consonanti ?

Antonella Pizzo


libertà.jpg

(foto di Giusy Calia)


Nei versi di Marotta vi è una spinta inesausta di ricerca di senso. È un cammino, potremmo dire, quasi un percorso per tappe e innumerevoli visioni. Un cammino di conoscenza del sé profondo e del prisma luminoso che affranca il creato. Marotta racconta della caducità e dello stordimento umano dinanzi all’eventualità dell’alfabeto, della nominazione, potremmo dire, di ciò che vede all’orlo dell’occhio. Quello che si apre appare in un tempo percepibile da più sensi. Come se il senziente-lettore potesse cogliere il grido e l’ombra rispettivamente della parola e della luce. L’occhio si trasfigura nella rifrazione della visione avvertendo il dritto e il rovescio degli enti. Lo avverte ontologicamente, si potrebbe azzardare, in quanto capace di sinestesie metafisiche. Così la pupilla di grandine diviene il rifugio e il porto da cui salpare, ogni volta. L’iridologia sta nella memoria dell’occhio che, simile ad una mappa, racconta di sottosuoli e luci che nascono come semi nella terra e che, sebbene fisicamente invisibili, irradiano. Eppure nella raccolta di Francesco Marotta sta un’ineludibile consapevolezza del paradosso.

C’è sempre un’ombra /che ci somiglia,/rinserrata in noi, nelle pupille,/come cenere nell’urna,/come una vela nel porto/alla fine d’una lunga traversata./La strada degli occhi/è costellata di onde/che il giorno visita una ad una/prima di immergersi nella purezza/di quarzo degli abissi.

Occhio come fine delle cose del mondo. Pupilla come pellicola di luce che si fa lanterna magica. È uno specchio, la pupilla, un’impressione che col solvente diventa altro-da-sé. Ciò di cui si ha memoria nella traccia ottica risente dell’ora debole.

E’ cammino di voci/che bussano alle tempie/in cerca di dimora,/è fiochi grani di pollini/vaganti in reti di alveare,/è lingue di sorgente in attesa/del deserto in cui svanire./Pensa una rosa di nessun luogo,/la rosa dei miraggi,/nella cui luce il tempo/schiuma unguenti di destino,/e senza suoni/guarisce la ferita delle sabbie.

E ancora:

Siamo in quest’attimo sospesi,/in questo vento deserto/che nessuna fiamma/potrebbe sbrinare./Siamo la memoria che cresce/su resti di bivacchi solitari –/il fiore oscuro/che sorveglia il canto/illuminato a giorno/dai silenzi che trascina.

Come ricorda Severino, “solo l'uomo si raccoglie attorno al proprio grido, in assenza degli eventi che l'hanno provocato”. Così Marotta setaccia l’ombra e ne capta la sostanza. La luce così, nel suo ascolto, richiama il peso dell’assenza e del silenzio. Richiama forse lo scacco linguistico del non saper più dire l’ulteriorità, rifacendosi ad un principio di trascendenza (mancata).

Luce/nel cavo di una mano/che traversò l’estate/col suo carico di foglie –/figlia dell’acqua,/madre delle fonti,/soglia seminata d’albe/dove anche il buio/si fa prodigio di bagliori,/scrigno di presenze,/calice di sogni/dove il dio che cerchi/è l’ombra in forma di lampo/che beve alle labbra/del tuo desiderio –/illumina le strade/di chi ha occhi/capaci di sentire/l’eco inavvertita dei suoi passi.

Quell’alfabeto misterioso inscritto non solo nell’uomo ma nella natura tutta fa della parola poetica di Marotta una radura di cui si riesce ad avvertire il bagliore. Se anche le pietre hanno un'anima mundi, il principio unificatore sta nella parola, nella capacità di chiamare la molteplicità tutta a sè. In un unico palpitante vociare.

Alessandra Pigliaru



Libertà 2.jpg

(foto di Giusy Calia)




E’ un fermarsi, una pausa tra i passi del giorno, il respiro poetico di Marotta. I passi della vita si fermano in riva al fiume e le soste sono momenti di riflessione e di ‘scavo’.

