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  venerdì 10 settembre 2010 PIANEROTTOLI * La donna invisibile - Paolo Zardi Registrazione 
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La donna invisibile

di Paolo Zardi

 

 

La comunicazione è un processo che prevede almeno due punti fermi: una sorgente e un destinatario. E se l'arte è (anche, o soprattutto: dipende dai punti di vista) comunicazione, un pittore che dipinge un quadro sta realizzando solo la prima metà della sua opera: opera che sarà conclusa solo nel momento in cui qualcuno aprirà i propri occhi di fronte alla tela, e aggiungerà, a ciò che sta vedendo, tutto il proprio mondo. Esiste, quindi, una relazione stretta, tra chi crea e chi guarda, una sorta di contratto i cui termini continuano a variare nel corso del tempo.

 

La narrazione occidentale degli ultimi tre o quattro secoli – dalla nascita del romanzo in poi – possiede una particolare caratteristica, che è il realismo, o la verosimiglianza. Chi scrive, pur essendo libero di inventare qualsiasi storia, o di descrivere un mondo inesistente e diverso dal nostro, deve comunque fornire, a chi legge, tutti gli elementi necessari per garantire una coerenza assoluta alla storia nel suo insieme: se in un racconto di fantascienza qualcuno vola, è necessario che ciò accada per motivi fisicamente plausibili, e non, ad esempio, per magia. E i cosiddetti “romanzi magici” sono eccezioni che confermano la regola, perché raramente rientrano nella tradizione occidentale fondata dal Don Chisciotte, fatta evolvere da Dafoe e Tolstoj, e portata alle sue estreme conseguenze da Kafka, Nabokov, Roth e infine Wallace.

Il lettore, dunque, impone allo scrittore di romanzi la condizione del realismo: in cambio, accetta di rilassare i vincoli della propria credulità per tutta la durata della narrazione. Se vuoi che io creda fino in fondo ai fantasmi che hai creato, sembra di sentir dire, garantiscimi che ciò che sto leggendo è successo in un qualche mondo – ovunque questo si trovi.

 

Questo vincolo è talmente consolidato che anche chi decide di realizzare una serie di fumetti nella quale un uomo è in grado di camminare rimanendo appeso al soffitto di una stanza, o può incenerire un avversario con una fiammata prodotta dalle mani, o riesce a vedere attraverso lo spesso muro di una casa, deve inventare – oltre a tutti questi particolari fantasiosi – anche un buon motivo per cui le leggi della fisica che siamo abituati a sperimentare vengono sovvertite. Nel Medioevo, o nella cultura araba, o nella civiltà latina, si sarebbero fatti intervenire Dio, Allah, Minerva, un asino d'oro, un mago con la barba; ai nostri tempi, dove lo scetticismo ha travolto ogni ingenuità, a chi deve inventare una storia impossibile rimane solo la cieca, ingenua fede nella scienza (o in una sua più o meno fedele approssimazione alla Focus) che il lettore medio non smette di professare.

 

In quasi tutte le storie impossibili concepite negli anni sessanta, si è ricorso spesso a non meglio precisate radiazioni per spiegare la nascita dei super-poteri: Peter Parker diventa l'Uomo Ragno dopo essere stato punto da un aracnide che si era fatto una passeggiatina in una sala dedicata ad esperimenti con l'Uranio; Matt Murdock si trasforma in Dare Devil, il diavolo cieco e mascherato che vendica i torti subiti dai giusti, dopo essere stato investito, in pieno centro, da un furgoncino che trasportava fusti di materiale radioattivo (!); e i Fantastici Quattro infine, tornati da una missione spaziale durante la quale il Sole aveva fatto le bizze, si ritrovano trasformati in simpatici fenomeni da baraccone.

 

La maggior parte dei bambini degli anni settanta ha amato l'Uomo Ragno, Hulk, Dare Devil, Capitan America; i Fantastici Mostri, invece, sono entrati nel cuore dei piccoli lettori con molta più fatica. D'altra parte, con chi ci si potrebbe identificare? Con Ben, detto “la cosa” (uno dei soprannomi più crudeli di tutta la storia dei fumetti), il gigante di pietra, costretto a girare vestito solo con un paio di ridicole mutandine blu? Con Johnny, il capo della spedizione, il serioso uomo chewingum? O con Bruce, la torcia umana piena di sé? Sue, la donna invisibile, moglie di Johnny e sorella di Bruce, era fuori gioco a priori: aveva un sesso che non combaciava con quello che, in miniatura, i lettori di fumetti tipicamente possedevano.

