I N O M I D E L L A L U C E
Se potesse lo sguardo
consumato dalla febbre del cammino,
fiume senza requie di memorie,
fermarsi a rimirare
gli orli feriti delle immagini
che costellano le rive,
e osservasse le pietre
dove frange la marea dei giorni
come un uccello fissa il proprio volo
negli specchi del cielo, anche il nulla
di cui fa fede la risacca
illimitata dei miraggi
sarebbe un silenzio che bordeggia
cinto di deserti rifioriti,
il mistero che si schiude
dal grembo di neve dell’aurora,
la gemma che s’annuncia
nel respiro profondo della pioggia,
l’astro delle stagioni
che fascia i calici dell’anima.
Sarebbe voce
stagliata su orizzonti di vertigine,
alfabeto di fuochi in fondo al mare,
e i nostri volti, tutti,
gli infiniti nomi della luce.
Pupille di uragano
nel lievito ondoso
di fanghiglie innevate
e fiori cicatrizzati
nell’abbraccio color muschio
delle pietre – scroscianti
palpebre di sere
in lenta fiamma
davanti al grido vanescente
di uccelli di nebbia.
E’ tempo di parole
che al vento ricrescono
come ali di ghiaccio,
lingue accampate
in cavità di tempo,
un labbro sopra l’altro
come chi assiste al rito
di vele alla deriva
incantate da immobili maree.
Sul volto di una pietra
levigata da lingue di sorgente,
i segni di luoghi aperti
a venti di visione –
le orme del tempo e l’acqua,
a immagine del cielo,
che si avvicina
a cavità di quarzo
con mani colme
del lume delle fonti.
Domani sarà un flauto
che risale l’aria e incastra
suoni nelle lettere del mondo,
una guglia accesa
su cattedrali d’alghe,
oppure uno sterpo,
un rivo di sabbia dove l’ombra
s’imbevera d’azzurro
come una foglia arsa
all’apice dei sogni.
Domani sarà albero o stelo
di granito, pupilla in volo
o cieco affluente di memoria,
sarà fiamma, pioggia,
luna trapassata d’echi,
forma indefinita, pulviscolo,
pensiero –
domani sarà una rosa,
verdissima linfa
che soffia luce all’alba.
Nidifica nel silenzio
degli occhi
la luce albeggiante
partorita da un cielo
tuttostelle –
luce che vigila
la piaga risanata
delle ombre,
indecifrabile volo
di ali non scritte,
invetrate di simboli,
respiri al traino
di spazi senza notte.
Il canto ubbidiente
del buio
rovescia immagini
morse d’immenso
nella clessidra dello sguardo –
paesaggi
seminati di brine,
gemme eternate
nel sogno millenario
delle sabbie.
Pensa un istante sottratto
a dimore d’inchiostro,
una sillaba refrattaria
a immobili eternità di alfabeto.
Pensa una figura che s’immilla
e s’inoltra in sconosciute
migrazioni d’esilio,
in terre silenti di un tempo
fuggito dal seno
di meridiane estinte.
Pensa. E poi pensa.
Il nulla che attraversa la mente
e rovescia in cristalli di sonno
lo sciame lunare di un grido,
ha il volto schiarito
dell’ultima pagina
conquistata a fatica –
è una lacrima che traghetta
fuochi, pupille di faro
colme del gelo di astri mai nati.
Fossimo lo sguardo
che si arena
in un guado
sorvolato d’astri,
una parola
svanita nell’eco
di insondabili richiami,
che si nasconde
agli specchi
mentre naufraga
l’inverno
in torbe di silenzio.
Nel disgelo che esala
millenarie devozioni
di fuochi, quieto
si arresta il volo
alle porte di una gemma
che negli occhi
rosseggia.
Luce
nel cavo di una mano
che traversò l’estate
col suo carico di foglie –
figlia dell’acqua,
madre delle fonti,
soglia seminata d’albe
dove anche il buio
si fa prodigio di bagliori,
scrigno di presenze,
calice di sogni
dove il dio che cerchi
è l’ombra in forma di lampo
che beve alle labbra
del tuo desiderio –
illumina le strade
di chi ha occhi
capaci di sentire
l’eco inavvertita dei suoi passi.