E’ tempo di parole/che al vento ricrescono/come ali di ghiaccio, così sono le parole del poeta in questa raccolta: parole che ricrescono e che ci portano a: Le parole della notte/crescono fin dentro il palmo,/costringono il respiro/intorno al suo asse azzurrato. Ma le parole sono anche materia che riempie e colma:  Le parole per dire/la distanza incolmabile/tra gli steli e la mano/le possiede il silenzio. Tutto nasce e si forma tra le sillabe e i suoni che formano i pensieri.

Anche le pietre hanno pupille/che cercano la luce –  e la luce è materia fondante di questi versi, il trait d’union tra passaggi e respiri, ombre e echi, sillabe immobili “mentre le labbra ascoltano/i passi dell’aurora”.

La luce è ciò a cui tutti aspiriamo, è il movente del nostro arrestarci per guardare oltre, è il segnale del mutamento ma anche il sottolineare idee e concetti, ma soprattutto è Poesia. Nel sigillare parole, nel diluire sillabe, nel frazionare versi, la luce è uno spiraglio che si intrufola e che fornisce ritmo al respiro e ampiezza ai pensieri. Ritrovarsi dopo il cammino e cucire frammenti di luce in cerca dell’unica grande vera Luce. Il poeta illumina gli angoli bui, i sottoscala della mente e li unifica a sprazzi d’azzurro, siano lembi di cielo o pozze d’acqua di fiume che corre verso la verità e la profondità dell’essere.

Morena Fanti

 ***

 

 

 

 

 

I    N O M I    D E L L A    L U C E

 

 

 

Se potesse lo sguardo

consumato dalla febbre del cammino,

fiume senza requie di memorie,

fermarsi a rimirare

gli orli feriti delle immagini

che costellano le rive,

e osservasse le pietre

dove frange la marea dei giorni

come un uccello fissa il proprio volo

negli specchi del cielo, anche il nulla

di cui fa fede la risacca

illimitata dei miraggi

sarebbe un silenzio che bordeggia

cinto di deserti rifioriti,

il mistero che si schiude

dal grembo di neve dell’aurora,

la gemma che s’annuncia

nel respiro profondo della pioggia,

l’astro delle stagioni

che fascia i calici dell’anima.

Sarebbe voce

stagliata su orizzonti di vertigine,

alfabeto di fuochi in fondo al mare,

e i nostri volti, tutti,

gli infiniti nomi della luce.

 

 

 

 

 

 

Pupille di uragano

nel lievito ondoso

di fanghiglie innevate

e fiori cicatrizzati

nell’abbraccio color muschio

delle pietre – scroscianti

palpebre di sere

in lenta fiamma

davanti al grido vanescente

di uccelli di nebbia.

E’ tempo di parole

che al vento ricrescono

come ali di ghiaccio,

lingue accampate

in cavità di tempo,

un labbro sopra l’altro

come chi assiste al rito

di vele alla deriva

incantate da immobili maree.

 

 

Sul volto di una pietra

levigata da lingue di sorgente,

i segni di luoghi aperti

a venti di visione –

le orme del tempo e l’acqua,

a immagine del cielo,

che si avvicina

a cavità di quarzo

con mani colme

del lume delle fonti.

Domani sarà un flauto

che risale l’aria e incastra

suoni nelle lettere del mondo,

una guglia accesa

su cattedrali d’alghe,

oppure uno sterpo,

un rivo di sabbia dove l’ombra

s’imbevera d’azzurro

come una foglia arsa

all’apice dei sogni.

Domani sarà albero o stelo

di granito, pupilla in volo

o cieco affluente di memoria,

sarà fiamma, pioggia,

luna trapassata d’echi,

forma indefinita, pulviscolo,

pensiero –

domani sarà una rosa,

verdissima linfa

che soffia luce all’alba.

 

 

 

Nidifica nel silenzio

degli occhi

la luce albeggiante

partorita da un cielo

tuttostelle –

luce che vigila

la piaga risanata

delle ombre,

indecifrabile volo

di ali non scritte,

invetrate di simboli,

respiri al traino

di spazi senza notte.

Il canto ubbidiente

del buio

rovescia immagini

morse d’immenso

nella clessidra dello sguardo –

paesaggi

seminati di brine,

gemme eternate

nel sogno millenario

delle sabbie.

 

 

 

 

Pensa un istante sottratto

a dimore d’inchiostro,

una sillaba refrattaria

a immobili eternità di alfabeto.

Pensa una figura che s’immilla

e s’inoltra in sconosciute

migrazioni d’esilio,

in terre silenti di un tempo

fuggito dal seno

di meridiane estinte.

