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  lunedì 8 febbraio 2010 CAMMINAMENTI * Lo sguardo oltre il colle - Morena Fanti Registrazione 
 Lo sguardo oltre il colle Riduci

Lo sguardo oltre il colle
Confine tra giornalismo e scrittura creativa

di Morena Fanti

 

Con lo sguardo puntato verso l’orizzonte gli occhi si fermano su quella sottile, e invisibile, linea che divide il reale dall’irreale. L’invisibile, come ha indicato Giacomo Leopardi con i suoi versi, richiede una vista interiore che è possibile usare solo se l’occhio [vista esteriore] incontra un ostacolo sul suo cammino.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Abbiamo quindi bisogno di un ostacolo, di un punto dove fare sostare l’occhio; in questo punto potremo lasciare libera quella vista interiore che ci permetterà di vedere l’invisibile.
Chi ci può indicare dove posare lo sguardo dell’anima?
Ogni artista e ogni forma d’arte può rispondere a questa domanda.
La prima forma d’arte a cui pensiamo, la più visiva, è la pittura. Quale espressione artistica meglio della pittura ci fornisce indicazioni visibili, apprezzabili, misurabili con gli occhi?
Marc Chagall, il grande pittore-poeta, ha detto: " Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse anche più reale del mondo apparente". Le sue tele, rappresentazione-visione della sua anima, così ricche di simboli e di personaggi fantastici, ci dimostrano che il mondo invisibile può diventare visibile grazie alla magia dei colori che cantano e danzano in assoluta libertà.
L’altra espressione artistica che sa puntare lo sguardo "oltre", è la poesia, come ci ha dichiarato Leopardi mostrandoci quell’infinito nascosto dalla siepe.
Ma vogliamo andare oltre e approfondire l’argomento "scrittura": le parole sulla pagina formano quel colle oltre cui guardare. Le parole, le frasi, i paragrafi si uniscono e formano la parte visibile, il nero su bianco verso cui tendiamo. Ma è quella la direzione giusta verso cui posare lo sguardo? O non è forse il resto, il non detto, la parte importante della comunicazione?
La scrittura ha tante forme e tanti modi in cui esprimersi. Ci trasferiamo nella dimensione più concreta e razionale, quella giornalistica, e in contrapposizione esploriamo la scrittura di fiction, la scrittura dei romanzi, delle storie ‘inventate’ che ci piacciono tanto.
Ho chiesto il parere di alcuni giornalisti-scrittori; persone che, quindi, hanno conoscenza dei due mezzi e sono scrittori su due piani che si intersecano e si compenetrano inventando nuove figure geometriche della comunicazione.
Quando si scrive si ‘disegna’ un quadro: le parole contengono colori e forme e gli intrecci che si creano formano una trama di segni. Associare la scrittura alla pittura non è così strano.

  • In un quadro tutto ciò che viene dipinto diventa visibile ma ogni oggetto ne potrebbe nascondere un altro e ogni ombra avere dietro la sua luce. In che modo questa affermazione si può applicare alla scrittura?

"Ogni situazione descritta, può avere il significato che aveva in testa l'autore ma anche provocare significati diversi in chi legge. E non è detto che l'autore abbia ragione, anzi. Di solito chi legge ha una visibilità più sgombra" è la risposta di Enrico Gregori che "crede molto nel ruolo creativo del lettore" e pensa che "una volta pubblicato il libro è suo". È quindi un’idea che delega al lettore la responsabilità di vedere "altro" nella pagina scritta. È la prima possibilità che ci viene esposta: l’invisibile lo crea chi legge e lo fa per mezzo dell’interpretazione che dà al testo che sta leggendo.

Mentre per Luisa Ruggio è lo scrittore stesso che crea questo aspetto doppio dell’interpretazione di un testo, questa condizione di essere "mai raggiunto": "… resta comunque una porzione di ambiguità nella scrittura. Le parole sono paraventi buoni per le ombre, specchi, caleidoscopi che tentano l’unità attraverso la frammentazione. Sono il suono delle cose, il loro vestito, l’allure di un limite in continua espansione. Il cui destino è restare irraggiunto. Forse è per questo che Marguerite Duras parlava di equilibrio dello squilibrio, e alludeva a quei pieni-vuoti, quei chiaro-scuri nei quali lo scrittore è chiamato a stare come un funambolo, muovendosi sul confine che separa il visibile dall’invisibile, densi come universi matrioska".

