UNA VOLTA SOLA
Fu quando Ester si affacciò dal treno che capì che indietro non si torna.
Vide gli occhi sgranati di lui a fissare un punto incerto sulla striscia gialla al di qua del binario. Così sporco che il giallo era quasi grigio, o forse no, era il suo sguardo basso e immobile a deformare anche i colori. Quanto schifo nelle stazioni, fu la sola cosa che quel giorno riuscì a pensare. Che volle pensare.
Lui stava in posa indefinita, un piede su quella striscia giallogrigia - che una voce deformata dall’altoparlante suggeriva di non superare per prudenza- uno a mezz’aria a sfiorare il primo scalino del treno, quasi avesse in mente di saltarci sopra al primo accenno di movimento. Non poteva sollevare il viso, lei l’avrebbe visto piangere e un uomo, questo, lo evita finché può.
Ester lo immaginò, non lo chiamò per nome e continuò a fissarlo come una cosa che non ritorna. O che non c’è mai stata.
Si era preparata un lungo discorso per togliere un po’ di sale a quella giornata, giusto perché non risultasse troppo pesante mandare giù il boccone.
Solo che adesso si chiedeva dove le avesse messe tutte quelle belle parole che aveva appuntato nella mente, scavando tra ricordi di vecchi libri i vocaboli più impersonali e giusti, di quelli che non sai dove vuoi andare a parare, ma che ci stanno bene se vuoi essere forte e regalare coraggio.
Tre anni insieme, ma adesso doveva andare. Era l’occasione della sua vita quel treno mezzo verde e mezzo bianco, e dentro tutto sporco di vite di passaggio.
Anche per lei, in un altro senso, era solo un mezzo. Arrivare a Roma e poi volare oltre oceano, a pigliarselo tutto quel lavoro così cercato e voluto.
Aveva provato a spiegarlo anche a lui, che aveva scosso la testa e chiesto solo “E io?”
Già, e tu.
Tu rimarrai il mio unico amore, quello che avrei sposato il prossimo anno, se fossi rimasta. Ma capisci, succede una volta sola, una sola nella vita, questo pensò e disse Ester evitando con cura di indagargli dentro.
“Ma come fai a sapere che è il lavoro giusto, che starai bene, che non ti mancherà tutto questo, io, noi?”.
Certo, mi mancherai, ma allora non vuoi capire. Io ti amo ma questa è la mia vita, ho studiato, ho aspettato, e adesso ci siamo. Cioè, ci sono. Tornerò appena possibile, in qualche modo faremo.
“No, non si fa, Ester, lo sai che le storie a distanza – che distanza, poi - non durano”.
E io parto lo stesso, se mi ami non puoi non capire che sono cose che ti passano davanti e se non le acchiappi sei fregato. Se non lo faccio adesso dimmi quando.
“Fai come vuoi allora, non aggiungo altro”.
La lasciò partire anche se avrebbe voluto dirle che la vita che li aspettava insieme lui l’aveva già pensata, a suo modo costruita. Che sperava di chiederle di diventare sua moglie sul lungomare di Napoli. Di essere banale e innamorato con un anello da offrirle, un futuro incerto ma pur sempre futuro. Dei figli, magari.
Che per lei era pronto a sopportare anche le feste di famiglia, e la zia Piera che non smette un attimo di parlare. Che avrebbero preso un cane, magari due. Che non le avrebbe mai più rinfacciato i suoi difetti e qualche pretesa di troppo.
Ester partì, felice e triste insieme. Sarebbe tornata presto a riprenderselo, giusto il tempo di sistemarsi, mettere da parte un po’ di soldi, poi gli avrebbe chiesto di seguirla.
Solo che lui non lo sapeva ancora. Sarebbe spuntata come una sorpresa inaspettata.
Vedi, sono tornata per te. Andiamo a vivere in America.
Un rumore la riscosse dai ricordi.
Sarà la vicina che come sempre lascia cadere le chiavi di casa per terra.
Si affacciò al vetro come dieci anni prima, ma da molto più in alto. Ventottesimo piano di uno dei più bei grattacieli d’America, dentro un appartamento incredibile che non avrebbe saputo nemmeno immaginare prima che glielo consegnassero con un sorriso.
In basso, oltre la vetrata non c’erano occhi bassi e lacrime in bilico, ma fiumi di gente di tutti i colori e gli umori, brave persone, mendicanti, assassini, manager come lei.
Che scorrevano sui marciapiedi come piccole formiche, scontrandosi e scostandosi per lasciarsi passare.