Pensa. E poi pensa.

Il nulla che attraversa la mente

e rovescia in cristalli di sonno

lo sciame lunare di un grido,

ha il volto schiarito

dell’ultima pagina

conquistata a fatica –

è una lacrima che traghetta

fuochi, pupille di faro

colme del gelo di astri mai nati.

 

 

Fossimo lo sguardo

che si arena

in un guado

sorvolato d’astri,

una parola

svanita nell’eco

di insondabili richiami,

che si nasconde

agli specchi

mentre naufraga

l’inverno

in torbe di silenzio.

Nel disgelo che esala

millenarie devozioni

di fuochi, quieto

si arresta il volo

alle porte di una gemma

che negli occhi

rosseggia.

 

 

 

 

 

Luce

nel cavo di una mano

che traversò l’estate

col suo carico di foglie –

figlia dell’acqua,

madre delle fonti,

soglia seminata d’albe

dove anche il buio

si fa prodigio di bagliori,

scrigno di presenze,

calice di sogni

dove il dio che cerchi

è l’ombra in forma di lampo

che beve alle labbra

del tuo desiderio –

illumina le strade

di chi ha occhi

capaci di sentire

l’eco inavvertita dei suoi passi.

 

 

 

 

Sera insaziabile

di una luce ebbra

esplosa in lampi di roseto,

sera divampata

nella speranza

di una seconda nascita

in forma di pupilla.

A noi basta sapere

ciò che nell’ombra accade,

quando nell’esile

inciso del tramonto

si staglia un fiore

partorito dalle ceneri

del giorno.

A noi compete

solo il bagliore illune

della spina, memoria

raggelata di petali

e di linfa – ormai lontana,

sul sentiero che conduce

alla dimora delle origini,

la chioma illuminata,

coronata di presenze,

dell’altro che nel silenzio

ci cammina al fianco

e si fa notte per contenere

la chiarità dei passi.

 

 

 

Schegge di suono

rapite alla luce delle messi –

l’eco che sfocia

a delta nel crepuscolo

è traccia vociante

per la notte in attesa,

rifluita estasi di grani

separata dall’onda grigio oro

dove la morte frange.

Stormi leggeri

sospinti da venti di memoria

ricoprono il tramonto,

stille di mille ali

cresciute come lacrime

nel palmo, già trascorse

pupille di sorgente

nel lontano.

 

 

 

Erbe al passo delle fonti,

con nomi d’alberi e di stelle

iscritti in libri d’ore,

segnati dal labbro

rossofuoco del deserto.

Domani porta con sé

reliquie di respiro,

il lampo immutato

di occhi risanati

con linfe di visione.

Le parole per dire

la distanza incolmabile

tra gli steli e la mano

le possiede il silenzio –

indicibili rose d’abisso

germogliate

all’insaputa degli occhi

tra le pagine d’ombra

di memorie mai scritte.

 

 

 

Mani che annaspano nell’aria

dietro ombre salpate

al richiamo di un faro –

mani che stringono

le stesse parole mute

che il polline semina nel vento

per salutare l’esilio

della foglia dalla spina.

Mani arrese

a un volto che si scioglie

come la terra d’autunno

in un abbraccio d’acque,

come la notte

a un passo dall’addio

che marchia il cielo

col rosso del suo sguardo,

prima di immergersi

per legge di silenzi

nella luce improvvisa

di non visibili tracce.  

 

 

 

Anche le pietre hanno pupille

che cercano la luce –

schiumano muschi e pozze

di salnitro, innervano fonti

e sonnolente eredità di lune,

solchi baciati da lampi d’umidore,

acque sonore sul labbro d’ombra

dove respira il migrare delle ore.

Aprono soglie in lenti di granito,

tratti di mare imprecisati

che insistono di risacche

sull’orizzonte di una vela,

aiutano le nevi a farsi fiamma,

custodi dell’oro degli sguardi

in scrigni d’ali, reliquiari

segreti delle lacrime del cielo.

Forse vivere è soltanto

specchiarsi nel volto d’una pietra,

generare desideri di luce

da immobili siti di sabbie

assiemate in un grido –

scoprire che la luce è una distesa

infinita di cristalli di volo,

sostanza delle origini

evasa dal diluvio

per librarsi in forma di chiarore

e risalire lungo derive d’anni

fino al silenzio dove dio si sogna.

