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  lunedì 8 febbraio 2010 Marina Pizzi - Davanzali di pietà Registrazione 
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giardini

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(foto di Paola Pluchino)

 

 

Per chi ha visto ogni piuma ferita farsi neve nel grembo

 

(Su Davanzali di pietà, di Marini Pizzi, 1-15) di Francesco Marotta

                                                                             

 

 

                    “Tue le spighe macchiate di sangue”

 

 

 

 

Ti guardo mentre sollevi adagio il viso, soffiando via dagli occhi la sabbia dell’ultima caduta – stringi il lampo vocale che coltivi da sempre nel fuoco arcuato di una dimora senza pareti e senza stelle. Tra le tue dita, la rosa del vespero cresciuta all’ombra di una pietra – per disperare la morte col chiarore di quel fiore mai nato. Tu che a ogni pagina insegni il sentiero per risalire il deserto,  e ancora semini nel bianco suoni di strane erbe, tracce di inudibili radici ad ogni passo -  nell’aria che preme all’altezza dello sguardo, nel pozzo prosciugato dove le parole di ieri precipitano lingua e ossa. E avanzi – lentamente. Simile a chi, già parte del vuoto, al vuoto offre il riverbero di un’eco,  la cadenza senza orizzonte e senza rotta della luce segreta a cui si accompagna nel cammino. Solo la tua bocca è chiusa – sbarrata a ogni altra immagine di voce. Di fronte al silenzio che riprende corpo e sangue al tuo passaggio, anche l’alfabeto delle stagioni sarebbe un respiro che si arrende al nulla di storia - polvere che attraversa la terra trascinando nei giorni acqua senza memoria di sorgenti.

 

  

 

*

  

 

 

Scrivere, per te, è naufragare in consapevoli brame di memoria. Sottrarsi all’opaco che di natura è filo di sutura, per consegnarsi intatti al sangue della spiga – alla bocca che grida al cielo la mappa precisa di una piaga. Inabitabile il tempo, tutto il tempo che trascorre su un quadrante privo di radici, senza attesa – se il destino è queste mani, intorno, che chiamano a spartire fortune di docili prede. Che ignorano lo sguardo del lupo, la pupilla che accarezza la neve e rende leggibile la traccia che vi dimora. Raccolta sotto il segno della falce, tu componi l’ora fraterna che rimane – l’acerba vertigine di ogni grano reciso che si offre in pasto all’ombra del suo stelo.

 

  

 

*

 

   

 

E ti levi dai tuoi stessi accenti – come fa l’alba al richiamo senza voce di un lume morente. Ma come il lume, ripensi ogni volta il mare di luce che ti cancella al giorno. Ne conservi l’afrore e

la spuma in ogni sillaba, sai il morso dell’onda che recide sillabe alla mano, al volto le lune che sciamano in spasmi intorno agli occhi. Non è forse il tuo respiro, assorbito nell’estasi che allo sguardo fa sangue dall’iride, la mappa sognata da chi non sa più riconoscere il suo nome? Oltraggiosa è la notte rivelata che ti sbarra il passo, oltraggiosa la cecità di chi ignaro l’attraversa – la notte dalle dita di vetro che ti costringe alle fitte del volo, alla caduta nello stupore lacerante del bianco. All’abbandono indocile all’abbraccio materno di un rivo - mentre intorno, dalle labbra del mondo, non fiorisce che sabbia.

 

  

*

 

  

 

Tu soffi vento e sillabe dalla stella malata che nella gola costruì il suo nido. Di ogni cielo che ti precedeva, hai respirato l’ala che semina grani sulle rive segrete dei morti. Ecco, diranno, mentre 

la calce cola a fiotti dai loro occhi appannati – ecco chi seguita a battere note nei vuoti arsi del sangue. E a chi allunga la mano, per strappare alla tua lingua le rose che allevi senza radici, rimane la scia del tuo inquieto migrare oltre il sonno, oltre il lampo. Ora dormono – bruciano. Arresi alla fiamma di parole svuotate di seme. Non sanno lo schianto alla foce del fiume che, armata di voci, costringi tra i rovi delle loro ceneri sparse – tu che raccogli macerie nel corso, frammenti di vite, per farne alfabeti, argille fiorite sul labbro del nulla. Non sanno il tuo incanto di  madre che ha visto ogni piuma ferita farsi neve nel grembo.

