
Intervista a Lia Volpatti
di Elisabetta Bucciarelli
E’ stata caporedattrice de Il Giallo Mondadori per tanti, tanti anni, è autrice di molti saggi, tra cui Il dizionario dei detective, Mondadori, (con Oreste Del Buono), Sul braccio di colei, Baldini & Castoldi e C’era una volta il giallo, in tre volumi, (con Gianfranco Orsi). Ha curato varie antologie, tra cui Mille e una luna, Mondadori. Ne ha fatte di tutti i colori, pardon, solo in giallo e nero! Ma di sicuro è una delle nostre memorie storiche, preziose e rare. A luglio 2005 l'Accademia Europea per le Relazioni Economiche e Culturali le ha conferito il Premio Internazionale alla Carriera per il Giornalismo. Insomma incontrare Lia Volpatti è intravedere l’età d’oro del giallo e ascoltarla significa imparare, tanto e in continuazione. Cosa che assai di rado accade perché la generosità, si sa, è solo dei forti.
D: Lia Volpatti, si presenti alle Belledonne.
R: Mi devo presentare? E’ imbarazzante e non capisco in che modo devo farlo e poi in casi del genere la tentazione della finta modestia è forte. Chi sono? Veramente non lo so bene nemmeno io... Volete una scheda segnaletica? Eccola. Sono milanese, segno zodiacale vergine, ovvero rompitasche, sono nata nel giurassico, in un epoca certo migliore di questa, per varie ragioni e non per nostalgie personali o ricordi di infanzia felice nei boschi della Valtellina dove non giravano orchi e nonne-lupi mangiacapuccetti, sono alta circa 1.67, bionda, naturale, ci tengo, il mio peso è sempre oscillato tra i 55 e i 58 chili, e per le impronte digitali non so come fare. Sono giornalista e mi occupo di narrativa. Che altro? Nulla, la vita privata resta privata. C’è pure una legge che mi difende. E comunque penso che tutto questo non sia di interesse universale.
D: Cosa vuol dire essere una donna che ha fatto (con ottimi risultati) e continua a fare cultura in Italia?
R: Fare cultura è una definizione forte, pesante. Impegnativa. E poi in questo momento, in questo paese, c’è tale ignoranza, pressapochismo, superficialità anche da parte dei presunti addetti ai lavori, da farmi pensare che la cultura, quella vera, quella con la C maiuscola, che implica non solo scienze e conoscenze, ma anche un’etica e un’estetica di vita che conglobano tutto, sia un vago ricordo. Comunque se dedicare la propria vita professionale a un genere letterario, con tutta la passione e interesse da entomologo che ho potuto metterci, sia stato fare della cultura non lo so. Mi sembra presuntuoso ammetterlo. E poi sappiamo bene quanto sia stato, e sia ancora, bistrattato sottovalutato questo genere. Ecco, il tentare di far capire che il giallo, o il nero, è un genere e non un sottogenere, questa è stata si, la mia battaglia di sempre, ma forse ancora non del tutto vinta. Perché? Perché troppi scrivono, e dei troppi quasi tutti scrivono gialli sull’onda della moda e credono, come ho già detto non so dove, non so a chi che col giallo possa passare tutto. No. Il giallo è il colore più pericoloso del semaforo, perché col giallo sei fermo e potresti anche partire... Vado e o non vado? Il guaio è che molti vanno... e poi si schiantano. E se il giallo va dalle vette inarrivabili di Delitto e Castigo, (e che questo romanzo sia un giallo nella accezione più rigorosa del genere non ci sono dubbi,) d’altro canto va anche in alcuni casi verso agli abissi della fossa delle Marianne... e in mezzo c’è tutto, troppa roba che non si sa bene come riesca ad arrivare sugli scaffali delle librerie. Quindi finché avrò fiato e testa, e starò su questa barricata la risposta a cosa vuole dire essere donna ecc. è che la determinazione femminile storicamente non ha confini.
D: Lei ha scritto tanto, in particolare vorrei parlare del suo libro “Sul braccio di colei”, Baldini&Castoldi , sulla perfidia femminile, che ha avuto un buon successo. Come le è venuto in mente di scrivere un saggio su questo tema?
