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  sabato 31 luglio 2010 Francesca Sallusti - La lepre cede il passo Registrazione 
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Francesca Sallusti - La lepre cede il passo all'oro – prefazione di Jacopo Ricciardi, postfazione di Stelvio Di Spigno, Forlì, Editrice L’arcolaio, “I Germogli”, 2008.

 

Testi

 

(senza titolo)

 

Luci nel solaio, appena tardi.

Si vedono solo le tue mani. Il cinema è a pochi passi, alcuni odori si impigliano al carbone

proprio vicino alle tue mani. Non facciamo niente, abbiamo miglio sotto la giacca.

Nascondiamo il denaro sotto quella giacca, pensiamo sia il posto migliore. La giacca è dove

càpita, senza precauzioni.

Buio, non vedo niente, solo l'odore di sandalo e pietra.

 

Tutte le sedie sono di ruggina persino la pioggia e le montagne.

Paese di ruggine, paese di creature profumate di giglio nell'orecchio, delle screpolature dorate

fragili sulle gote, bronzo tra le lacrime.

Non sentono, i suoni sono larve.

Paese di padri e figli e madri.

 

 

Claudia

 

Vorrei essere la signora di mezza età

alla fermata dell’autobus

che indica il numero alla sua amica.

 

Vorrei essere la donna con il bimbo in mano

ancora gravida.

Vorrei essere la ragazza che cerca la via

lontana dal suo quartiere.

 

Invece sono una puttana con il suo bambino.

 

Vorrei essere  l’uomo che giace

e un muro di casa

rinfrescato dalla pioggia di fuori

dipinto di un colore

ben intatto, non rovinato

dal tempo e guardare i miei cari mangiare.

 

Vorrei essere la mano che dirige

un piccolo veicolo

nel pomeriggio mite di un giorno autunnale

vorrei essere un individuo caro al tempo.

 

 

Parte Prima

 

Sotto il cielo di questa città di questa èra l’amore dirotta

trainato da un viso qualsiasi

donna uomo madre figlio.

 

. . . .

 

Ho trovato un angolo questa mattina,

a occhi bassi,

come quando l’amore e l’aurora erano un unico sigillo negli occhi

e contaminavo quel cemento con i miei occhi bassi.

 

. . . .

 

La luce che entra nei capelli come il ragno nella tela

e i passi tra i passi nella città.

Un’automobile in fretta sulla strada, come la fine del cielo,

più calda della pietra che porti sulla fronte.

 

. . . .

 

Ho speso tutti i miei soldi per comprare delle rose.

Hanno il colore che hanno le rose

il loro colore

di quelle rose dalla carnagione del cielo al suo finire.

 

 

Elefantina

 

Sono madre scalza sulle pendici della terra e levigo un’arma, straniera.

La mia nuova terra si chiamerà Elefantina.

In omaggio all’obesità dei giorni la mia nuova terra si chiamerà Elefantina.

Con lei migrerò in me.

 

Ho riposto le tue ossa nel cielo

anche se io non conosco il cielo

lo posso vedere aspettandoti.

Poi arrivi come l’uccello che migra.

 

Dunque sei la nuova terra che si stende cadendo

dalle mie mani

l’inchiostro su cui la giovinezza planerà

l’orma sulla schiena dell’universo.

Il volto che l’idolo dirigerà.

 

Stendi il seme che porto sulla fronte,

te lo donerò tra la fine del giorno e l’inizio di un altro giorno ancora

quando la luce si sporgerà, e lieve e ordinata attenderà fuori alla porta,

appoggiandosi.

 

Tu porgilo sui tuoi occhi.

 

Il tuo viso è la mia parola

 

Scosta il viso dalla pioggia come il battito nel cuore,

la sua pelle sarà la mia nuova vita.

Madre sorella figlia.

 

Il tuo viso è la mia parola

 

Rammenda i miei occhi come un tempo si barattava l’orzo

bagna la mia fronte come la delizia del primo vento mattutino.

Il tuo viso è la mia parola

 

Spargi la mia parola su questa sfera che ha sete,

porgi a lei l’acqua dell’universo.

 

Il tuo viso è la mia parola

 

Scrivi,

del tempo che si avvicina al tuo corpo e,

donandoti il suo passo ti rende indifferente alla sofferenza.

 

Dell’acqua versata sul viso e stesa sulle gote con le mani,

quando il caldo impedisce il cammino.

 

Scrivi,

della forma breve,

come una preghiera prima della notte,

del tuo linguaggio.