E sarebbe bello studiare, da un punto di vista psicologico, o sociale, o antropologico, il motivo per il quale una delle pochissime eroine “femmine” presenti nei fumetti americani, tra tutti i poteri che i suoi creatori potevano darle, abbia ricevuto quello di sparire a suo piacimento, cioè una facoltà non propriamente eroica: nel corso dei combattimenti con i feroci avversari, Sue scompare, sottraendosi di fatto al suo nemico; di lei, rimane solo un contorno tratteggiato, che permette al lettore di sapere dove si trova, ma non ai suoi nemici di individuarla. Davvero non si poteva inventare di meglio, per una superdonna?

 

Scegliendo invece un approccio scientifico, si deve osservare che la sua sparizione non è totale: non assomiglia, ad esempio, alla smaterializzazione  di Mandrake, che ora è qui, poi compare una nuvola di fumo, e lui non c'è più – no, la donna invisibile si limita a diventare trasparente, ma continua ad esistere ancora: può persino parlare, ed essere udita. La luce la attraversa senza essere né ostacolata né riflessa dal suo corpo, ma perdura la pienezza del suo corpo. Ma una cosa simile, sarebbe davvero possibile? Cioè: chi ha inventato la donna invisibile, ha rispettato il contratto del realismo con i suoi lettori?

 

Einstein, in qualche momento della sua lunga vita di scienziato e pensatore, disse che tutto è relativo. Anche se questa affermazione, in realtà, non era affatto generale, ma si riferiva al fatto che il tempo e lo spazio non sono uguali in tutti i sistemi di riferimento (un  metro, insomma, non è sempre un metro), la sua portata filosofica, più o meno consapevole, ha travolto qualsiasi campo del sapere – introducendo una rivoluzione paragonabile a quella introdotta da Darwin con la sua teoria dell'evoluzione. Dopo Einstein, è diventato chiaro che l'osservatore fa parte del sistema che si sta osservando, e che è impossibile prescindere dalle sue caratteristiche.

Il mondo che ci circonda ha suoni (un lettore mp3 acceso, una mamma che sta sparecchiando in cucina, la bambina che respira regolarmente nel suo lettino), odori (quelli del nostro corpo, più o meno camuffati, quello del posacenere accanto al computer che non abbiamo ancora svuotato), colori (il video, i pantaloni, il rosa delle nostre mani percorse dall'azzurro delle vene), sapori (un ruttino da McDonald che ogni tanto ci ricorda il pranzo coni colleghi, il gusto inutile di un'unghia che stiamo tormentando da mezz'ora), e una consistenza che ci avvolge (la sedia che ci sostiene, l'aria sopra di noi, la scabrosità del filato della nostra camicia di lino). E ci verrebbe da dire che tutto questo – suoni, odori, colori, sapori, consistenza – è qualcosa che esiste. Cioè che esiste davvero – non per noi, non in questo momento, ma sempre, nell'Universo.

Ma il serpente è sordo, e molti animali non distinguono i colori, oppure sono ciechi, come certi pesci degli abissi; e i delfini hanno un senso che permette di sapere come è orientato il grande magnete nascosto dentro alla Terra: un senso che noi non riusciamo neppure ad immaginare, se non come qualcosa che fa bip bip, o qualcos'altro che ci spinge più da una parte che da un'altra – una sorta di ditone che preme su un lato del nostro corpo. Se fossimo nati senza occhi, se non avessi sviluppato la capacità di trasformare la luce in qualcosa che ha senso per noi, saremmo arrivati a conclusioni sul mondo modo diverse da quelle alle quali siamo arrivati, e alle quali abbiamo dato, un po' pomposamente, il nome di Scienza.

Ma in qualsiasi teoria scientifica, si dovrebbe aggiungere una specie di postilla, una piccola professione di onesta umiltà, con la quale si dice che molti dei fenomeni fisici studiati hanno senso solo quando accadono dentro a quella particolare scala di valori che i nostri sensi riescono a percepire. Quando affermiamo, ad esempio, che il vetro è trasparente, dovremmo sempre aggiungere che stiamo parlando da un punto di vista tipicamente umano, o comunque animale – una pianta costretta a vivere dietro ad una finestra, ad esempio, non la penserebbe allo stesso modo.

 

La luce. Per descriverla con i nostri strumenti, per ricondurla a formule matematiche in grado di spiegarne i comportamenti (o di prevederli a priori), si possono usare due teorie diverse, legate tra loro: la teoria corpuscolare, che la immagina come un flusso di oggetti chiamati fotoni, e quella elettromagnetica, per la quale la luce è radiazione elettromagnetica. I fotoni trasportano un'energia che è proporzionale alla frequenza dell'onda elettromagnetica: ecco il legame tra le due teorie.