Ma le parole scritte non devono riempire ogni spazio vuoto. Anzi, a volte sono gli spazi bianchi che, contrastando le righe nere, lasciano spazio alla ricerca dell’invisibile: "Il narratore deve lasciare intendere, non spiegare, far sì che sia la libera interpretazione del lettore a carpire il messaggio che egli ha voluto lanciare attraverso la parola scritta." Afferma Salvo Zappulla e conclude: "Una storia può celare tanti sottintesi "invisibili", a chi sta dall'altra parte cercare di dipanarli".

Massimo Maugeri sottolinea che la relazione tra pittura e scrittura passa attraverso le visioni e le suggestioni, comuni ad entrambe le modalità artistiche: "Ho sempre pensato che pittura e scrittura abbiano forti connessioni. Mi piace molto la scrittura "immaginifica". Anche la mia lo è, almeno in parte. Così come avviene per le immagini pittoriche, anche la scrittura offre visioni e suggestioni. Ed ecco qualcosa che appare, anche se non viene descritto. E qualcos'altro che si evince da un incrocio di trame, o da sovrapposizioni di destini. Il visibile e l'invisibile si inseguono e si attorcigliano, come due rampicanti che crescono su un'opera muraria. E ciò, a mio avviso, vale sia per la pittura che per la scrittura".

Valerio Varesi denuncia il potere evocativo, quello che parla all’anima e a quello "sguardo interiore" tanto caro a Leopardi e a tutti i poeti, della scrittura "La scrittura dice di più di ciò che letteralmente manifesta. Se uno scrittore è abile e sa usare la lingua, intesa come ritmo, sintassi e vocabolario, riesce a esprimere qualcosa che non è scritto. L’esempio più eclatante in questo senso è la poesia. Il poeta trascina tra le righe emozioni e sensazioni tali che la sua arte ci sembra una formula magica capace di combinare sensi a partire dalla semplice successione di parole. Basterebbe scambiare l’ordine di queste parole per distruggere un’armonia che produce la visione dell’invisibile o del non manifestato".

Molto chiara anche la risposta di Remo Bassini, raccontata attraverso l’esempio del personaggio di un romanzo dell’autore: "A volte, soprattutto quando si lavora sulla percezione e sulla psiche dei personaggi, questo assunto è il più importante. E l'invisibile diventa ciò che più rifulge. Faccio un esempio concreto da un mio libro, di una donna che parla con i morti. Appare di sfuggita, in un solo capitolo. Ma è una presenza tanto invisibile quanto forte, dalla prima all'ultima pagina. E' stato però interessante vedere le reazioni dei lettori: per alcuni quest'invisibilità è il fiore all'occhiello del libro, per altri, meno avvezzi, credo, al simbolismo, e ad assaporare ciò che aleggia, l'impalpabile insomma, hanno invece storto il naso. Io però nella mia scrittura ho e penso avrò sempre una predilezione per "l'invisibile protagonista"."

Per Salvatore Spoto la scrittura si muove sulla linea sottile che divide/unisce creatività e comunicazione, ed è: "specchio dell’anima e mente, come dire dell’irrazionale e del razionale. Non è possibile avere la certezza della corrispondenza tra parole e pensiero, così che non potremo mai sapere se uno scritto è espressione del razionale o dell’irrazionale. Sotto questo aspetto la scrittura è creatività (irrazionale) oppure comunicazione (razionale). In effetti è il duplice spaccato del giornalista-scrittore: comunicazione del concreto oppure creatività per mezzo dell’immaginario".

La scrittura del giornalista è forse la più adatta ad evidenziare l’aspetto visibile e concreto dei fatti. Sembra agli antipodi della scrittura del romanzo. Se una è chiarezza/certezza, l’altra è invenzione/invisibilità e si lega sulle cose taciute, sul non detto. Il giornalismo è tangibilità, è un passaggio certo sul fiume della realtà. Con il suo essere concreto, con le sue forme ben evidenti è l’antagonista della fantasia e dell’invenzione. Ma avrà anch’esso una parte di invisibilità?

  • E per quanto riguarda il giornalismo che significato possiamo dare al visibile e all’invisibile? Esistono entrambi e sono dipendenti l’uno dall’altro, oppure no?

"Il giornalista è talvolta obbligato a dire delle cose forse un po' artificiose per fornire al lettore gli strumenti per arrivare alla verità attraverso un ragionamento. Questo, ovviamente, se la cosiddetta verità non può essere supportata da documentazione e prove". Afferma Enrico Gregori che il mestiere di giornalista lo conosce molto bene e che lavorando nella cronaca nera, sa bene l’importanza di prove e documenti, parti "visibili" di ogni indagine.