 

 

  

*

  

 

 

Una luna straniera ha piantato la tenda nell’oasi invalicabile delle tue pupille. E se è nel tuo sguardo che ha scelto per sorte di allevare rami, intrecciare con le foglie un sentiero tra gli specchi roventi del giorno e il tormento delle mani assetate, lì ti incammini, da lì tu sporgi in attesa del passo dell’ ultimo uragano. In ascolto della marea che si annuncia e di nuovo ti sale dalle labbra. Fuori è silenzio. Una macchia di oblio, tesa e tagliente come un filo di lama, su cui misuri l’arco della veglia. La terra si colora, non teme il fuoco che la tua parola ardente porta in dono – cenere contro la cenere, perché dall’impatto si levi il grido taciuto che insemina il foglio di chiarori.

 

 

  

*

 

 

 

Sentinella che vigila sul transito degli anni – anni di occhi che partoriranno sabbie, se stretta al vetro di inauditi accenti la tua lingua non germoglia fuochi, la passione che albeggia alle tue spalle. Solo la clessidra che curva al tuo passaggio muore del privilegio di chi, franando, scopre la bocca della sua sorgente – vi si immerge. Ieri è questa guerra, ancora, che in ogni verso si combatte tra il fango e la rosa – tra il fiotto di sangue che si aggruma e l’esilio che è madre di ogni verso. La terra senza promessa, increata, l’attimo tra naufragio e volo dove dimori – seme di silenzio pronto

 

 

 

Marina Pizzi

 

DAVANZALI DI PIETA'

2008-

 

 

1.

la lira nella toppa ma non sa aprire

che passeri dal becco senza cibo

o avvisaglie botaniche di cadute

giù dall’albero tutte piuttosto verdi

primule d’ansia una verità d’accetta.

eccetto il padre delle funi

qua si celebra l’ingorgo del declino

verso le barche con buchi a fontana.

poco ne resti il vanto della brama

mano migrante in tasca di vandalo.

2.

le ire delle fionde le altalene in pericolo

il foro nel coma del risucchio

nessun vedente.

alla primula sputerò l’ultimo dente

agli spini della pianta grassa

l’ultima gravissima grazia.

tue le spighe macchiate di sangue.

3.

ho imparato l’acredine del dado tratto

l’olio rancido della fiaccola

nelle tenebre che sono già state.

la pietà del breve è un long drink da piazza

senza stazione. il pedone dell’agorà

mi bacia perché penzoloni ruota

l’ultimo degl’impiccati. i credi acefali

del cardo sono violacei ma non sanno

morire. le maree dell’inguine inarcano

le fosse per la vita. cantica del faro

la faccenda in casa dell’appestato.

4.

le sazietà del palo

sanno uccidere

la stanza perduta nella creta.

tale e quale il noviziato del ciottolo

sa di regalo per il bambino vizzo

bacato dalla ronda della zona intorno.

torni da te la larva della gioia

questa persiana logora di sangue

in braccio alla cometa in naftalina.

5.

le foglie hanno accudito

le gimcane dei morti

le doglie in carne

del canile lager

le donne nude non per erotismo

ma per sisma finalmente un altro

mondo. dorma con te il sillabario

inutile dentro la bara

l’accademia della terra senza padrone

con l’androne carico cuspidi

del deserto amiche.

6.

i castelli nelle isole

sanno rendere giustizia

alla stivale infangato

al bivacco della valle

al varco di sterminio.

Joséphine Baker era una patriota

contro il nazismo. qui finisce

un ritmo di venia verso il sogno

che nulla sa far di cambio. io preciso

la ronda affastellata in ogni truppa

senza il paciere di mosaico di lettere.

7.

in giro sotto le stoppie ha avuto il merito

di non bruciare vivo.

le donne lo seducono con un ardore

tragico. la malia del vuoto lo sostiene

al guinzaglio. lupo navigato senza astio

sistema lo zaino in un cespuglio ardente

senza la brace. nonostante il fato

è rimasto un ragazzo di zattera

per gazze ladrone che spogliano ladroni.