 

***

 

Dalla prefazione (”Nell’universo nessuna cosa può mentire“) di Jacopo Ricciardi

 

     La sincerità è incanto. Si deve parlare di poesia quando questa è portata con tanta sincerità e quando la sincerità è tanto particolare da porgere un incanto; un incanto particolarissimo e ricco come è quello femminile nel momento unico e privato di una donna che mette al mondo un figlio: questa poesia sembra possedere tutte le doti emotive e propulsive di un animo femminile còlto nel momento di maggiore sensibilità, come è quello, per una donna, della rivelazione di una nascita che si prepara. E questo tema non è per nulla scontato nel panorama della poesia di oggi. E non lo è, proprio per il naturale e privato modo di esprimersi che utilizza, al cuore di una poetessa madre, dall’interno di un sentimento – in un modo che a me, da uomo, sembra molto più intimo di qualsiasi altra poesia maschile. Viene utilizzato il carattere di una innata bontà, che è proprio di una vita che crea dentro di sé una vita che deve  venire al mondo e nascere e crescere: è l’inevitabilità della vita, in tutto ciò che è vivo e vissuto vivamente, in un incanto naturale biologico.

 

     Questo è sicuramente uno dei pregi di questa poesia: una complicità vitale, quotidiana, anche poetica, nel presente dell’unione più forte tra due individui: il concepimento di un figlio, la vita di quel loro figlio, da quel momento, che trascina e porta insieme le loro vite, l’una per l’altra. Che l’incanto abbia un suo centro preciso e che coincida con il suo stesso sogno e che questo sia la complicità, e che questo stato di cose venga rivelato attraverso il mezzo della poesia, mantenendolo davanti al lettore vivo e pieno, è cosa che ha del miracoloso, non soltanto per le doti della poetessa, ma per il valore umano trasmesso: un incanto reale, coraggioso.

 

     Mi sono chiesto se queste poesie potessero essere apprezzate più e meglio di quanto io ne abbia goduto alla lettura; me lo sono chiesto perché nel caso fosse possibile sarei geloso di quel segreto pensiero, di quel lettore o di quella lettrice. Lo sarei perché qui ci troviamo in un ambito di vita vissuta e di confronto umano, e la lettura in questo caso è quanto mai simile al vivere, e io vorrei viverla e vivere in ogni modo che questa poesia consente. Lo vorrei perché farei della mia vita un evento più ricco e la solleciterei come accade con un evento reale – come se assistessi al valore e al potenziale di una nascita. E da uomo assisto al fiorire del senso drammatico naturale e preciso del senso della femminilità. [...]

 

*

 

Dalla postfazione di Stelvio Di Spigno

 

     È una poesia di difficile decifrazione, quella di Francesca Sallusti. E senza voler correre il rischio di applicare etichette incongrue senza centrare l’obiettivo, sarà meglio parlare dei suoi versi come fossero venuti dal nulla, frutto di un talento aristocratico e altezzoso che d’improvviso mostra le proprie credenziali ai nostri occhi, fin troppo abituati a consonanze e detriti di esperienze poetiche consolidate. La lepre cede il passo all’oro è una raccolta di versi nella quale la disarmonia del vivere quotidiano si riempie di simboli preziosi, di chiaroscuri ricchi e viziosi, di echi deformanti, di continue slabbrature che mimano la casualità della vita; la scommessa della Sallusti, quanto mai ardita come il coup de dés di un Mallarmé apocrifo, mira a un significato complessivo originario quanto indefinibile.

 

     Questo libro inizia proprio lì dove l’esperienza concreta di un personaggio fittizio e volontariamente abnorme sconta la propria rinuncia a una definizione personale. L’io non intende essere se stesso, individuarsi, starsene buono mentre le ipotesi di leggibilità altrui fanno a gara a immettere per primi una qualche trama di protagonismo a questi versi. Direi di più: Francesca Sallusti conia un vero e proprio anticonformismo poetico, depistando alacremente le buone maniere di una vita fin troppo borghese e abbracciando un’etica capovolta, quella di rinuncia a una identità accertabile.

 

     Si tratta di una scelta esiziale, in quanto fonda le coordinate di un esilio coraggioso: quello dalla frenesia della ricerca di un ruolo, nella vita come nella ideazione letteraria. Ma questa mancanza di identità vuol dire anche follia, ascolto delle cose in tutte le loro vibrazioni, poter essere e diventare tutto: madre e puttana, moglie e scrittrice, figlia e madre, alata creatura angelica precisa fino all’ossessione sui propri contenuti. La libertà sofferta e caotica di questa operazione è lo scotto da pagare all’ambizione invalidante del vivere in questo nostro tempo. [...]

 

 


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