Per Massimo Maugeri il giornalismo deve essere ben calato nella realtà e deve dare spazio al visibile: "Ritengo che il giornalismo debba più interessarsi a ciò che si vede. E - ancor di più - a ciò che si dovrebbe vedere, ma viene nascosto. A mio avviso il giornalismo ha una funzione diversa dalla letteratura. Esso dev'essere più radicato alla realtà, mentre la letteratura può espandersi nell'inseguimento di un sogno. E della sua trasfigurazione."

La pensa così anche Salvo Zappulla che sottolinea il bisogno di chiarezza: "Il giornalismo è cronaca, fatti di vita vissuta, riportati e commentati. Credo che un buon giornalista debba avere maggiore chiarezza espositiva rispetto allo scrittore".

Scrivere articoli sembra più immediato rispetto alla scrittura creativa. Si dà più spazio alla realtà e si fa opera di divulgazione. Ma anche la scrittura del giornalista ha uno spazio di ‘scelta’, un terreno quasi creativo in cui si privilegia di mostrare alcune cose e di celarne altre dietro le parole. Questa è l’opinione di Valerio Varesi: "Nel giornalismo mi pare tutto più semplice visto che in questo mestiere la scrittura ha quasi esclusivamente un compito divulgativo o di volgarizzazione di ciò che sfuggirebbe ai più. Si potrebbe, in questo caso, affermare che, molto spesso, i giornali, ma soprattutto la televisione, compiono scelte nel rendere visibile solo una parte della realtà per varie ragioni che possono andare dallo spazio disponibile al taglio d’opinione fino all’interesse politico-economico. In tutte queste situazioni l’invisibile è la volontaria sottrazione del visibile".

Ma c’è anche chi pensa che l’invisibile non esista nel giornalismo: "Nel giornalismo non c'è spazio, o se c'è è ridotto ai minimi termini, per l'invisibile. Che c'è, però: è tutto quello che si sa e non si può dire e che solo raramente viene percepito dal lettore".[Remo Bassini]

"Nel giornalismo non ci dovrebbe essere alcun gap tra visibile e invisibile. Se ci fosse sarebbe figlio di un giornalismo scadente che non si attiene ai fatti, non cerca la verità. Un fatto è un fatto. Non un racconto". [Luisa Ruggio]

Esiste sempre, però, anche in questa scrittura così reale e razionale, una porzione di soggettività che conduce il testo in territori condizionati dal pensiero di chi scrive, ci suggerisce Nicola Amato: "Scrivere un articolo giornalistico non è esente da contaminazioni personali da parte di chi scrive. Il rischio di pilotare l’oggettività della notizia, consapevolmente o non, è sempre dietro l’angolo. In sostanza, all’invisibile rappresentato dall’interpretazione soggettiva del lettore, si aggiunge l’invisibilità, e direi quasi la sublimità, del messaggio nascosto inteso a condizionare l’elaborazione mentale del lettore".

Abbiamo, quindi, da una parte la scrittura razionale e concreta, la chiarezza e la verità. Con la scrittura giornalistica siamo integrati nella realtà e mostriamo ciò che di visibile abbiamo intorno: l’invisibile nel giornalismo è quella parte di verità a cui non siamo ancora arrivati ma che intuiamo esserci. È un leggere e mostrare tra le righe, un lasciare intuire che dà spazio all’interazione del lettore. Ma il tutto deve essere supportato dalle notizie, e chi scrive deve essere visibile. Tutto questo cambia, assume altri aspetti e regala spazi nuovi alla scrittura, quando entriamo nel mondo della fiction, quando scriviamo "storie". Se l’invisibile è una zona che vogliamo solo fare intuire a chi legge, e se l’invisibile è la zona d’ombra in cui viaggiano i misteri e il buio della psiche dei nostri personaggi, allora si percepisce questa "invisibilità" come una cosa che ci viene sottratta e la scrittura diventa un processo di riduzione del visibile. Su questo aspetto, su questo modus operandi, troviamo meno divergenze d’opinione. Il visto e il non visto, questa "sottrazione" di eventi e di parole che porta il lettore a immaginare, a tentare di vedere anche ciò che non è scritto, ciò che non viene mostrato, è il vero fascino della scrittura che, se ben esercitato, conquisterà il lettore.

  • Nella scrittura di fiction, questa diversità/compenetrazione dell’invisibile viene attuata per sottrazione e cioè non manifestando parole ed eventi ma lasciandoli piuttosto intuire al lettore?