8.

nel balbettio la chela del disperso

il passaggio a livello del tormento.

toc toc il sasso della specie

il cielo vile il berretto dell’arresto

il toccasana all’uncino macellante.

nel lato d’io il pane avvelenato

legato dalla tonaca del boia

per la caligine vessante dentro gli occhi.

9.

l’acrobazia del sonno quando ne gemi

stazione sotto scorta di gran massi

arenoso sospiro di non devoto

viso del culmine in un cielo basso

squarciato spesso da una daga

senza trovarvi nemmeno la decenza

di un bel complotto atto ad invenzione

almeno di un aquilone stortignaccolo.

10.

con un gerundio di sasso l’elemosina

cordicella del dito fa resistere

strenue rupi nude cerimonie

in palio l’aquilone che non lontana

né sé né le celle di bagliore.

l’appena nuda crisalide dell’occhio

un io comanda fuso nano il tempo

divieto vieto vita a tutto tondo.

11.

la stanza dei giorni lesi

tabella di marcia

marcia, almanacco di sbircio.

12.

con l’eroe alla foschia non ho timone

né moratoria al calice del torto

sotto il blindato di corsari

per le parsimonie del regno.

addì le statue possono correre

verso le stanze delle donne sole

arguite dal comignolo del vento.

13.

ho precisato che mi appoggio al giogo

della goliardia della fontana nera

alla tana della nenia del ripetente

temprato dalla zattera che ingorga

gare di zuffe con le onde. a piedi

sulla misura della cima male mi alleno

con la lente d’ingrandimento e la parrucca

contro le cose che non sono aperte

né dentro il cielo né sotto la somma

dell’angelo assunto nell’ingranaggio

dello zerbino ai piedi. qui m’impiego

nel ripostiglio nano, tizzone di nemico.

14.

il turno della ronda è il mio ritorno

al bando, al dolo nero di rompere

clessidra, da questa strada che domina

verdetti di mitra tra le bave delle lumache

chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo

manca la manna e la sirena è piena

di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano

in fiore.

15.

che faccia il verso al tuono

l’arsenale del sangue

questo stipendio astuto quanto cieco

miscuglio di carabattole con sorpresa,

non si sfianchi il colore della sorte

l’alba macchiata da chiodi di dispense

a corto di scialuppe di salvataggio.

ìmpari greto dover risalire

il sale che travasa da se stesso

paramenti di lucciole morenti.

16.

salute di comete poter la morte

luce del tempo finalmente libera

da spessori di mutamenti. il rombo

della lotta da corsie di fame.

tu ne arrendi un comignolo

di fuga, lo otturi con ghirlande

di spine, piaghe di cosce che

non saranno madri né rapidità

del cosmo, modo di cortesia

il limbo della botola.

17.

la teca è spoglia sotto le resine

delle dimenticanze, il tic come tale

di resistere. nel corridoio del nodo

scorsoio so il desco di scomodare

gli spettri paffuti, le muffe senza

limiti di età. la pianta grassa non

chiede proprio nulla eppure è strafelice

in una feritoia di terra di riporto.

così il rito scarnissimo del sonno

modo al dorso di piegarsi al dondolo.

18.

stati disadorni dolo l’attimo

con l’arrotino che grida per coltelli

senza banchetti né cialde di bambini

intenti e seri. Roma da ieri

è alla stiva dell’ultima valenza.

in tutto un orto di licenze e fosse

l’attrito del sangue di coagulo.

19.

il sillabario sulla sedia

il laboratorio elabori agli albori

quando la fune fuggì ladrocinio

in cima al cipresso sposo di cimasa,

dove il musico d’osso del far sì

ingannò la capsula del boia.

20.

le vitali stravaganze della nuca

quando lo sguardo va oltre la calce

verso gl’ingegni delle vestali

che premono dominio di sorriso.

tu che ti giovi di una cisterna secca

per premere a stecchetto l’orizzonte,

sappi che lo scheletro del mare

sa l’inchiostro che incontra le maree.

21.

vado a piangere la foggia delle foglie

le giungle al pugno che non sfondano

il muro. la malinconia del dado

in un incendio di dio atto a non

darsi. lo stipo della pagina si serra

rapidità della pallottola, lotta

prismatica madre di resistenza.

