Federico Zuliani, Travelling South (inedito)
Non ho mai creduto alla poesia di/per genere, tanto meno all’esistenza di una poesia “generazionale”. Trovo quest’ultima, se possibile, un’etichetta ancora più trita, inutile e vuota tra tutte quelle che infettano e piagano il panorama della letteratura in versi, deprivandolo della possibilità di significare oltre i limiti arbitrariamente imposti e di mostrare l’intero orizzonte degli echi e degli alfabeti di senso che contiene. Distribuendo patenti e innalzando steccati che, apparentemente, cercano di definire uno spazio e la sua presunta specificità, non fanno altro che negare, nei fatti, la possibilità di un ascolto e di una fruizione a tutto campo di quell’inafferrabile atto creativo che fa del polimorfismo la sua ragion d’essere profonda, il suo peculiare e molteplice sguardo sul mondo. Le “generazioni” allora, di fronte alla risonanza che si genera nel tragitto dall’occhio alla parola (o dall’orecchio alla voce), semplicemente non esistono: esiste il testo (o il corpo sonoro), insieme al complesso di ragioni da cui nasce e di cui, nella circolarità dell’incontro, tende a spogliarsi, fino a mostrare, nudo e libero, il bagliore di oscurità che lo alimenta e sul quale si staglia, prima di oltrarsi lasciando il residuo, la traccia mobile della sua finita e terrestre epifania. Il lampo di oscurità da cui si origina l’atto del dire e la rinominazione del reale in nuovi accenti: ecco a cosa ho immediatamente pensato, leggendo e rileggendo “Travelling South” di Federico Zuliani: e lo pensavo all’interno di un crescente stupore di fronte alla lineare, eppure complessa e articolata, costruzione dell’opera; di fronte alla sapiente, a tratti disarmante, tensione che anima e dispone la sua mano nella gestione e nell’utilizzo di strutture consolidate e subito radicalmente svuotate, riplasmate e rimontate in forme inconsuete, forme antiche, evase, per grazia di poesia, dal silenzio della loro inascoltata gamma di riverberi. Gli è bastato, ad esempio, capovolgere i poli dialettici di rapporti razionalmente, e storicamente, determinati e omologati, ampiamente e per lunga consuetudine consegnati alle categorie del dire e dell’agire, quale quello tra veglia e sonno (magistralmente indagato da Lorenzo Carlucci nella sua stupenda nota); oppure, come credo che in questi versi a tratti succeda, e ad alti livelli, lasciarsi guidare da un’intuizione che si realizza e, lentamente, si fa scrittura nel corso di tutta l’opera: utilizzare il proprio corpo come cassa di risonanza, come medium incontrollato, in balìa dei tempi e degli spazi di una geografia altra che, attraverso di esso, si dice, si rivela. Qui non è più la parola che si fa strumento di lettura del reale, a partire dal soggetto che la utilizza per rappresentare ciò che il suo sguardo raccoglie: ma è la realtà/natura/storia stessa che si impadronisce dello sguardo, dell’occhio, del corpo del poeta e lo costringe a vagare tra cecità e visione, tra oscurità e luce, mentre le labbra pronunciano, per la prima volta, i suoni della terra al suo nascere.
Stupore, dicevo: quell’attimo di grazia che ti rende partecipe della comunione/comunicazione che la poesia realizza quando si fa corpo di necessità e pienezza in cerca della dimora dell’ascolto. E che questo avvenga per mano matura di un poeta che scrive il suo primo libro a più di sessant’anni, e ci offre il dono indelebile della sua “mente musicale” (cfr. Michele Ranchetti), o per mano incredibilmente matura di un ragazzo poco più che ventenne, che ci regala frammenti di incredula bellezza, la meraviglia ha la stessa identica funzione, lo stesso invariabile esito: ora abbiamo nuovi occhi per ascoltare il nostro suono più vero nell’alfabeto inudibile del mondo.