 

 

 

 

 

Le parole della notte

crescono fin dentro il palmo,

costringono il respiro

intorno al suo asse azzurrato,

arrese all’eco profonda

che incanta le dita –

vele silenziose

nel lampo intermittente

di ombre protettive, inquiete

di incomprensibili visioni

disserrate dalla pupilla

di uno stormo attardato.

L’estate che dalle ali sciama

verso il buio, indolente

riposa in certe sillabe

di mai disperse nevi –

s’aggruma oltre il margine

che sbrina nel chiarore,

risale l’acqua di un antico sole

stringendo in bocca alghe

dal luminoso stagno delle ore.

 

 

 

 

 

Nessun fiore

nello spazio sabbioso

di urne di canto – solo la polvere

dice di un astro venuto a lambire

per strade di fiamma

la sorgente dove lo stelo

si veste d’immenso

e s’affila nell’orbita

di cieli scoperti per caso.

Nessun fiore racconta alla voce

le sue storie di un giorno

covate tra febbri e radici –

quando sporge oltre i bordi

bagnati di luce

a contemplare la chiarità

di una morte sapiente,

il colore dissolto nel fango

di un’acqua ormai cieca.

 

 

 

Lascia incolti gli specchi del silenzio

la pupilla di un fiume – antica,

perpetua nel suo sottrarsi

alla carezza evocata

da ciò che non ha voce.

Chi grida speranze

dalla cenere immobile del tempo,

attende che il suo vaso si colmi

dell’anima di un fiore –

dei suoni d’acqua

che inconsapevoli corrono

alla caduta nella tenebra del mare.

La luce che lievita

con lo stesso nome, declinando

aggiunge fiamme al fuoco,

ore alla clessidra –

prima che il labbro della sera

strappi corde chiare

dall’arco del suo canto.

 

 

 

 

 

 

L’occhio segreto

di una rosa innevata di giorni

contempla sui bordi del cielo

sciami di luci alate

partorite da spine di pietra,

s’immerge nella purezza

d’acqua del silenzio.

A te che attendi

dalla misericordia dell’aurora

il dono di un fuoco fiorito,

una sorgente accesa

tra le sillabe di sabbia

del tuo volto, l’inudibile

dio che libera nell’aria

il vento del disgelo

colma la pupilla di presenze,

un concilio di immagini

raccolte in taciti,

liquidi cristalli di sale.

Tu le chiami lacrime,

schegge di mondo

che il nulla strappa a un grido –

ma il nulla è nella mano

di chi sigilla il varco,

cancellando quelle tracce

d’infinito dal suo ciglio.

 

 

 

 

Il cielo della sera

si riconosce da albedini di canto

consacrate a una lingua

d’incontrollabili voli

stagliati sul confine delle ombre –

traspare da un occhio di mare

preso d’assalto da grani lunari,

ombre migranti

che dalla sua pupilla a schiere

si addensano a simulare

angeli annottati, miniati

nel libro d’ore del risveglio.

La rosa che cresce

nell’eco di richiami cristallini,

tra parole sognate in più terrestri

fibre d’esistenza, somiglia

una stella, evasa dal ghiaccio,

che si distende in geometrie

di luci, pulsa in corolle

smeraldine di scintille,

s’insinua in cicatrici oblique

di visioni, s’arresta nella mano

che costringe la rotta del migrare

in angoli di pace. E dura.

Sussurra oltre il tempo

delle labbra - il tempo che avanza

alla carità dei pollini

per rianimare pozze d’acque assenti.

 

 

 

 

Il calice inviolato

di memoria

su cui talvolta posano le labbra

al lume d’invisibili presenze,

conserva la neve segreta

sposa dei boschi,

il bagliore dove dio si mostra

nel vento sempreverde

di una gemma.

Il suo occhio

che d’un tratto s’illumina

nell’eco sotterranea

di una fonte,

fruga tra le brume fumanti

l’ombra dalle mille braccia

nella cui stretta farsi corpo,

albero, eternità migrante

in un respiro.

 

 

 

 

Specchiata nel lume ghiaccio

della notte, lingua e canto

di terre azzurrate in pozze di luna,

la costellazione

invisibile di un seme.

Nessun colore lo trattiene,

la sua sola memoria

è un passato

votato a diventare foglia

nel silenzio materno dell’ombra.

