Lorenzo Carlucci - La Comunità Assoluta, nota di Claudio Damiani, Milano, Lampi di Stampa, “Festival”, 2008.
Testi
senza titolo
Senza faccia, ma certo, senza alcun lineamento,
tu annunci lo scandalo delle stagioni.
Ti seguiamo, tra i campi, e fino alla diga,
coi piedi affondati nel fango
Ti dobbiamo seguire
per perdere
noi pure
il nome
la vita
la faccia
insilenzio3
Ora c’è solo un vento smeraldo, un deserto sopra il tuo viso. Una sera che rade al suolo i tuoi passi. Io vedo il tuo viso su una strada deserta, in una pioggia di cenere. Io vedo i tuoi gesti e sento l’eco che fanno fin dentro il passato. A distanza, mia dolce, io vedo i tuoi gesti vicino a una tenda, che noi dividiamo, in mezzo a un deserto in un vento smeraldo. Ci guarda la notte una volpe. Abbiamo anche un capro espiatorio, legato a un paletto. Io ti ho portata qui Perché è dove non hai bisogno di gioielli. Io ti do un orecchino. Tu mi hai portato qui per far crescere piante, anche nella sabbia. Ora la sera ha solo vento smeraldo, un passato infinito, da dirci. Talvolta i tuoi occhi accarezzano le ossa di qualche sciacallo. Talvolta alle labbra mi sale il segreto di un sorso di vino. Ora i nostri corpi si muovono, nel mondo, come i granelli di sabbia: non vi è né distanza né contiguità non vi è spazio ma vi è movimento. Un movimento rituale, sebbene mai uguale a se stesso, le tue mani che vestono il collo ed il viso di gioielli orecchini corone. Ora la sera ha un vestito, ed un velo, bracciali per le tue caviglie. Io sto inginocchiato e ti abbraccio i ginocchi. Tu mi baci le mani. Ora la sera ci prende il respiro, lo porta a passeggio tra dune distanti, lo strappa lungo incisioni che noi non vediamo. Ora i tuoi piedi così dolcemente raccontano ai figli il destino. La sera ha una voce d’amore.
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Poesia della mia solitudine
aperta in un ampio giaciglio
Hai rotto l’argine al mondo
- l’androne
Poesia della rima italiana
aperta in un calmo sbadiglio
Ho mani di figlio
per l’ambra
- l’androne
Poesia della mia meraviglia
ridotta: giaciglio
la tua scapola è la mia incudine
vi tendo due mani di figlio
Hai rotto l’argine al mondo
scoperto il suo limite altèro
ripetimi l’anima a bocca
e chiudimi gli occhi al mistero
Poesia della tua solitudine
e delle tue ossa di rosa
smarrisci il mio fiato sul cielo
ripetimi dove si posa
la voce del piccolo uccello
che dorme in un ampio giaciglio
si sveglia al mattino e ti tocca
con mani con bocca di figlio
imboccami con la parola
la lingua ed il canto di mirra
il fiato profuma di sborra
poesia della tua meraviglia
io sono un coniglio in un prato
smeraldo
mi adopero all’ampio giaciglio
tu fammi strisciare tirando
le ciglia con mani di figlio
madonna, estratta alla riffa!
mi senti gridare d’estate?
ho spento la cicca nel ghiaccio
baciato le rime baciate
non ho un’altra via per lasciare
i piedi da soli sul ciglio
riducimi alla betoniera
e baciami gli occhi di figlio
continua a parlare se il senno
riduce la cenere in luce
tradiscimi a qualche crocicchio
e fammi arrivare la voce
ridotto il tuo fiato nel collo
che langue con ali di mirra
ti parlo vicino in un rutto
che ancora profuma di sborra
madonna, legata ad un palo!
i lividi sulla caviglia:
i calci i calci nel culo!
ti voglio vedere inciampare
e torcersi le tue caviglie
cadere cadere e raschiare
col mento l’asfalto
e le ciglia squillare
le ali frullare per terra
ti voglio slegare e scadere
ti voglio mandare alla guerra
madonna, scontata nel piatto!
ti amo, con occhi di figlio
con mani di figlio, coniglio,
nel rogo del mondo colato.