Sera insaziabile
di una luce ebbra
esplosa in lampi di roseto,
sera divampata
nella speranza
di una seconda nascita
in forma di pupilla.
A noi basta sapere
ciò che nell’ombra accade,
quando nell’esile
inciso del tramonto
si staglia un fiore
partorito dalle ceneri
del giorno.
A noi compete
solo il bagliore illune
della spina, memoria
raggelata di petali
e di linfa – ormai lontana,
sul sentiero che conduce
alla dimora delle origini,
la chioma illuminata,
coronata di presenze,
dell’altro che nel silenzio
ci cammina al fianco
e si fa notte per contenere
la chiarità dei passi.
Schegge di suono
rapite alla luce delle messi –
l’eco che sfocia
a delta nel crepuscolo
è traccia vociante
per la notte in attesa,
rifluita estasi di grani
separata dall’onda grigio oro
dove la morte frange.
Stormi leggeri
sospinti da venti di memoria
ricoprono il tramonto,
stille di mille ali
cresciute come lacrime
nel palmo, già trascorse
pupille di sorgente
nel lontano.
Erbe al passo delle fonti,
con nomi d’alberi e di stelle
iscritti in libri d’ore,
segnati dal labbro
rossofuoco del deserto.
Domani porta con sé
reliquie di respiro,
il lampo immutato
di occhi risanati
con linfe di visione.
Le parole per dire
la distanza incolmabile
tra gli steli e la mano
le possiede il silenzio –
indicibili rose d’abisso
germogliate
all’insaputa degli occhi
tra le pagine d’ombra
di memorie mai scritte.
Mani che annaspano nell’aria
dietro ombre salpate
al richiamo di un faro –
mani che stringono
le stesse parole mute
che il polline semina nel vento
per salutare l’esilio
della foglia dalla spina.
Mani arrese
a un volto che si scioglie
come la terra d’autunno
in un abbraccio d’acque,
come la notte
a un passo dall’addio
che marchia il cielo
col rosso del suo sguardo,
prima di immergersi
per legge di silenzi
nella luce improvvisa
di non visibili tracce.
Anche le pietre hanno pupille
che cercano la luce –
schiumano muschi e pozze
di salnitro, innervano fonti
e sonnolente eredità di lune,
solchi baciati da lampi d’umidore,
acque sonore sul labbro d’ombra
dove respira il migrare delle ore.
Aprono soglie in lenti di granito,
tratti di mare imprecisati
che insistono di risacche
sull’orizzonte di una vela,
aiutano le nevi a farsi fiamma,
custodi dell’oro degli sguardi
in scrigni d’ali, reliquiari
segreti delle lacrime del cielo.
Forse vivere è soltanto
specchiarsi nel volto d’una pietra,
generare desideri di luce
da immobili siti di sabbie
assiemate in un grido –
scoprire che la luce è una distesa
infinita di cristalli di volo,
sostanza delle origini
evasa dal diluvio
per librarsi in forma di chiarore
e risalire lungo derive d’anni
fino al silenzio dove dio si sogna.
Le parole della notte
crescono fin dentro il palmo,
costringono il respiro
intorno al suo asse azzurrato,
arrese all’eco profonda
che incanta le dita –
vele silenziose
nel lampo intermittente
di ombre protettive, inquiete
di incomprensibili visioni
disserrate dalla pupilla
di uno stormo attardato.
L’estate che dalle ali sciama
verso il buio, indolente
riposa in certe sillabe
di mai disperse nevi –
s’aggruma oltre il margine
che sbrina nel chiarore,
risale l’acqua di un antico sole
stringendo in bocca alghe
dal luminoso stagno delle ore.