Corre come olio

evaso da lampade di tenebra,

annaspa nella vertigine

fonda di una zolla, schiude

dimore d’oasi tra i sassi –

inaccessibile respiro

dell’anima che si fa voce

e parla dalle labbra della luce.

 

 

 

 

Sotto il flutto che inebria

sillabe levate in volo

verso terre senza ritorno,

pietre votive accendono

lampade di muschi

tra le cui reti si disseta

un astro – occhio di mare

sospeso nel lampo di una voce.

La mano che tremante

traccia il solco, per chiudere

entro margini d’inchiostro

pagine interminate

di deserto, strappa al vuoto

bagliori di cometa, brucia

distanze, si accampa nel grido

di stagioni increate

da varcare – scopre che il cielo

con altre immense dita

sta colorando l’alfabeto

dei suoi segni, l’enigma

che brilla nel migrare.

 

 

 

Renitente mattino invernale –

i passi assonnati

si trascinano

frammenti di ieri,

segni illeggibili

di mappe chiazzate di neve,

presenze intraviste

al lume del freddo

che agli occhi rimanda

immagini di non sai quali

paesaggi, sentieri.

Siamo in quest’attimo sospesi,

in questo vento deserto

che nessuna fiamma

potrebbe sbrinare.

Siamo la memoria che cresce

su resti di bivacchi solitari –

il fiore oscuro

che sorveglia il canto

illuminato a giorno

dai silenzi che trascina.

 

 

 

 

C’è sempre un’ombra

che ci somiglia,

rinserrata in noi, nelle pupille,

come cenere nell’urna,

come una vela nel porto

alla fine d’una lunga traversata.

La strada degli occhi

è costellata di onde

che il giorno visita una ad una

prima di immergersi nella purezza

di quarzo degli abissi.

E’ cammino di voci

che bussano alle tempie

in cerca di dimora,

è fiochi grani di pollini

vaganti in reti di alveare,

è lingue di sorgente in attesa

del deserto in cui svanire.

Pensa una rosa di nessun luogo,

la rosa dei miraggi,

nella cui luce il tempo

schiuma unguenti di destino,

e senza suoni

guarisce la ferita delle sabbie.

 

 

 

 

Il salice

che sussurra alla fonte

parole affrancate dalla morte,

ha occhi bambini

consegnati a legami d’amore,

penetrati di luci ineludibili

fiorite in terre di ogni dove.

Salice – fuoco azzurrato

di chiarori ribelli

agli specchi dell’aria,

dove gli astri s’incontrano

e si scambiano gli occhi

senza riconoscersi –

ala fraterna

venuta da cieli di diluvio

per farsi ramo,

abbraccio di radici,

fronda flessuosa

china fino alle labbra

di chi dispera il sogno,

l’ombra di un volo,

e vive, creatura dei tramonti,

il legame perenne,

indissolubile,

col dolore che sale dalle zolle.

 

 

 

La morte si rivela

sostanza di silenzi,

se al suo passaggio

spezza il legame

coi volti che vivono

al traino della voce –

la morte è muto labbro

di ghiacce albedini d’abisso,

ombra senza volo

partorita dalla cenere

di un lume –

è calce che indossa

il colore dell’erba

per incantare l’alba

e murare gli occhi

nelle dimore della neve.

Eppure il suo passo

non cancella l’eterno

turbine che dal cerchio

di immagini spente al giorno

fa rifiorire nuove sillabe

in luce d’acqua –

la morte fugge da sempre

lo spazio sacro delle fonti.

 

 

Nell’ascolto della luce

la voce per dire

l’indicibile del giorno

sprofonda nel peso

di silenzi senza eco,

corre a ritroso

il cammino delle sue ferite,

margini brinati

dove sanguinano mute

le stelle, gli alberi,

il canto intraducibile

che sorregge un volo,

il fuoco, l’ombra –

cancellati

nello specchio finito

di ciò che è semplice fiato,

calco rovesciato

dell’alfabeto misterioso,

inviolato della vita.

 

 

 

 

Ramifica intorno alla voce

l’iridescente muschio

verdebuio,

occulta arsura

galleggiante

nel pozzo delle mani,

ultimo porto di luce

nel declinare aspro dell’estate.