(Francesco Marotta)
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Nota critica di Lorenzo Carlucci su Travelling South di Federico Zuliani
Per Amleto il dilemma in aut aut, per il desterrado, invece, o per chi è nato e si muove lontano da casa, pare, a leggere Zuliani, il dilemma è in et ac. L’essere e il non essere sono la condizione, per chi è lontano da casa, la forma che regge è quella del dubbio sciolto nella contraddizione. L’essere e il non essere, l’essere qui (nel corpo) e là (nella mente, e viceversa). “My heart is in the East, and I am at the ends of the West; / How can I taste what I eat and how could it be pleasing to me?”, scriveva Yehudah ha-Levi, ma per il desterrado Zuliani la condizione non è tanto lineare, non si risolve nell’essere qui e non essere là. Non è insomma la semplice (in quanto orientata) condizione dell’esiliato, che ha la sua terra (Santa) in un inaccessibile ma ben determinato luogo fisico. In Zuliani “qui” e “là”, quali deittici, perdono di senso quando le coordinate dei loro denotati si invertono, e si ha piena la coscienza che il “Travelling South” si invertirà prima o poi in un Travelling North. Mente e corpo sono pure difficili da tenere distinti, s’invertono anch’essi, per esempio, se il ricordo (e.g. della vita “perfetta, ed eterna / come la vita di chi va ancora all’asilo”, e chissà dove) è più corporeo del corpo presente, in un luogo di non appartenenza; oppure quando il corpo presente è diventato spirituale, quasi un concetto, in un paesaggio che non riesce a individuarlo, che non offre collocazione e dunque non è propriamente un luogo. Per tanto, soltanto la forma della contraddizione, la forma di ‘A e non A’, sembra poter esprimere adeguatamente questa condizione. Zuliani il desterrado è il terzo escluso.
“Pianura di campi immensi e di uomini integri,
sei la mia fede, il luogo da cui non si parte
ma a cui si torna, sempre.”
E ancora:
“Nel bosco poi la notte senza fine scopre che anche il buio
ha fine.”
Per questo Amleto, o meglio per questo Iago (“I am not what I am”), una salvezza è - perchance - solo nel sonno, proprio - perchance - la stessa tentazione dell’altro Amleto – “to sleep - / To sleep, perchance to dream”. Un sogno per il desterrado è l’esistenza in veglia, che è tempo onirico e utopico perché speso in una dissociazione tra lingua e orecchio, luogo della mente e luogo del corpo, mente e corpo stessi. Il sonno è allora un “invito a cadere”, e la tentazione a “lasciarsi dormire” soffre di una ambivalenza (ancora, la forma della contraddizione) tra salvazione e perdizione.
“e l’Irlanda questa notte è in lontananza arancio, e qui vicino verde
quasi un invito a cadere, e a dire basta, o a lasciarsi dormire.”
“Tu mi hai guardato, e senza che te lo permettessi
hai visto il buio profondo in cui cade il mio cuore
lo strapiombo senza appigli dove vado a dormire”
Scrive altrove Zuliani:
“[...] non penso sia un caso che si parli degli ebrei come del popolo ’che non ha dove appoggiare il capo’. Dormire è per me, più che un’immagine della morte che sarà, è il momento in cui è più palese la nostra fragilità, e al tempo stesso il nostro essere umani. Può essere vinto anche Sansone nel sonno. Anche nelle baracche dei campi erano presenti le tavole dove dormire. Facciamo il letto, lo sistemiamo, lo prepariamo. E poi cerchiamo un posto dove dormire, in modo diverso da come ne cerchiamo per mangiare, per esempio. E’ il momento in cui ci affidiamo agli eventi e in cui confidiamo negli altri (c’è sempre qualcuno di veglia).”
Il sonno è la prima di una serie di immagini di salvezza, proprio perché è una immagine della nostra fragilità. Dove può stare infatti il primo indizio di salvezza se non nell’agnizione della nostra fragilità?
Ma il desterrado non può abbandonarsi del tutto alla culla del sonno, deve levare il capo, e per tanto, oltre il breve ristoro, la verità – l’unico appiglio - è da riconoscersi forse nell’alternanza di sonno e di veglia. Quest’alternanza di sonno e veglia scandisce il tempo di queste poesie.
“Oggi, io e te, ancora una volta
ci siamo svegliati nella città vuota”
“Sogno di te, e di me, (e di altri)
in notti che somigliano ai giorni delle isole
quando la notte continua oltre il mattino”
Da questa alternanza resta determinato, quasi scavato, il luogo reale, la sola permanenza rintracciabile, per l’individuo che ha lasciato la casa, il cui seme è stato seminato lontano dall’origine, ignaro di sé ma consapevole, soltanto, della propria origine, come scrive Zuliani in questi versi splendidi.