Nessun fiore
nello spazio sabbioso
di urne di canto – solo la polvere
dice di un astro venuto a lambire
per strade di fiamma
la sorgente dove lo stelo
si veste d’immenso
e s’affila nell’orbita
di cieli scoperti per caso.
Nessun fiore racconta alla voce
le sue storie di un giorno
covate tra febbri e radici –
quando sporge oltre i bordi
bagnati di luce
a contemplare la chiarità
di una morte sapiente,
il colore dissolto nel fango
di un’acqua ormai cieca.
Lascia incolti gli specchi del silenzio
la pupilla di un fiume – antica,
perpetua nel suo sottrarsi
alla carezza evocata
da ciò che non ha voce.
Chi grida speranze
dalla cenere immobile del tempo,
attende che il suo vaso si colmi
dell’anima di un fiore –
dei suoni d’acqua
che inconsapevoli corrono
alla caduta nella tenebra del mare.
La luce che lievita
con lo stesso nome, declinando
aggiunge fiamme al fuoco,
ore alla clessidra –
prima che il labbro della sera
strappi corde chiare
dall’arco del suo canto.
L’occhio segreto
di una rosa innevata di giorni
contempla sui bordi del cielo
sciami di luci alate
partorite da spine di pietra,
s’immerge nella purezza
d’acqua del silenzio.
A te che attendi
dalla misericordia dell’aurora
il dono di un fuoco fiorito,
una sorgente accesa
tra le sillabe di sabbia
del tuo volto, l’inudibile
dio che libera nell’aria
il vento del disgelo
colma la pupilla di presenze,
un concilio di immagini
raccolte in taciti,
liquidi cristalli di sale.
Tu le chiami lacrime,
schegge di mondo
che il nulla strappa a un grido –
ma il nulla è nella mano
di chi sigilla il varco,
cancellando quelle tracce
d’infinito dal suo ciglio.
Il cielo della sera
si riconosce da albedini di canto
consacrate a una lingua
d’incontrollabili voli
stagliati sul confine delle ombre –
traspare da un occhio di mare
preso d’assalto da grani lunari,
ombre migranti
che dalla sua pupilla a schiere
si addensano a simulare
angeli annottati, miniati
nel libro d’ore del risveglio.
La rosa che cresce
nell’eco di richiami cristallini,
tra parole sognate in più terrestri
fibre d’esistenza, somiglia
una stella, evasa dal ghiaccio,
che si distende in geometrie
di luci, pulsa in corolle
smeraldine di scintille,
s’insinua in cicatrici oblique
di visioni, s’arresta nella mano
che costringe la rotta del migrare
in angoli di pace. E dura.
Sussurra oltre il tempo
delle labbra - il tempo che avanza
alla carità dei pollini
per rianimare pozze d’acque assenti.
Il calice inviolato
di memoria
su cui talvolta posano le labbra
al lume d’invisibili presenze,
conserva la neve segreta
sposa dei boschi,
il bagliore dove dio si mostra
nel vento sempreverde
di una gemma.
Il suo occhio
che d’un tratto s’illumina
nell’eco sotterranea
di una fonte,
fruga tra le brume fumanti
l’ombra dalle mille braccia
nella cui stretta farsi corpo,
albero, eternità migrante
in un respiro.
Specchiata nel lume ghiaccio
della notte, lingua e canto
di terre azzurrate in pozze di luna,
la costellazione
invisibile di un seme.
Nessun colore lo trattiene,
la sua sola memoria
è un passato
votato a diventare foglia
nel silenzio materno dell’ombra.
Corre come olio
evaso da lampade di tenebra,
annaspa nella vertigine
fonda di una zolla, schiude
dimore d’oasi tra i sassi –
inaccessibile respiro
dell’anima che si fa voce
e parla dalle labbra della luce.
Sotto il flutto che inebria
sillabe levate in volo
verso terre senza ritorno,
pietre votive accendono
lampade di muschi
tra le cui reti si disseta
un astro – occhio di mare
sospeso nel lampo di una voce.