22.

nelle scartoffie a nudo

lo stormo  a giostra delle rondini

il tempo scotto di spostare il verbo

verso le erranze delle celle.

23.

le rondini offuscate dalle rocce

la fatuità del fuoco

nella nullità che scarta

sé nella pienezza del vero.

lontani dal coro delle gioie

i manufatti del sale

le fratture che cedono per orfane.

fannullone l’acrobata vincente

sa far regalo di una zona in anima

di faro di festa di gran girotondo.

24.

nelle ortiche del vespro

le faccende delle truppe

il fantoccio che fa da petto

alla nullità del ciclo.

un po’ alla volta il calamaio del sangue

gira di trottola, torna a far di volta

questa gimcana credula del gelo

la venia della stoffa che si lacera.

la retrovia della nuca dà dolore

alla rarità del ritmo levante.

25.

e non sari che l’aria della sfinge

l’arca in cappio di perdere innocenza.

26.

allegrezze del sale il canto dell'angolo,

istinto di autunno il nome del mattino.

27.

cane avvinto, avvinto

allo spavento del cappio

l’io di guardia senza la, giù, salvezza

malvezzo di colui che fu soltanto

tradito dalle svendite, svestito

dal capestro delle dita

dalla fandonia inacidita

al dolo di una ventola di morgue.

28.

ti dà fiato d’alluvione

traguardo panico

questo dovere di dado già tratto

questa fandonia che duole più del dopo

scarto con le lancette magari all’orizzonte.

il letargo del guado è stato inciso

comunque, gorgo ferito dal rito

della cecità. domani è spranga

per la galera che guarda

elemosine e morie.

29.

portami un distacco che sia un coma

una rotula da far girar il mondo

selvatico encomio di se stesso

voltaggio di airone per un somarello

alla cava addetto, snello dirupo.

voltami la nuca verso un occiduo

duello d’ilarità in far d’amore,

rema con me questo cipresso

appresso appresso re della sua resina,

sistemami un apolide nell’occhio

china avvezza a smisurar le zattere.

30.

l’urlo sovrasta la mezzanotte

pendolo straccione

perno scalcinato

museo chiuso senza restauro.

in una busta le conchiglie che raccogli

stanno alla china della stasi

la cattiveria dell’odore non più di mare.

la gola rantolante della rotta

appena sotto squarcio ha un colloquio lampo

con le tombali borchie di ogni borgo.

31.

sale la botola all’apice del grano

diverbio in tasca scantinato e basta.

32.

ho visto una rondine storta

sopravvivere al vetro

citrullo trasparente

falso d’aria,

con i jeans storti ad afa

di paura giovanissima

clandestina in rima di puledro

o somarello candido

gli occhi nel dito di sangue.

33.

alludo ad un sapere solitario

un taxi senza licenza

un abbaìno nano

soprasotto il crollo.

uno spunzone da pianta grassa

disarmante bonomia di un attacco.

34.

e non sarai che l’aria della sfinge

l’arca in cappio di perdere innocenza.

35.

alla giuria chiederei la vanga

per seppellirmi.

sfinge di occaso un soldo sulla lingua

per braccare le origini devote.

alla genìa del baro che mi osserva

la valvola del gas per far cagnara.

per te che sei il letterato standard

presto la veronica per baciarti i piedi.

36.

dolore di soppiatto

newton della mela marcia

stampella di acredine alla volta

dell’impero del tormento

torre del sonno. la giusta luce

dal panno del sudario

dal nome che stona sullo stretto.

un esule in trionfo verrà a leggere

le giare del sangue

il seno in nodo della bàlia.

37.

sotto la volta di un nodo di stoppia

barcolla il trave della cella.

il veto del sole sotto l’alluce

indica la strada del dietrofront.

l’azzurro mendìco del cielo nero

al bar del coro non grida mai.

appieno vuoto questo dividendo

la sa con pena la promessa livida.

38.

le preistorie dell’acciaio furono nidi

benesseri di arrivo

al varo di aurora.

culle di germoglio

il fato che si addica

al mormorio del sale

fato salino il rovescio da devolvere

al moto dell’orologio ad acqua.

qua la chiosa del diverbio

la sabbia con la terra fa capienza

gran musica di baracca la gran pena.