“chiuso su questo altopiano dove i miei avi
hanno seminato perché io spuntassi, altrove,
senza sapere più nulla di me, solo di loro.”
— Come si esce da questo Purgatorio?, chiediamo allora a Zuliani, quando la morsa del sonno e della veglia ci stringe la gola, comincia a soffocarci come l’immagine di una forma vuota, che non lascia spazio che a sé stessa, una intercapedine dove l’aria si fa irrespirabile. Il travelling south, ormai lo sappiamo, si invertirà inesorabilmente in un travelling north, et sic in infinitum. Quale salvezza, if any, è possibile, oltre la culla scavata tra tempo e tempo?
Non alla nostalgia, non all’amore, Zuliani chiede salvezza. Chiede però il conforto dell’amore e della nostalgia, il breve ristoro, perché la voce che canta in questi testi è voce umana, mente e corpo forse indistinguibili ma entrambi vivi e mortali, passivi e attivi. L’amore, sia esso un sentimento famigliare o erotico, non riesce però a redimere dalla pena d’alternanza, compresenza e simultanea assenza di tutte le determinazioni e coordinate. L’amore sembra anzi adagiarsi su questa moto di marea perenne, si vuole addormentare con il desterrado, rende dolorosamente sensibile la contraddizione (“Tu sei laggiù./ Mentre io sono qua. Non ho più magliette stanotte”), e resta per ciò chiaro che serve altro per una indicazione di salvezza.
“l’amore che non avevo mi aveva invece trovato, pur rimanendo lontano,
e volle addormentarsi con me, ogni sera, quando non ricordavo neanche
più d’essere altrove, e credevo invece d’essere a casa”
La vicenda di sonno e di veglia è il metro del tempo per l’individuo che non ha luogo, e che è dunque non individuato, per il nostro Iago. Il tempo è allora il solo fiume al quale si possa affidare la poesia-Ofelia, farla flotter “comme un grand lys”. Il tempo, per chi non ha luogo, è il solo panno che tiene insieme le ossa. Il tempo tiene insieme gli idoli della Repubblica Verde, il dio in forma di gatto della Piana da Fal, e l’Europa cristiana, perché “anche da noi / prima di succedere a Pietro i pontefici / erano soliti trarre auspici dai polli.” Il luogo, al contrario, è sempre coperto di neve, è privo di punti di riferimento, una superficie non orientata: il luogo-identità, il luogo-viso, è sfigurato, è sbiancato, scolora nel nulla-quodlibet che segue a una contraddizione (ex falso quodlibet).
“La faccia di questa estate è come un grumo di neve.”
Il tempo è dunque un primo spazio d’una possibile salvezza. Il tempo di Zuliani è il campo sullo sfondo del quale si può toccare, come presente, tutto il passato, si possono toccate tutti i morti (e i vivi che sappiamo già morti, e i morti che sappiamo ancora vivi). Nel tempo, che unisce e non separa, tutto si raggiunge con un “Tu”.
Ma anche questo tempo, in Zuliani, non sfugge alla forma della contraddizione. Il tempo è anzi, come per gli antichi, una contraddizione in movimento, la successione impossibile dei “nun”, “l’immagine in movimento dell’eternità” nel Timeo. Anche il tempo ha in Zuliani il suo doppio. L’altra faccia del tempo è, per il desterrado, la lingua. Tempo e lingua sono i campi di salvezza, e stanno come l’amante e l’amata sulla moneta (il simbolo) che il poeta vorrebbe coniare per vincere la morte: “ognuno in rilievo sopra il vuoto dell’altro.”
La lingua è la lingua italiana, e l’impossibilità di tradirla, è lo spagnolo come lingua bella in cui è possibile il sogno (e che va, per tanto, abbandonata), è la lingua tedesca, ancora uno spazio che si sostituisce allo spazio negato di chi non ha luogo.
“[...] Forse
che questa lingua che uso ma non padroneggio (perché
per troppi secoli l’hanno parlata uomini ben più indegni di me) – e che
è la patria che mi porto dietro e cui torno sempre –
mi concederà in ultimo parole migliori”
“Mettermi a studiare il tedesco, per me, ha significato
rimettermi finalmente sulla via di casa
riavviandomi al contrario per una strada nota.”