La mano che tremante
traccia il solco, per chiudere
entro margini d’inchiostro
pagine interminate
di deserto, strappa al vuoto
bagliori di cometa, brucia
distanze, si accampa nel grido
di stagioni increate
da varcare – scopre che il cielo
con altre immense dita
sta colorando l’alfabeto
dei suoi segni, l’enigma
che brilla nel migrare.
Renitente mattino invernale –
i passi assonnati
si trascinano
frammenti di ieri,
segni illeggibili
di mappe chiazzate di neve,
presenze intraviste
al lume del freddo
che agli occhi rimanda
immagini di non sai quali
paesaggi, sentieri.
Siamo in quest’attimo sospesi,
in questo vento deserto
che nessuna fiamma
potrebbe sbrinare.
Siamo la memoria che cresce
su resti di bivacchi solitari –
il fiore oscuro
che sorveglia il canto
illuminato a giorno
dai silenzi che trascina.
C’è sempre un’ombra
che ci somiglia,
rinserrata in noi, nelle pupille,
come cenere nell’urna,
come una vela nel porto
alla fine d’una lunga traversata.
La strada degli occhi
è costellata di onde
che il giorno visita una ad una
prima di immergersi nella purezza
di quarzo degli abissi.
E’ cammino di voci
che bussano alle tempie
in cerca di dimora,
è fiochi grani di pollini
vaganti in reti di alveare,
è lingue di sorgente in attesa
del deserto in cui svanire.
Pensa una rosa di nessun luogo,
la rosa dei miraggi,
nella cui luce il tempo
schiuma unguenti di destino,
e senza suoni
guarisce la ferita delle sabbie.
Il salice
che sussurra alla fonte
parole affrancate dalla morte,
ha occhi bambini
consegnati a legami d’amore,
penetrati di luci ineludibili
fiorite in terre di ogni dove.
Salice – fuoco azzurrato
di chiarori ribelli
agli specchi dell’aria,
dove gli astri s’incontrano
e si scambiano gli occhi
senza riconoscersi –
ala fraterna
venuta da cieli di diluvio
per farsi ramo,
abbraccio di radici,
fronda flessuosa
china fino alle labbra
di chi dispera il sogno,
l’ombra di un volo,
e vive, creatura dei tramonti,
il legame perenne,
indissolubile,
col dolore che sale dalle zolle.
La morte si rivela
sostanza di silenzi,
se al suo passaggio
spezza il legame
coi volti che vivono
al traino della voce –
la morte è muto labbro
di ghiacce albedini d’abisso,
ombra senza volo
partorita dalla cenere
di un lume –
è calce che indossa
il colore dell’erba
per incantare l’alba
e murare gli occhi
nelle dimore della neve.
Eppure il suo passo
non cancella l’eterno
turbine che dal cerchio
di immagini spente al giorno
fa rifiorire nuove sillabe
in luce d’acqua –
la morte fugge da sempre
lo spazio sacro delle fonti.
Nell’ascolto della luce
la voce per dire
l’indicibile del giorno
sprofonda nel peso
di silenzi senza eco,
corre a ritroso
il cammino delle sue ferite,
margini brinati
dove sanguinano mute
le stelle, gli alberi,
il canto intraducibile
che sorregge un volo,
il fuoco, l’ombra –
cancellati
nello specchio finito
di ciò che è semplice fiato,
calco rovesciato
dell’alfabeto misterioso,
inviolato della vita.
Ramifica intorno alla voce
l’iridescente muschio
verdebuio,
occulta arsura
galleggiante
nel pozzo delle mani,
ultimo porto di luce
nel declinare aspro dell’estate.
Presto anche il polline
troverà dimora
in estasi di tuono
e una parola, tremula luna
in respiri di passaggio,
allaccerà i suoi occhi
alle vene rosseggianti
di una foglia –
parola àncora
in acque inavvertite
di piovasco –
indicibile come il lampo
che cava dalla pietra un grido
e trapassa il silenzio
appesantito d’ombre
della rosa che imbianca
sul crepuscolo.