39.

sul piglio della rotta il naufragio

inarginato sfregio nello sguardo

dovuto alle carabattole del giro fatuo.

nel tempo da perdere per refuso

il dolore del vuoto.

40.

viaggi di perdenti questi cerini

reclamati dal ritmo della foce

dal delta di ricamo tra pozzanghere.

le lotte delle fionde hanno scalmanato

i fiori modernissimi di cieli.

il coltello dalla parte della lama

ha tagliato il treno in loculi.

dove il sole si conturba si fa di ghiaccio

il gerundio perpetuo il tuono della disfatta.

41.

nel tiretto del mio rigagnolo

vado a spasso

regista del mio loculo.

per miglioria curo un balcone

coatto contro il muro tanto per fingere

la genesi del petto a mo’ di rondine.

la foga per la perla della rotta

la lascio alla bàlia carica di latte.

42.

nell’idillio del polso con il cuore

nel covo delle luci che non servono

la nuca muore.

in realtà un manico di sangue

aiuta a resistere col senso

sovrano sull’arietta della diva

vanissima. un sillabario corto

sparisce nella tasca del pezzente

tedio, di te non so dire

nemmeno il nome meglio

del teschio nella scodella che c’insegue.

43.

una miserrima rotta di condotta

con santità al minimo dell’office,

qua tale rimane lo zero nudo

dottore di sé senza guarire

né tori infilzati né lucertole al buio.

io altrove svellerei l’angolo

verso stoviglie di leccornìe strapiene

se del burrone è frutto il piede desto.

44.

il loquace animaletto della sostanza

ha il braccio breve non inaugura

né il salto né la stretta,

quasi imbroglia la sopravvivenza

con l’anfiteatro del livido del parco

coma.

45.

come si fa a lucidare gli stivali

se il fango è così prossimo?

46.

ha le origini del fossile

un giro antico

cremato.

47.

imperio di domanda starti accanto

dove quaggiù si arena la gimcana

nell’ordine malevolo del vero.

plettro di compieta panici del verbo

l’erettile fatuo le rovine delle rondini

le giacche delle fosse le nicchie delle fole

le rondini del ferro.

48.

nessuno ha rotto il calice del sangue

stracolmo mondo un tavolo di morgue

49.

ho un cortocircuito che mi sposta

il petto e la cintola del sonno:

è grave indizio di ultima stecca.

appena ti vedrò a mano stretta

allora la natura della borchia

avrà capienza per porgerti

una pietà salina da alambicco.

50.

aggiungimi al cipresso casalingo

alla gola dell’intima bravura

al sapientone enigma del mare aperto

dove troneggia un apice di cellofan

che ha ucciso una tartaruga.

in gara con la fronte contro l’onda

dammi lo scacco che possa sorriderne

senza la rima pendula del branco.

un dubbio trama ad ernia di sfinge

spingendo contromano la marea

per un unguento di volta finalmente

verso la torba del fiore principesco.

51.

saluto di ricettacolo il coma

materno sulla furia del lutto.

càpitano le comete che non premiano

né nominano la natura del giardino.

52.

dammi un tuono ch’io possa evincere

il dizionario cortese del nome

la scossa in mano ad un apice di vento

il cielo nero con l’azione vinta.

un sillabario non fatuo tutto d’embrione

potentissimo acrobata barca di salto

oltre la rotta stabilita beltà del varo.

53.

mi rammarico del costato

quando l’aurora si gonfia di morti

ed erigibile lo scisma del dolore

dà man stretta  al caso dello stato.

54.

mi dolora il frullo del salino

la sventura del nomade stanziale

in un lucernario di stoppie per capire

cerbottane di sguardi che non incontrano

che tramestio i ciottoli di astio.

meringa floscia questa primavera

azzerata dalle gare delle sciabole

in bora di respiro.

55.

al sole sulla piazza avrò vent’anni

(il ladrocinio dello zigomo serrato

dall’ombra netta dello scopo in atto:

lo zaino del limbo lo porto tutto

con la febbre che sconsola le cimase).

56.

le corse delle zattere sul limbo

un’altalena che coniuga serpenti

col frac della gran soirée.

il fascino del crac è sempre avanti

bestemmiato da scie di malmessi

antidoti di non senso.

