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  sabato 31 luglio 2010 Lorenzo Carlucci - La comunità assoluta Registrazione 
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Lorenzo Carlucci - La Comunità Assoluta, nota di Claudio Damiani, Milano, Lampi di Stampa, “Festival”, 2008.

Testi

 

 

senza titolo

 

Senza faccia, ma certo, senza alcun lineamento,

tu annunci lo scandalo delle stagioni.

 

Ti seguiamo, tra i campi, e fino alla diga,

coi piedi affondati nel fango

 

Ti dobbiamo seguire

per perdere

noi pure

il nome

la vita

la faccia

 

 

insilenzio3

 

Ora c’è solo un vento smeraldo, un deserto sopra il tuo viso. Una sera che rade al suolo i tuoi passi. Io vedo il tuo viso su una strada deserta, in una pioggia di cenere. Io vedo i tuoi gesti e sento l’eco che fanno fin dentro il passato. A distanza, mia dolce, io vedo i tuoi gesti vicino a una tenda, che noi dividiamo, in mezzo a un deserto in un vento smeraldo. Ci guarda la notte una volpe. Abbiamo anche un capro espiatorio, legato a un paletto. Io ti ho portata qui Perché è dove non hai bisogno di gioielli. Io ti do un orecchino. Tu mi hai portato qui per far crescere piante, anche nella sabbia. Ora la sera ha solo vento smeraldo, un passato infinito, da dirci. Talvolta i tuoi occhi accarezzano le ossa di qualche sciacallo. Talvolta alle labbra mi sale il segreto di un sorso di vino. Ora i nostri corpi si muovono, nel mondo, come i granelli di sabbia: non vi è né distanza né contiguità non vi è spazio ma vi è movimento. Un movimento  rituale, sebbene mai uguale a se stesso, le tue mani che vestono il collo ed il viso di gioielli orecchini corone. Ora la sera ha un vestito, ed un velo, bracciali per le tue caviglie. Io sto inginocchiato e ti abbraccio i ginocchi. Tu mi baci le mani. Ora la sera ci prende il respiro, lo porta a passeggio tra dune distanti, lo strappa lungo incisioni che noi non vediamo. Ora i tuoi piedi così dolcemente raccontano ai figli il destino. La sera ha una voce d’amore.

 

 

enespace4

 

Poesia della mia solitudine

aperta in un ampio giaciglio

 

Hai rotto l’argine al mondo

- l’androne

 

Poesia della rima italiana

aperta in un calmo sbadiglio

 

Ho mani di figlio

per l’ambra

- l’androne

 

Poesia della mia meraviglia

ridotta: giaciglio

 

la tua scapola è la mia incudine

vi tendo due mani di figlio

 

Hai rotto l’argine al mondo

 

scoperto il suo limite altèro

 

ripetimi l’anima a bocca

 

e chiudimi gli occhi al mistero

 

Poesia della tua solitudine

e delle tue ossa di rosa

 

smarrisci il mio fiato sul cielo

ripetimi dove si posa

 

la voce del piccolo uccello

che dorme in un ampio giaciglio

 

si sveglia al mattino e ti tocca

con mani con bocca di figlio

 

imboccami con la parola

la lingua ed il canto di mirra

 

il fiato profuma di sborra

poesia della tua meraviglia

 

io sono un coniglio in un prato

smeraldo

mi adopero all’ampio giaciglio

tu fammi strisciare tirando

le ciglia con mani di figlio

 

madonna, estratta alla riffa!

mi senti gridare d’estate?

 

ho spento la cicca nel ghiaccio

baciato le rime baciate

 

non ho un’altra via per lasciare

i piedi da soli sul ciglio

 

riducimi alla betoniera

e baciami gli occhi di figlio

 

continua a parlare se il senno

riduce la cenere in luce

 

tradiscimi a qualche crocicchio

e fammi arrivare la voce

 

ridotto il tuo fiato nel collo

che langue con ali di mirra

ti parlo vicino in un rutto

che ancora profuma di sborra

 

madonna, legata ad un palo!

i lividi sulla caviglia:

i calci i calci nel culo!

ti voglio vedere inciampare

e torcersi le tue caviglie

cadere cadere e raschiare

col mento l’asfalto

e le ciglia squillare

le ali frullare per terra

ti voglio slegare e scadere

ti voglio mandare alla guerra

 

madonna, scontata nel piatto!

ti amo, con occhi di figlio

con mani di figlio, coniglio,

nel rogo del mondo colato.