"Io credo che nella fiction letteraria sia molto importante giocare tra il visto e il non visto, tra il descritto e il lasciato immaginare. […] Il bravo scrittore è sempre in grado di dosare il visibile e l'invisibile". [Massimo Maugeri]

"Si, ma con qualche eccezione che deriva esclusivamente dalla tecnica del racconto". [Salvatore Spoto]

Nicola Amato, grande esperto e conoscitore di varie forme di linguaggio segrete, anche nascoste in file e messaggi, accosta questo aspetto della ‘sottrazione’ nel raccontare, al linguaggio del cinema, espressione artistica in cui il "visibile" è una forte presenza: "Il dualismo visibile-invisibile ha trovato ampio dibattito nella storia del cinema ponendo in contrapposizione l’idea di elaborazione cinematografica, e quindi di scrittura ad essa riferita, orientata verso la visibilità e quella che invece preferisce l’invisibilità. Il montaggio invisibile, utilizzato dal cinema classico tra gli anni 30 e 50, aveva la caratteristica di accentuare al massimo lo sviluppo drammatico delle diverse scene e guidare lo spettatore nella direzione voluta dal regista, il quale metteva l’accento su ciò che secondo lui meritava. Non accorgendosi del "trucco" insito nel lavoro tecnico (brevi ellissi temporali, cambi di ambiente, etc.), lo spettatore era portato a giustificare i punti di vista proposti dalla cinepresa, a dimenticarne la presenza, a identificarsi con essa e, in ultima analisi, a "vedere" il film come una realtà di cui si sentiva testimone diretto.
Diverso invece il discorso per quello che riguarda la cinematografia russa dello stesso periodo che ha influenzato i modi di scrivere per il cinema e il modo di approccio. In sostanza, ritenevano che il montaggio c’era e doveva vedersi. Lo spettatore doveva "sentire" che la telecamera c’era. L’invisibile, ritenevano, doveva essere creato solo ed esclusivamente nell’elaborazione mentale dello spettatore che, non più fruitore passivo come avveniva nel cinema hollywoodiano, era ora parte attiva ed integrante del processo filmico in quanto elaborava i contenuti creando quella parte invisibile del film".

Scovare l’invisibile a questo punto diventa una felicità, un "piacere deduttivo", come lo definisce Luisa Ruggio: "Dipende dalla qualità delle strutture narrative, dalla voce fuori campo che le dirige. Nella migliore delle ipotesi l’invisibile dovrebbe attuarsi per sottrazione, questo implica un rapporto di fiducia col fruitore della fiction al quale l’autore rivolge i suoi "tra le righe" che diventano epifanie, felicità dell’intelligenza. Un piacere deduttivo, un’intuizione, un presentimento visionario".

Saltare questo confine immaginario tra razionale e irrazionale, tra realtà e fantasia, è l’aspetto ludico della scrittura. Trasportarsi da una parte e dall’altra del confine, oltrepassare la linea e avventurarsi oltre e poi tornare indietro e mostrare di nuovo il colle indicando dove puntare lo sguardo per vedere il resto, è ciò che rende la scrittura, la buona scrittura, quel viaggio avventuroso che coinvolge scrittore e lettore allo stesso modo.

  • Giocare su questo confine che divide la materia dall’immateriale può essere limitante o al contrario apre nuove prospettive al raccontare?

Per Valerio Varesi la risposta è chiara e senza esitazioni: "Credo che apra nuove prospettive e che ciò sia l’essenza del narrare. Del resto non possiamo dimenticare che ogni parola porta con sé una ricca dose di significati già per il fatto che è stata usata a lungo ed è passata attraverso universi di senso che appartengono al nostro bagaglio culturale".

"Apre nuove prospettive. L’invisibile è la strada maestra che conduce al mito", afferma Remo Bassini, mentre per Salvatore Spoto "Può aprire nuove frontiere, ma solo a livello di creatività".

Ma non è tutto qua: se lo scrittore ‘gioca’ con il confine tra il detto e il non detto, allora anche il lettore gioca, in quel coinvolgimento totale che è il rapporto con chi scrive seriamente: "Non solo apre nuove prospettive a chi racconta, ma gli fornisce anche la possibilità di giocare a correre su quel filo sottile che divide il visibile dall’invisibile saltando di qua e di là. Tutto ciò si traduce in una maggiore partecipazione del lettore che ha la possibilità di assegnare valori semantici a suo piacere alle varie vicende del racconto. Una sorta di concessione di libertà di movimento mentale al lettore, insomma". [Nicola Amato]

Se penso ad una scrittura che contenga "l’invisibile", la prima associazione che mi viene alla mente è con la scrittura "di genere", cioè con il giallo, con il noir, che sono i generi per eccellenza in cui si nasconde qualcosa, in cui il mistero serve ad indicare le parole sottratte e le invisibilità interiori dei personaggi. Ma è davvero così? L’invisibilità è propria solo di queste scritture o è una prerogativa della scrittura in ogni suo aspetto e rappresentazione?