57.

tra le girandole del basto

la serra della nebbia

la lebbra al fiume

di serbare resistenze

appena in opera tra le teche

d’osso.

58.

morte lungo l’asse dei bisogni

dove si arena il teschio della

vanagloria e la girandola

soqquadra  in un dono di eclissi

tra le veglie delle spose che non

vengono che raggrinzite. stipate

statue senza la clessidra.

59.

almeno scoprirò che sono affetta

da danze di ecchimosi e moti neri

morosi con i sì con le conchiglie

d’echi. in mano alle credenziali

delle pigne avrò verdetto senza

alcun pinolo per la torta della nonna

o il forziere in zero a tutta accetta.

60.

malinconie di anello

quando al porta sbatte

per la credula faccenda del vento

per la durata del credo dove c’è

disperso. il buffone della spina

è arrivato carico di polpa.

dal letto all’alzata lo stonarsi

in una tana di bora in bora.

61.

un codice di nero un avvistamento

dentro la stanza del cordolo

domestico agguato ad ogni giorno.

le premure dell’àncora stamane

hanno indipendenze non servono

il lato della musa reliquiaria.

lo sgombero per potere le distanze

in terra di anomalia la grande gioia

se finalmente taccia il sì della caccia.

62.

dove si sta termini di eclissi

vige la nenia nell’agonia

del minatore. il torto assiso

dentro la nicchia dell’ulivo

a mo’ di demerito con zattera

del sale. il leggio del rantolo

trovi la giostra del miracolo

del gioco. a terra per il mito

ti vedrò lo sguardo di natale.

63.

in un mare di corsa corsaro

la sassaiola di un io di flagello

flagellato. a ritmo di neve

la verità di andarsene

se questo è il dazio se questo

è il gelo che fa cantone il mondo.

in officina il fatuo ripetente

ha teschio in cima alla sorveglianza

che veglia di moribondi il fatuo

piatto.

64.

finalmente avrò l’accattonaggio del sonno

l’erta fumida dell’aria da buttare

contro il tranello del seno nudo

che fa svoltare le curve per mentire

il tiro del cipresso verso il cielo.

65.

nel lutto che sconquassa tutta la voce

l’avaria del varo, il lungo vano

che ammaina la rendita del sangue

che il guado innalza senza la partenza.

ricamo a marmo questo soqquadro

tenente l’irriverenza dell’acqua marcia

finalità del pane la muffa in far d’affanno.

66.

con la carta sulle spalle vado in rovina

correndo a vista tutti i precipizi

d’intonacate aureole di dèi morti

nelle soldataglie del fuoco

nel cratere dei vinti.

67.

il genio che colora la gran morte

la giuria del ponte

68.

ha un sudario che le fa da impero

perfette amnesie del troppo ricordo,

morirà con i lacci ben stretti,

chi la irriderà sarà pettegolo

gomito di catrame, gomitolo di sterco.

69.

alla fuga che fa tresca nella fuga

la dedica del numero dei morti.

con meno amore di un circuito bruciato

la scala senza scalini.

la fortuna che non assiste lo stalliere

ieri fumava con dio tutte le ore.

70.

Plettro di compieta

 

la penuria del tramonto è stare al mare

rovesciate barche di disuso.

zattera di pietra il traino dell’ora

combusta nel marciume dello stadio

ennesimo. sì ti accalori per un caso

da troppo protetto dalla pazienza

della resistenza. sarebbe bello uccidersi

a tranello, senza saperlo, un incidente

di beneficenza, tetto di vendemmia

mummia del vortice dismaterno.

71.

in saldo all’acqua grama

il dondolio del pozzo

l’ernia del condotto.

balorda la genia del coltello

in te avvenga felice il dolore

la lorda lorda aureola del Gange

nei corpi dove regola mortale

sventura il credo nella tacca

a far distanza.

72.

aiutami a sillabare un torso

un pegno duro da fiaccare

il viso e la trottola del lascito

che sta ad aspettare l’interprete.

la bombola d’ossigeno non salvò

mio padre steso a dieta fredda,

il dado tratto sta sull’altare:

è stato riconosciuto da adorare

in fondo alla scarpata.