- l’androne
insilenzio9
vengo in spagna con te e cominciamo una nuova vita tu trovi il lavoro che vuoi io cerco dei fondi all'università ma più che altro dipingo, e scrivo, scrivo molto, facciamo dei figli i giorni passano passano vuoti e felici grazie alla grande distanza tra noi al tuo cuore irlandese al mio senzanome grazie alla lingua straniera che ci circonda grazie al tuo esser distinta tra le donne del posto, da una pelle che ancora non regge lo schiaffo del sole. io scrivo, dipingo, ogni tanto dimostro qualcosa, la mando a un giornale facciamo dei figli i giorni passano vuoti e felici vuoti e felici grazie alla grande distanza grazie all'oceano che abbiamo lasciato grazie alle rovine che hanno il mio nome coperto da piante e da scritte altri nomi e grazie al tuo nome che è il nome di un paese che sta accumulando ricchezze. io ti riconosco per strada perché sei bionda tra tutte le brune, mi chiami: tutto l'amore del mondo ci scivola addosso come acqua pulita insieme al do lore ci scivola addosso noi non lo sentiamo vivamo in assenza in assenza totale grazie alla grande distanza tra la mia voce e la tua grazie alla lingua diversa tu mi riconosci perché sto al bar e disegno e perché gli spagnoli ti stanno antipatici tutti i desideri ci scivolano addosso scivolano lungo la tua schiena felice che si china alla finestra al mattino a guardare come sono sciocchi per strada gli uomini e scure le donne. i giorni passano vuoti e felici grazie ad una distanza grazie ad un esilio grazie alla latitanza della malattia del dolore grazie ai figli che crescono imparando una lingua che non conosciamo e che pure ci chiamano mamma e papà.
*
Ci si risveglia dal sonno, forse perché è nel sonno che la memoria fa più male; è nell’abbandono del sonno che “metz yeghern” dimora, è qui che alleva e dispiega la sua ala di morte, covando la storia in natura di lebbra: una sorgente inquinata che tracima oltre il vetro dei sogni, e già preme alle porte dell’alba per predarne la luce. Ci si risveglia, allora, sempre in forza di un dolore in cerca di requie o di grido sulla bocca dell’aria; in nome del “piccolo male” che ci segna a dito lungo i giorni, e ci imprime l’unica stimmata capace di soffiare convinzione ai passi nell’attraversamento della “frana”. E’ a questa luce razionale, netta, senza idillio, che occhi e mondo devono reciprocamente abituarsi, affidarsi come in un abbraccio soterico, senza nessun’altra redenzione che non sia la consapevolezza di poter creare di nuovo, al tocco della mano, cose vive, restituirle al novero e alla loro sostanza di voci. La “comunità assoluta” è la cronaca riflessa di questa odissea, il “racconto” di questa restituzione al “quotidiano” dei suoi sigilli e dei suoi altari infranti: non la verginità e il senza tempo di un paradiso perduto e ritrovato per incanto e suggestione d’arte, ma la dimensione esatta del taglio e della ferita, cioè il cammino a ritroso, di cicatrice in cicatrice, di lembo in lembo, di sutura in sutura, fino al primo colpo. Fino al “muro di mattoni” dove ogni nome è un volto che “porta gli occhi del padre”; e chi vi si sofferma, si porta via la certezza di somigliare per sempre all’altro che non conosce, né mai conoscerà.
(Francesco Marotta)
"(...) un libro granitico, gettato come una colata subito raggelata in bronzo, eppure, nello stesso tempo, lieve. Perché è il battito stesso della vita che si sente leggendolo, così duro e insieme invisibile, astratto, e insieme fatto di puro affetto, carne. Così queste voci quotidiane intorno a me ora, non mi distraggono, ma quasi mi fanno capire meglio questa solitudine (anzi questa comunità) assoluta"
(Claudio Damiani)
"Di Lorenzo Carlucci ho appena ricevuto la Comunità Assoluta. Un libro fitto e tuttavia chiaro, dove si dice tutto cio' che e', nulla di piu' e nulla di meno. Sembrerebbe un libro di logica buddhista, dove ogni parola e' 'tathata',
dice il 'che e'' del reale, dice il 'cosi'' e basta."
(Roberto Carifi sull'ultimo numero di "Poesia")
La Comunità Assoluta [...] è la prima prova in assolo di Lorenzo Carlucci ed è un assolo che colpisce per coerenza e maturità.
I testi della raccolta (in gran parte risalente al 2003, quando l’autore allora ventisettenne era dottorando negli USA) si inseriscono infatti consapevolmente nell’orizzonte di una poetica filosofica o, forse meglio, di una tensione etica che diventa visione ontologica. Emblematica di una tale lettura è la sezione centrale del libro, non a caso intitolata “metodi”, dove esplicitamente l’autore dà conto di come dietro il discorso poetico vi è sempre e soltanto il problema del concetto del mondo.
[...]
Carlucci [...] appare ben consapevole che, per dirla alla Wittgenstein, ogni discorso è rete e che insita in qualunque ordine, grammaticale e/o sintattico, c’è una “rappresentazione” , e non a caso il titolo di alcuni dei testi è “enespace”, quasi a dar conto di un’inevitabile teatralizzazione della forma poesia palese anche nei numerosi “dialoghi”. E tuttavia “La Comunità Assoluta” prova la via della rete a maglie larghe, dello scheletro a intelaiatura leggera, che non distragga, anzi, si dislochi sul problema del mondo: la libertà e il male simultaneamente offerti agli umani. Su questi “dati” si fonda il precario equilibrio della grazia, la saggezza di un adeguarsi a qualcosa che saggio non è, al fondo la com/passione che affiora carsicamente in quasi ogni testo della raccolta.
(Viola Amarelli su VicoAcitillo)