  • Ma questo scarto tra visibile e invisibile, questa sottrazione di eventi, questo nascondere alla vista e lasciare intendere, è legato solo a certi generi letterari – se ancora esistono i ‘generi’ – o è un’arte che si può [si deve] applicare a tutta la letteratura, perché se non ci fosse renderebbe vano l’atto stesso della scrittura?

L’importante è saper dosare gli ingredienti, afferma Valerio Varesi: "Tutta la letteratura ne è investita, semmai, certi generi, accentuano maggiormente alcune caratteristiche, ma è come dosare più o meno un ingrediente. Uno scrittore di thriller, per esempio, utilizza l’evocazione per far immaginare al lettore qualcosa che lo tiene in ansia o lo spaventa. Ma, lo ripeto, è solo questione di dosaggio".

E di dosaggio parla anche Massimo Maugeri, con le sue porzioni di detto e non detto, che diventano il sale della narrazione: "No, credo che debba applicarsi a tutta la letteratura. Senza distinzione di generi. Il visto e il non visto, così come il detto e il non detto, sono il sale di qualunque tipo di narrazione".

Parlare di generi letterari sembra un modo di dividere la letteratura, un vincolo che piace poco in un momento in cui le contaminazioni tra generi sono frequenti e in cui non sembra esistere un testo che abbia un solo orientamento. La pensano così molti autori. I romanzi ora sono un contenitore in cui si spazia dall’amore al sociale passando per il noir psicologico e il mistery. L’importante è non essere noiosi, conclude Salvo Zappulla: "I generi letterari sono vincolanti, un'opera non si classifica, né si lega strettamente a un genere, diventa limitativo. Voltaire diceva che tutti i generi vanno bene, tranne quelli noiosi. Parole sante. Certo, uno scrittore dotato di grande fantasia, in grado di inventarsi storie fantastiche che vanno oltre l'ordinario, per me è quello che si avvicina di più al concetto di artista".

Se fuggiamo dai libri noiosi, a maggior ragione ci allontaniamo dai libri disonesti che diventano, quindi, libri inutili per Remo Bassini [e anche per noi]. Bassini conferma il noir come scrittura adatta alla sottrazione di eventi tipica del mistero: "Io penso che il noir si presti maggiormente, ma io credo anche che la suddivisione di genere serva solo ai critici e alle case editrici per catalogare Nella mia testa la suddivisione dei libri che ho negli scaffali è tra libri che lasciano un segno e libri onesti, da un lato, e libri inutili e disonesti (scritti per accalappiare i lettori, e basta) dall'altro".

Se si fa un uso sapiente del gioco di nascondere indizi ed eventi, come anche aspetti psicologici e dell’anima dei personaggi, si "tiene il lettore incollato alla sedia", come dichiara Nicola Amato: "Ritengo trovi ampia applicazione in tutta la letteratura. Ovviamente, ci sono dei generi che, per la loro intrinseca natura fatta di contenuti intriganti, di suspense, di elaborazioni psicologiche, rappresentano un terreno più fertile per il gioco visibile-invisibile. Un uso sapiente di questo gioco può rendere il racconto stesso più efficace dal punto di vista della fruizione, raggiungendo uno degli obiettivi primari di chi scrive: mantenere il lettore incollato alla sedia sino all’ultima parola scritta".

Ma ogni libro, ogni romanzo e testo, è un viaggio tra visibile e invisibile: tutto porta alla visione di quel colle che divide la mente razionale e l’irrazionalità dell’anima e del cuore, che deve essere sempre presente quando lo scrittore scrive. Quello sconfinamento, quell’andare a vedere oltre, è l’arte stessa della scrittura.

"E’ un assoluto. Quello sconfinamento è la scrittura stessa". [Luisa Ruggio]

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Ringrazio gli amici giornalisti-scrittori che hanno contribuito alla stesura di questo articolo regalandomi il loro tempo e le loro visioni sulla materia: Nicola Amato, Remo Bassini, Enrico Gregori, Massimo Maugeri, Luisa Ruggio, Salvatore Spoto, Valerio Varesi, Salvo Zappulla.


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