73.

ho una gerla di monastero

che mi confisca le rondini

scaraventandole dove si addormenta

il grido. ma non è pace né mente

di diorama qui massacrare il sasso

comunque infisso più della penuria

del fulcro della rotta. venga qui la trama

del crocicchio a far da apologhetto

finalmente al miglior miglio della fine.

74.

dove ti bacio il viso è farti vita

dalla cancrena dalla lebbra

di bramosie che smettono la gioia

in tono con il torto della trottola

insanguinata dal moto di non smettere

a modo di guida alla resistenza.

75.

nella mèta che sconvolge il cielo

l’augusta pena che sta per stare

vuota nomea d’indice

noto almanacco il coma.

76.

sono scalza e devo stare attenta

al manubrio contorto della zattera

al lutto del filtro che s’intasa

motivo del senza casa

zonzo del mito di vederti

appena presto prima dell’andarmene

sottosopra alla mina della ruggine

rossa del ponente all’esponente.

77.

la sibilla età del sillabario vuoto

briciolo di grido dondolio del cerchio!

poi venne inverno del barattolo vuoto

la salsa acida di eludere il sangue

la bellezza del fungo velenoso

sicario patrio. andò la nenia oltre

l’impostura scovando un atrio

di glicine nel cigolio del pianto

il piangere della resina di brace.

la mano tesa ingentilì la cicca.

78.

cronistorie di palude perdita d’indirizzo

scompiglio d’ombra a fior di sasso

la mansueta maniglia che ti apre

devoto impasto di un abbecedario

ceduto al ponte senza più trovare

il fiume. di me non resta che il tempo

di finire il nido della stoppia per bruciare

il giogo vizzo delle care foto

quando qualcuno è carico d’intenti

e la cicala applaude se stessa.

79.

in un torto di erba marcia

la cicca di vestirmi

scalpore della polvere.

la calce viva si fa scodella

sul tavolo d’inedia

tra bacche chiuse e voli

di ricaduta. tu dove andasti

stimmate di brace cecità d’amore?

modero il controllo

foggio un altro verbo

botanica mi faccio e caccio

la mia faccia calabrone di sé.

80.

ho un recidivo avverbio

che devasta cornicioni

e nidi di proclive lievito

di avvento. e l’assenza

del cielo scompiglia

le stazioni nell’ozio

delle aste del ventaglio.

toglimi da questo stelo

e tagliami la nuca per

la bontà del mito e la contamina

della maretta arsa in tanto

imbroglio.

81.

in culle di chilometri e disdette

qui la penombra tacita del corpo

la poca equità le labbra dispari

col palo della luce fulminato.

imitato dal gorgo questo disguido

preme al ponte levatoio

al vano del comignolo spezzato

dal gomito del lutto sul ricamo.

teca di fune il ritorno

caso di fuga nomea di sé.

82.

pennichella allora è vedervi

assisi dentro i simboli

per viottoli di sismi

a dar le credenziali a chi

voglia denutrire i mali.

83.

ha un miglio di scarpe per non camminare

né sopra stoppie né sopra musive

vestali di scorribande ricche di babilonie

erettili le lingue del divino

sperpero.

qui al Campidoglio dell’ultima fregata

c’è una grata di ruggine un bastione

per le foga del lutto cittadino.

84.

aculei di non viso starti a cercare

lungo le bisacce delle voglie salse

compiute da chiunque nelle spezzature

di dar convinti i vili.

l’arresto della nenia non ha navate

né viali all’opera d’amore

davanti allo stordimento a far di veglia

le lanugini nei giri delle spore.

tu che sprechi ai tarli i tuoi graffiti

stammi alla rotta ben fermo capitano

tana libera tutti davvero tutti.

85.

con traguardo e fossa do paese

all’unghia di graffiare contro il secolo

il senso di forca la sorpresa

del martoriato alunno contro il muro.

se per elicottero avvisti le conserte

teste del pianto in ordine sparso,

dimmi almeno un coma di virtù

che sia felice all’eco dello sguardo.

86.

le pagliacciate dell’ombra

tra baraccopoli d’inedie

zuppe di ciottoli.

in mano alla cronaca pestifera

s’intoni un verdetto di comando

verso il ghetto per comodo diorama.

si stacchi l’intonaco si faccia breccia

questo scantinato chino dentro di sé

breviario almeno di una lepre presta.

nottetempo sbocci la crisalide

la lite interna dello zero in tasca

faccia la folla degli angioli scamuzzoli

tutti all’intorno in terra di gran pregio.