La lingua come doppio del tempo, e, finalmente, nella lingua, l’atomo della lingua, il nome. Il nome è finalmente il luogo, l’hic del desterrado. È il nome il luogo che si sostituisce al luogo fisico, alle coordinate, il nome è anzi il simbolo, il luogo astratto, che determina il luogo fisico, è il totem che pone un limite dove era soltanto indeterminazione, e rende con ciò possibili il movimento e la direzione.
“La sensazione di essere, e di poter andare;
sino a quel nome, pronunciato a fatica,
a quel luogo, in cui mi so ancora aspettato.”
Il nome finalmente, come luogo e salvezza dal luogo, ché la parola è un oggetto e un astratto, un token e un type, vive in questa ambiguità insoluta, in un perenne ‘stare per’, in una suppositio, essere/stare per altro.
“Quando mi sono innamorato di lui Israele era poco più di un nome”
È il nome la terra promessa.
***
Testi
Ubi tu, ego gaius
(formula matrimoniale nella Roma repubblicana)
Tampoco sabemos ya rezar
porque hemos perdido el silencio
y también el gríto
(Ernesto Sabato, La resistenciaa)
1.
Diretti a sud-ovest, marciando,
tra la brina dei campi del Nord dell’Irlanda, quando l’alba è lontana
e il cielo morto, d’una morte di venerdì, senza alcuna speranza
m’accorgo che di Yeats non ne ho letto abbastanza
così che invento per me apocrifi e ritraduco poesie
qui che un aviere irlandese prevede la sua morte (e il Donegal si fa scuro, come torba porosa)
in una stanza d’ostello riposa una ragazza
le cui mano sono come stelle, o bottiglie aguzze di ricoprire muri
ora che è passata la pioggia, e ci sono le stelle.
Ma la marcia non è cinese, e non è marziale
e l’Irlanda questa notte è in lontananza arancio, e qui vicino verde
quasi un invito a cadere, e a dire basta, o a lasciarsi dormire.
2.
Dopo aver chiamato il mio letto molti letti diversi
si è imparato a confidare poco, ma a fidarsi molto. Così
questa notte. L’inferno dicono sia fatto di luce, e di acqua.
Affinché ci si possa vedere. Faccia a faccia
e te, nell’acqua. Ora in compenso maggio è già settembre
e il viaggio temuto è passato, trasformandosi in foto e in ricordo.
Negli empori d’Africa non si conosce la parola biscotti
al massimo ci sono gallette oltre alle liste d’attesa
e alle legende in tigrigno a coprire originali italiani
mentre il sole di fuori si abbassa e si tramuta in pianura.
Qui dove noi abbiamo un passato, ed una colpa.
Mentre il sole si abbassa, e compare la luna.
7.
C’è qualcosa nella luce stanotte oltre le sponde del fiume.
Sono gl’alberi e gl’uccelli dei boschi
mentre la macchina si fa più vicina
arriva, e si fa più distante. Tu sei laggiù.
Mentre io sono qua. Non ho più magliette stanotte
bruciato come sono mani e piedi dal freddo.
La faccia di questa estate è come un grumo di neve.
L’occhio del mondo invece non guarda, e scruta,
qui che è capanni in abete, e sdraio d’ottone.
Nel bosco poi la notte senza fine scopre che anche il buio
ha fine. Come coriandoli d’oro le stelle svengono piano
e la luce diventa saggio, sguardo e violenza, contenta.
9.
Chi non l’ha mai vista non sa, cosa sia, la Croce del Sud.
Mitologia senza dei di chi si dirige in basso
laggiù dove si cammina a testa sotto, e si fa tanto sesso
e simbolo preesistente di un Dio giunto, profezia e figura.
Riassunto celeste di ciò che è il Sud: cinque stelle
di cui nessuno sa il nome, nessuna polare
nessuna unica. Unicità inesistente in un mondo che ne è altri
ma che (non) è (mai) se stesso. Così per quella croce
vale la pena addormentarsi in lagune basse
o sopra i tetti mai spioventi di una città argentina
mentre la notte per una volta non è straniera, ma è madre, e quelle
cinque stelle sono te, e tu puoi anche decidere di essere loro.