Nessuna forma definita e netta come quella di un uomo che molti anni prima la abbracciava davanti al mare, la salutava vicino a un treno senza il coraggio di guardarla partire, senza dire una parola per non infrangerle i sogni.
Si era detta per mesi che sarebbe tornata, ma poi erano scalini in più da salire, unghie da affondare per non farsi superare da qualcun altro.
Così era rimasta a consumarsi gli occhi e gli anni su una poltrona girevole in vera pelle, ambito seggio che si era guadagnata in lunghe notti accasciata accanto a un computer a finire relazioni per il giorno dopo, nelle pause pranzo in cui correva a studiare inglese, in quelle rare volte in cui si sfiniva sul tapis roulant di una palestra perché anche l’occhio vuole la sua parte e un manager deve essere in forma.
Guardò la sua faccia sorridente da luna piena che la osservava da una foto sbiadita. Una foto che nel tempo doveva aver preso troppo sole perché era ingiallita agli angoli. Già, il sole. C’era anche quel giorno che lui le aveva scattato la foto da troppo vicino. Ester aveva protestato che sarebbe sembrata un pesce palla.
“Io amo i pesci palla, non lo sai? Sono i miei animali preferiti!” aveva commentato lui atterrandola sulla sabbia.
Se adesso si guardava allo specchio, di quella luna restava solo la metà Luna calante, avrebbe detto. Troppo magra, ma il tempo di mangiare non c’era più.
“Hai una strana tristezza negli occhi. Ce l’hai da quando ti conosco” le aveva detto un giorno il presidente della sua azienda.
No, quale tristezza, guarda che ti sbagli.
Ma Ester non avrebbe saputo dire con esattezza da quando gli occhi avessero cambiato espressione.
Magari, aveva pensato, è naturale. Sono stanca, lavoro come una matta, e gli occhi sembrano tristi. Sembrano solo. Perché poi non ho nulla di cui essere triste. Ho il lavoro più bello del mondo, e ho fatto tutto da sola.
Di questo pensiero adesso le restava dentro l’ultima parola, come un monito a lungo cacciato via dai suoi giorni.
Sola. Sola come chi nella vita ha fatto pesanti rinunce e se ne accorge tardi, quando gli anni sono attimi troppi lunghi da colmare e sai che non fai in tempo a riprenderti certi sorrisi. Quando guardarsi indietro è doloroso e necessario. Irrinunciabile.
Di lui aveva saputo solo che si era sposato. Glielo aveva scritto con cautela sua madre -che per comunicare con Ester aveva imparato a collegarsi in rete- in una mail telegrafica e ispettiva, per vedere se alla figlia avrebbe fatto male o sarebbe arrivata come una delle tante notizie dall’Italia.
Bene, aveva risposto lei. Se lo vedi, fagli tanti auguri da parte mia, era stata la sua laconica risposta. Di cui tra l’altro si era pentita un secondo dopo aver cliccato su Invia.
L’aveva incrociato, alla fine, sua madre. Due giorni esatti prima delle nozze, e gli aveva comunicato gli auguri da parte della figlia. Che poi lui avesse cambiato volto come se avesse visto un fantasma, questo no, alla sua bambina lontana non lo disse mai.
Ester si allontanò dalla finestra. In penombra si lasciò cadere sul divano.
Si accorse di una piccola lacrima scesa a rigarle il viso.
Sentì davvero, per la prima volta, che le occasioni mancate ci si allargano dentro, si prendono il cuore, riempiono di dubbi. Che non è facile scegliere cosa prendere e cosa lasciare. Che si era presa un lavoro da cinquemila dollari al mese e una casa che non avrebbe mai potuto avere nella sua Napoli bella e sfortunata.
Con la lente distorta con cui si osservava adesso, pensò a un tempo lontano, alla scelta tra due sogni, due mondi, due amori diversi.
Troppo tardi capire adesso che era lui – forse sì - l’occasione giusta per sentire quei piccoli brividi di gioia che la gente chiama ancora felicità.
Silvia Leonardi
Silvia Leonardi è nata a Messina, 33 anni fa. Laureata in lettere moderne, vive a Roma da quasi 10 anni. Lavora per una società informatica in cui si occupa di comunicazione, progettazione e formazione.
Ha pubblicato nel 2007 “Allo Specchio”, la sua prima esperienza letteraria. Ha terminato da poco un secondo romanzo che sta proponendo a diverse case editrici e ne sta scrivendo un terzo, anche se afferma di essere ancora agli inizi.
È un’ottimista per natura, non ha paura di sperimentare ed è una sognatrice. Sogna tanto. Non a caso il suo blog si chiama “Sogni Volanti” http://sognivolanti.splinder.com