87.

adornami le ciglia con

la meraviglia del vicolo

scivolo che scema

in lentiggini.

prendi per me la scherma

del colpo diretto al cuore,

mandami al valore della logica

carica del varo della notte

decifrabile. fragilità del conto

tendere le braccia.

88.

amore al manto di scostarsi

oltre moria o sillaba. baricentro

nel trono della melma, me dispersa

alzata delle nuvole convesse

e senza zona emorragia comunque

a questa questua tutta che sa di sale

lenta lente giammai del focale.

89.

con al collo un amuleto di scompiglio

regge la forca del suo gran danzare

con l’analisi fioca della ruggine

con il liso antipasto di giù vivere

viso d’uncino cicca di restauro.

90.

Appena avrò saccheggiato la stazione

finalmente un atomo di sfinge

mi bloccherà le vene,

tornami, ti prego, cercarmi in testa

nelle darsene delle isole sterrate

nelle capriole dei ricci che si salvano.

punta la nuca in un abaco di comico

sì che possa ridere la cattura

il senso al servo delle demolizioni.

91.

lapidi di stelle muraglie di marzapane

stanziare animule nel raglio dell’asino

da fatica. in crudo l’antro della stufa

tutta caligine, il giro del mondo in una

girandola di pira per la brace

di cadaveri. dove il caso avvenne

la ventola non basta per l’afrore

forsennato di tombola di non vincita

né ciclo appeso ai cantieri in uso

accanto alle speranze di uno spazio a nuovo.

92.

torno sul cordone di morirne

ritmo alieno nome di dolore

estro di giugno con le spighe

oltre ghetto libere. bere a schiera

l’intrusione del diavolo. il viottolo

d’arma armonizzerà cadute.

93.

vattene, in assoluto, voglio morire

sotto le stoppie sulle creste dei galli

nelle gole delle forbici. in bilico al commiato

che non aspetta nessuno né le tragedie

né il solito scherzetto della vacanza

in corso di congedo. egemonie dell’ago

stare a galla nella rettitudine sicaria

del sole grande elemosiniere

elementare idiota.

94.

lo sguardo dove guardano gli uccelli

la groppa arsa crosta di foce

diamine devoto il cesto della voce

non dia la pace al manico di scopa

al perno franto della nicchia in darsena.

domani vienimi nella rotta della fanga

nella stazione che tacita

per vanvera divieto.

l’armonia dell’asse non è la formula

che smania per la rotta di discapito

la pendenza massima dell’orto.

95.

ho un collo di ruggine ginestra

nel giro di una ruota che deflora

salti di marmi gelosie di niente.

96.

nel suono delle spore arrendersi

idioma mansueto mare musico

cieco, lapidarsi.

 

lapidi di stelle, lapidarsi

ora si racconti la gioia della fionda

a dar di dadi tratti la concreta

darsena di speco.

97.

nell’ora che rincorre le persiane

il dì del rancido è tutto fatto a darsena

con le pazienze che sporgono chimere

abbandonate. in ordine alla fossa

si compiace il vento

in ordine alla mitraglia del panciotto

che si compiace

la pena del crocicchio delle strade.

98.

pernòttati nel lembo del dispatrio

dove vengono i vagoni morti

tutto azzerante l’alloro delle rondini.

soppésati con passi da gigante

sicché volare sia un gioco da ragazzi

dai terrazzini un passo e sei giù

nelle rotaie fertili nel tatto delle coste

che colmano d’approdo chi non c’è.

99.

muto strepito di alunni

l’annuario di gradini

lutto al riso

soglia di sconforto.

100.

una stazione di fotocopia

la morgue di guerra

il cartellino all’alluce

beffa che riluce

fandonia di terra

afa di domanda.

101.

quale scontento d’ascia

l’ordine alla resistenza

la camionetta che porta via

lucertole, treni di vettovaglia

nel ninnolo del cero

che non si accende.

l’eresia del fungo velenoso

aspetta la revisione dell’ostaggio

la taglia di gomiti in giogo

corrotti dal piglio di distare.

*****

 


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