21.
3/12/2005, a te
Quando nel buio scuro di quando s’è spenta la luce,
e ci si è denudati, tu ti avvicini a me
e mi offri ciò che sei, e che un tempo fosti
anche allora io non ti avrò mai conosciuto sino al giorno in cui
- a occhi chiusi – appoggiando le sole dita su di te non saprò riconoscere
le ciccatrici profonde che mi nascondi.
Ciccatrici di mozziconi spenti in passant e di parole
gettate con mala grazia su di noi un giorno
quando eravamo più brutti e appena imberbi
prima che partissimo, neanche diretti lontano, come
barche a vela latina certi mattini di maggio
sopra un mare che è lastra azzurra, e vecchia speranza.
24.
Il giorno che non sarò più raccoglimi,
come castagne vecchie che non mangeremo, in un sacco, e gettami
oltre le siepi del tempo, e del pianto.
Allora, solo allora, invita a cena i miei amici e dì loro
di scegliere tra gli scaffali un mio libro, e di tenerlo, quindi
vendi gli altri e va dove vuoi
e dimenticami. Fosse per me vorrei solamente
svegliarmi un giorno laggiù, dove sai, e dove è bello.
Tu, ora che puoi, sposati; solo ricordati di aspettare giugno
tra tutti senza dubbio il mese più bello. Bello perché ha notti accoglienti
e mattini ampi e ricordi che non saranno più tali
quando saremo morti, come una specie di vento.
28.
La neve là dove non nevica mai
ha la fragranza di un tovaglia di Fiandra
sepolta nei cassetti più intimi, e più speciali.
Qualcosa di cui s’è mantenuto il mito
più che il ricordo e che si è imparato ad immaginare
e a non vedere. Sino al giorno
in cui una forza inappellabile come una madre
la sceglie, e l’estrae. Una coltre bianca
e apparecchiata: con sottobottiglia in argento
e cristalli Boemia. Allora, vale la pena alzarsi
di notte, uscire dal letto e andare a osservala: prima
che ci cadano il vino, la pioggia e il mattino.
36.
Svegliarsi quando gli altri dormono
è come entrare nella stanza proibita.
Allungarsi sulla porta per girare il pomello
reggendone il peso perché chiudendo non sbatta
quindi respirare a ritmo, e camminare piano.
Gelosi più che timorosi del proprio silenzio.
Svegliarsi alle 6 significa poter guardare
finestre che altrimenti vedrei solo aperte.
Accendendo la luce più piccola mi siedo
al tavolo quadrato della mia cucina,
da solo, e apro il giornale del giorno prima
per leggere notizie morte mentre mi sento vivo.
37.
Nel momento in cui il lutto diventa vivo
il fardello più duro da portare fra tutti
è il cambio in corsa del proprio sistema metrico.
Rieducandosi a pensare a tre subito
(e non dicendo quattro e sottraendo uno), nel pratico:
contare i posti in un ristorante
o in quante frazioni ridurre una mela.
Abituando la mente a un nuovo cambio,
a una nuova misura, filosoficamente,
a un nuovo modo di interpretare il mondo.
Scoprendo le riconversioni quanto poco valgano
e quanto spazio abbia l’approssimazione.
39.
Per me tu sei i cimiteri,
la terra grassa che han concimato le mie ossa.
Quando ero lontano mi hai parlato
velandomi gli occhi colle tue fattezze.
Pianura di campi immensi e di uomini integri,
sei la mia fede, il luogo da cui non si parte
ma a cui si torna, sempre. Tu sei i campanili,
un barocco dolce per quanto austero; fatto
di santi lavoratori conservati con la cura
con cui si conserva il pane. Ebbene tu
concedimi in ultimo di poter tornare
sterco e humus tra i tuoi pioppi, e la tua brina.
***
Nota
Federico Zuliani è nato a Milano nel 1983 ed è in procinto di laurearsi in Storia presso l’Università Statale della stessa città. A partire dall’adolescenza ha vissuto lunghi periodi all’estero, tra Argentina, Scandinavia e Asia. Ha pubblicato alcune traduzioni da autori iberici e nordici su riviste e in volume (J. V. Jensen, Alla stazione di Memphis, La Pulce, 2005). Travelling South raccoglie testi scritti tra il 2005 e il 2006.