Quando la luce tenta di attraversare un materiale, i fotoni colpiscono gli elettroni degli atomi che lo costituiscono. Se in uno di questi urti un fotone riesce a fornire ad un elettrone un'energia sufficiente affinché questo passi ad uno stato di energia superiore (sono come le scale, questi stati energetici: o sei in un gradino, o sei su quello sopra, perché in mezzo non ci si può proprio stare) allora la luce non passa: i materiali opachi, quindi, sono costituiti da atomi i cui elettroni possono assorbire l'energia fotonica.

Se invece l'energia di un fotone (cioè la frequenza della radiazione: sono due concetti intercambiabili) non è sufficiente a far “saltare” l'elettrone, allora il fotone passa indisturbato attraverso il materiale: come accade con il vetro, che è silicio, cioè sabbia, che il calore ha trasformato in qualcosa di diverso. Il fotone ci passa proprio in mezzo, indisturbato. Come è possibile che una cosa così dura come il vetro, non riesca a bloccare un fotone? Perché non dobbiamo dimenticare che i sensi possono tradirci. La realtà è che tutto quello che noi consideriamo pieno, è praticamente vuoto. Lo spazio che c'è tra un atomo e quello che gli è più vicino è, in proporzione, quello che esiste tra il Sole e Nettuno, il pianeta più lontano del Sistema Solare. Chi direbbe che il Sistema Solare è qualcosa di pieno? Il modo migliore per rappresentare un atomo e i suoi elettroni è uno stadio con una pallina di golf nel centro: di spazio, in mezzo, ce n'è davvero parecchio. La sensazione di pienezza è il modo con il quale i nostri sensi percepiscono i legami tra i singoli atomi. Dal punto di vista di un fotone, però, il vetro semplicemente non esiste.

 

Il discorso, in realtà, è ancora più complicato. La luce che noi riusciamo a vedere è un sottoinsieme della radiazione che gli oggetti sono in grado di emettere: la luce visibile ha una frequenza compresa tra 4 x 10 alla quattordicesima e 8 x 10 alla quattordicesima Hertz. Il vetro lascia passare i fotoni corrispondenti a queste frequenze; ma quando questi fotoni colpiscono, ad esempio, i sedili della nostra macchina, e rimbalzano verso il finestrino, hanno perduto gran parte della loro energia, calando di frequenza fino ad uscire dall'intervallo del visibile. Questa luce riflessa, che è quella che chiamiamo infrarossa, non tenta più di colpire gli elettroni degli atomi del vetro, ma punta a strutture più grandi e più complicate, che non la lasciano passare, e anzi la riflettono. Ecco spiegato l'effetto serra: il vetro, e l'aria, sono trasparenti rispetto alla luce visibile che entra, ma non ai raggi infrarossi in uscita, quelli che i sedili dell'auto, o la Terra, riflettono. L'energia entra, ma non esce più. E' quello che succede, in modo evidente (perché le frequenze in gioco sono tutte nella scala del visibile), sotto acqua: quando ci si immerge a qualche metro di profondità, e si guarda in alto, si vedrà una meravigliosa volta a specchio sopra di noi. E se il nostro occhio riuscisse a vedere i raggi ultravioletti, se riuscisse a percepirli, il diamante si mostrerebbe per quello che è: un pezzo di carbone nero particolarmente duro e liscio, e nient'altro. Quindi non esiste nulla di trasparente o opaco in senso assoluto: ciò che chiamiamo “visibile” non esiste per i neutrini (che passano indisturbati attraverso il pianeta Terra come se fosse una nuvola), e ciò che chiamiamo “invisibile”, può essere un muro impenetrabile per un sottilissimo raggio ultravioletto. Gli ultrasuoni che fanno rizzare le orecchie ad un cane esistono anche se noi non li sentiamo. La faccia scura della Luna viene illuminata tutti i giorni.

 

Ma allora, la donna invisibile rispetta il vincolo della narrazione occidentale? La sua trasparenza ha basi scientifiche, o è magia? Ora, dovremmo avere tutti i mezzi  per scoprirlo: così come gli atomi di silicio, opportunamente cucinati, modificano il modo con il quale stanno gli uni vicini agli altri; così come il nero carbonio, pressato per qualche milione di anni, assume una configurazione particolarmente brillante, allo stesso modo è possibile, anche se solo da un punto di vista teorico, che la moltitudine di molecole che formano il corpo umano assumano, tutte insieme, l'attributo dell'invisibilità – cioè che abbiano, queste nostre molecole, elettroni che l'energia della luce visibile non riesce a scalzare. Certo, non è qualcosa di particolarmente semplice da realizzare – non a stomaco pieno, immagino – ma il tipo di credulità che i creatori della donna invisibile ci chiedono è tutto sommato accettabile.

 


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