 

- l’androne

 

 

insilenzio9

 

vengo in spagna con te e cominciamo una nuova vita tu trovi il lavoro che vuoi io cerco dei fondi all'università ma più che altro dipingo, e scrivo, scrivo molto, facciamo dei figli i giorni passano passano vuoti e felici grazie alla grande distanza tra noi al tuo cuore irlandese al mio senzanome grazie alla lingua straniera che ci circonda grazie al tuo esser distinta tra le donne del posto, da una pelle che ancora non regge lo schiaffo del sole. io scrivo, dipingo, ogni tanto dimostro qualcosa, la mando a un giornale facciamo dei figli i giorni passano vuoti e felici vuoti e felici grazie alla grande distanza grazie all'oceano che abbiamo lasciato grazie alle rovine che hanno il mio nome coperto da piante e da scritte altri nomi e grazie al tuo nome che è il nome di un paese che sta accumulando ricchezze. io ti riconosco per strada perché sei bionda tra tutte le brune, mi chiami: tutto l'amore del mondo ci scivola addosso come acqua pulita insieme al do lore ci scivola addosso noi non lo sentiamo vivamo in assenza in assenza totale grazie alla grande distanza tra la mia voce e la tua grazie alla lingua diversa tu mi riconosci perché sto al bar e disegno e perché gli spagnoli ti stanno antipatici tutti i desideri ci scivolano addosso scivolano lungo la tua schiena felice che si china alla finestra al mattino a guardare come sono sciocchi per strada gli uomini e scure le donne. i giorni passano vuoti e felici grazie ad una distanza grazie ad un esilio grazie alla latitanza della malattia del dolore grazie ai figli che crescono imparando una lingua che non conosciamo e che pure ci chiamano mamma e papà.

 

 

*

 

Ci si risveglia dal sonno, forse perché è nel sonno che la memoria fa più male; è nell’abbandono del sonno che “metz yeghern” dimora, è qui che alleva e dispiega la sua ala di morte, covando la storia in natura di lebbra: una sorgente inquinata che tracima oltre il vetro dei sogni, e già preme alle porte dell’alba per predarne la luce. Ci si risveglia, allora, sempre in forza di un dolore in cerca di requie o di grido sulla bocca dell’aria; in nome del “piccolo male” che ci segna a dito lungo i giorni, e ci imprime l’unica stimmata capace di soffiare convinzione ai passi nell’attraversamento della “frana”. E’ a questa luce razionale, netta, senza idillio, che occhi e mondo devono reciprocamente abituarsi, affidarsi come in un abbraccio soterico, senza nessun’altra redenzione che non sia la consapevolezza di poter creare di nuovo, al tocco della mano,  cose vive, restituirle al novero e alla loro sostanza di voci. La “comunità assoluta” è la cronaca riflessa di questa odissea, il “racconto” di questa restituzione al “quotidiano” dei suoi sigilli e dei suoi altari infranti: non la verginità e il senza tempo di un paradiso perduto e ritrovato per incanto e suggestione d’arte, ma la dimensione esatta del taglio e della ferita, cioè il cammino a ritroso, di cicatrice in cicatrice, di lembo in lembo, di sutura in sutura, fino al primo colpo. Fino al “muro di mattoni” dove ogni nome è un volto che “porta gli occhi del padre”; e chi vi si sofferma, si porta via la certezza di somigliare per sempre all’altro che non conosce, né mai conoscerà.

(Francesco Marotta)

 

 

"(...) un libro granitico, gettato come una colata subito raggelata in bronzo, eppure, nello stesso tempo, lieve. Perché è il battito stesso della vita che si sente leggendolo, così duro e insieme invisibile, astratto, e insieme fatto di puro affetto, carne. Così queste voci quotidiane intorno a me ora, non mi distraggono, ma quasi mi fanno capire meglio questa solitudine (anzi questa comunità) assoluta"

(Claudio Damiani)

 

 

"Di Lorenzo Carlucci ho appena ricevuto la Comunità Assoluta. Un libro fitto e tuttavia  chiaro, dove si dice tutto cio' che e', nulla di piu' e nulla di meno. Sembrerebbe un libro di logica buddhista, dove ogni parola e' 'tathata',

 dice il 'che e'' del reale, dice il 'cosi'' e basta."

(Roberto Carifi sull'ultimo numero di "Poesia")

 

 

La Comunità Assoluta [...] è la prima prova in assolo di Lorenzo Carlucci ed è un assolo che colpisce per coerenza e maturità.

 

I testi della raccolta (in gran parte risalente al 2003, quando l’autore allora ventisettenne era dottorando negli USA) si inseriscono infatti consapevolmente nell’orizzonte di una poetica filosofica  o, forse meglio, di una tensione etica che diventa visione ontologica. Emblematica di una tale lettura è la sezione centrale del libro, non a caso intitolata “metodi”, dove esplicitamente l’autore dà conto di come dietro il discorso poetico vi è sempre e soltanto il problema del concetto del mondo.

[...]

 

Carlucci [...] appare ben consapevole che, per dirla alla Wittgenstein, ogni discorso è rete e che insita in qualunque ordine, grammaticale e/o sintattico, c’è una “rappresentazione” , e non a caso il titolo di alcuni dei testi è  “enespace”, quasi a dar conto di un’inevitabile teatralizzazione della forma poesia palese anche nei numerosi “dialoghi”. E tuttavia  “La Comunità Assoluta” prova la via della rete a maglie larghe, dello scheletro a intelaiatura leggera, che non distragga, anzi, si dislochi sul problema del mondo: la libertà e il male simultaneamente offerti agli umani. Su questi “dati” si fonda il precario equilibrio della grazia, la saggezza di un adeguarsi a qualcosa che saggio non è, al fondo la com/passione che affiora carsicamente in quasi ogni testo della raccolta.

(Viola Amarelli su VicoAcitillo)

 

 

 

 

 


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