I fiori dell’autunno
ci parlano dal cupore fondo
che ha il luccichìo
dell’anima dei morti.
Sigilla nella purezza del gelo
l’alfabeto sulle cui ali
attraversi i giorni,
trascinando di soglia in soglia
il dolore di una luce
che non ha più parole.
L’estasi immillata di presagi
di un petalo che cade
nell’onda di risacche d’erba,
il faro sempreluce
racchiuso nello scrigno
di un grido di gabbiano,
cercano il porto in carità di nevi,
si fanno vela nel vento
che stempera il fuoco
dei pensieri,
e da maree di tempo
cercano la lingua dei tuoi occhi.
Pupilla di grandine
che accende
il fuoco antico delle messi,
pupilla dove rimpatria
il pane raccolto dal vento,
impastato con mani
di sillabe notturne –
la luce che sprofonda in te,
nelle tue ghiacce arterie,
riemerge stringendo nel pugno
breviari per il giorno
e spine dove si aduna l’acqua –
luce, lingua di seme
che sbuca da cunicoli di zolla
per annunciare all’aria
nuove stirpi d’ali,
i segni rivelati
di chi dalla morte risale
portando in bocca
il lume degli abissi,
lettere indelebili di fiamma.
Risonante ombra
frammezzo gli occhi
di una stella incisa a punta,
a strali, o sulle ali
offerte in voto
a un angelo di marmo –
ombra che regge
la repentina luce
che nomina, oscurandoli,
i ceri di un grido e della sera.
Qualcosa sbarra il passo
a transiti di luna –
stellalbe deserte
sul ciglio di una rupe
o gli occhi del cielo
rilucenti di schiuma verdefaro.
Qualcosa d’incompiuto,
nell’ora che s’innalza
come una preghiera
sul margine più quieto
di silenzi arresi
a interminabili, luminosi
baratri di gigli.
Riconoscere la veste di sabbia
che serve al dolore
per mascherare
il silenzio della lingua,
il deserto che sibila
dune abissali
sulla pagina degli anni
listata di ferite.
Ma ciò che guardi
è neve scivolata
in calici di fiamma,
in un lontano di assenze
scavato come un solco
tra le ciglia –
neve solidificata
in grani di rimpianto,
il corpo d’acqua murato,
incapace di varcare
soglie di clessidra,
farsi grappolo maturo
a una preghiera che sa di fame,
al volo a spirale, planante,
degli uccelli del giorno.
Acqua che non conosce,
non nomina, non cura,
non immagina,
non si accosta,
ma vacilla, si allontana,
si spoglia, si rinserra –
non mai si nega
all’arsura che urla dalla riva.
Echi di dislagate foci,
fronte di stelle
rese invisibili
da sigilli d’acqua
e fiori cifrati di marea.
L’altro nome di una foglia,
l’altra spina di un nome,
è tempo di sillabe
immobili,
quasi un delirio
dell’albero che graffia
respiri di luce
dalla brina
che aggruma le radici
in sterpi di rogo
senza fiamma.
Echi di foci e stelle,
nell’istante,
sconosciuto agli occhi,
in cui la voce valica
i confini della sua dimora,
s’immette ignara
in terre d’increato,
mentre le labbra ascoltano
i passi dell’aurora.
S’inarca il fuoco
di un fiume
mareggiante d’ali
trattenuto dal vento
a un passo dalla foce,
dialoga con la notte
dai pori accesi
dei suoi mille occhi,
e l’eco riporta
cristalli azzurrati
di perdute sorgenti,
l’infanzia
offerta in dono
alla sete della terra
e delle stelle.
Dalla sua ombra
prendi solo quanto basta
per farti mondo
e orientarti
su strade d’uragano,
camminare tra spine
di boschi pietrificati
e luci che fuggono
al riparo delle pietre,
lo sguardo filtrato
da corpi trasparenti
in bilico nell’aria
che tace di faville,
e ti apre il varco
alle distese di un canto
senza voce.