Presto anche il polline

troverà dimora

in estasi di tuono

e una parola, tremula luna

in respiri di passaggio,

allaccerà i suoi occhi

alle vene rosseggianti

di una foglia –

parola àncora

in acque inavvertite

di piovasco –

indicibile come il lampo

che cava dalla pietra un grido

e trapassa il silenzio

appesantito d’ombre

della rosa che imbianca

sul crepuscolo.

I fiori dell’autunno

ci parlano dal cupore fondo

che ha il luccichìo

dell’anima dei morti.

 

 

 

Sigilla nella purezza del gelo

l’alfabeto sulle cui ali

attraversi i giorni,

trascinando di soglia in soglia

il dolore di una luce

che non ha più parole.

L’estasi immillata di presagi

di un petalo che cade

nell’onda di risacche d’erba,

il faro sempreluce

racchiuso nello scrigno

di un grido di gabbiano,

cercano il porto in carità di nevi,

si fanno vela nel vento

che stempera il fuoco

dei pensieri,

e da maree di tempo

cercano la lingua dei tuoi occhi.

 

 

 

 

Pupilla di grandine

che accende

il fuoco antico delle messi,

pupilla dove rimpatria

il pane raccolto dal vento,

impastato con mani

di sillabe notturne –

la luce che sprofonda in te,

nelle tue ghiacce arterie,

riemerge stringendo nel pugno

breviari per il giorno

e spine dove si aduna l’acqua –

luce, lingua di seme

che sbuca da cunicoli di zolla

per annunciare all’aria

nuove stirpi d’ali,

i segni rivelati

di chi dalla morte risale

portando in bocca

il lume degli abissi,

lettere indelebili di fiamma.

 

 

 

 

Risonante ombra

frammezzo gli occhi

di una stella incisa a punta,

a strali, o sulle ali

offerte in voto

a un angelo di marmo –

ombra che regge

la repentina luce

che nomina, oscurandoli,

i ceri di un grido e della sera.

Qualcosa sbarra il passo

a transiti di luna –

stellalbe deserte

sul ciglio di una rupe

o gli occhi del cielo

rilucenti di schiuma verdefaro.

Qualcosa d’incompiuto,

nell’ora che s’innalza

come una preghiera

sul margine più quieto

di silenzi arresi

a interminabili, luminosi

baratri di gigli.

 

 

 

Riconoscere la veste di sabbia

che serve al dolore

per mascherare

il silenzio della lingua,

il deserto che sibila

dune abissali

sulla pagina degli anni

listata di ferite.

Ma ciò che guardi

è neve scivolata

in calici di fiamma,

in un lontano di assenze

scavato come un solco

tra le ciglia –

neve solidificata

in grani di rimpianto,

il corpo d’acqua murato,

incapace di varcare

soglie di clessidra,

farsi grappolo maturo

a una preghiera che sa di fame,

al volo a spirale, planante,

degli uccelli del giorno.

Acqua che non conosce,

non nomina, non cura,

non immagina,

non si accosta,

ma vacilla, si allontana,

si spoglia, si rinserra –

non mai si nega

all’arsura che urla dalla riva.

 

 

 

 

Echi di dislagate foci,

fronte di stelle

rese invisibili

da sigilli d’acqua

e fiori cifrati di marea.

L’altro nome di una foglia,

l’altra spina di un nome,

è tempo di sillabe

immobili,

quasi un delirio

dell’albero che graffia

respiri di luce

dalla brina

che aggruma le radici

in sterpi di rogo

senza fiamma.

Echi di foci e stelle,

nell’istante,

sconosciuto agli occhi,

in cui la voce valica

i confini della sua dimora,

s’immette ignara

in terre d’increato,

mentre le labbra ascoltano

i passi dell’aurora.

 

 

 

 

 

 

 

S’inarca il fuoco

di un fiume

mareggiante d’ali

trattenuto dal vento

a un passo dalla foce,

dialoga con la notte

dai pori accesi

dei suoi mille occhi,

e l’eco riporta

cristalli azzurrati

di perdute sorgenti,

l’infanzia

offerta in dono

alla sete della terra

e delle stelle.

Dalla sua ombra

prendi solo quanto basta

per farti mondo

e orientarti

su strade d’uragano,

camminare tra spine

di boschi pietrificati

e luci che fuggono

al riparo delle pietre,

lo sguardo filtrato

da corpi trasparenti

in bilico nell’aria

che tace di faville,

e ti apre il varco

alle distese di un canto

senza voce.

 

 


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