R: Le perfide. L’idea nasce da alcune cose
diverse. Nella mia testa frullavano ricordi di canzonette degli inizi del ‘900
che una sorella di mia nonna, cantava sempre. Più che canzonette
erano telenovelas e al centro c’era sempre una donna perfida, che per esempio
comprava profumi solo per se, che divorava patrimoni e disfaceva matrimoni,
insomma malafemmine o belle senz’anima. Come del resto si canta ancora...
e adesso spogliati... e sull’onda di questi ricordi sono finita a
pensare alla mitologia, ai proverbi popolari e alla grande letteratura, fino a
serial televisivi tipo Dallas o Beautyful... e questa icona tornava e
torna sempre. E allora sono andata a ripescarle tutte, le ho selezionate
e riproposte sdrammatizzandole. Ma l’elemento più divertente, o più
significativo, è che gli autori di questi personaggi sono uomini che però
in questo tentativo di vendetta contro le malefatte femminili si sono
creati un boomerang perché ne sono usciti a pezzi. Ma siamo nella pura fiction,
ovvio... e queste cose appartengono al passato. Nessun amante tradito si
suicida più tra i miosotis... e le donne vittime di un tradimento non tollerano
più, mettono le valigie del marito sul pianerottolo e fanno cambiare la
serratura. Vorrei aggiungere una nota di cronaca. Dovevo consegnare alla
Baldini questo libro per la fine di agosto ma ero in ritardo e avevo prenotato
delle vacanze a Taormina. Be’, sono partita con tutti gli attrezzi di lavoro e
il libro l’ho finito chiusa in una magnifica stanza, con una magnifica terrazza
affacciata sulla baia di Mazzarò, mentre la persona che stava con
me sguazzava nel mare e mi riforniva di mezzi di sussistenza...
D: Sulla
sua strada ha incontrato più perfide o più donne donne complici?
R: Sulla strada reale ho incontrato tante
donne. Ho amicizie solidissime, complici ma in realtà poche su cui veramente
contare. Poi ci sono le conoscenze più o meno affettuose, più superficiali.
Perfide? Non direi. Ciò contro cui ho sbattuto il muso è l’invidia,
una forma di cattiveria maligna che in fondo fa del male solo a chi la
prova, perché è un sentimento devastante. L’invidia per un mio piccolo o
grande successo, per una mia situazione felice, questa l’ho sentita a
volte fortemente, soprattutto quando si manifestava nel silenzio. Tu fai una
cosa bella, ti vedono in televisione , esce un tuo libro, un articolo che parla
di te e non dicono nulla, come se non avessero visto, sentito, letto o
saputo e quando sai che ciò è impossibile allora capisci che quel silenzio
è veleno .
D: I
tre volumi “C’era una volta il giallo” che ha scritto con Gian Franco Orsi per
Alacran, sono un’opera senza dubbio importante. C’è molta memoria, volontà di
non disperdere esperienza e conoscenza. C’è sensibilità, secondo lei, per la
memoria?
R: Il lavoro fatto con Gian Franco Orsi,
amico, fratello, complice è stato certamente un lavoro sulla memoria. Quella
memoria storica che va sempre più perduta e per la quale oggi mi pare non
esista interesse. E’ giusto guardare al futuro, per carità, ma dove vai se non
sai cosa c’é alle spalle? Dentro quei tre volumi c’è una storia letteraria
immensa, che non doveva, non poteva andare perduta. Se siamo riusciti a
salvarla e con essa salvare tutto il lavoro e la passione di anni, lo diranno i
posteri.
D: Il
Giallo è uno dei suoi grandi amori. Cosa pensa della letteratura di genere
contemporanea?
R: Si, il giallo è uno dei miei grandi amori,
è vero, nato per caso, perché la prima traduzione avuta dalla Mondadori
era un romanzo giallo. E’ stato un innamoramento da colpo di fulmine. La
mia entrata poi in Mondadori nasce una notte, su un’ambulanza che a
sirene spiegate mi stava portando in ospedale più o meno due ore prima di una
morte sicura. Un inizio noir... Ma amo soprattutto il giallo classico,
psicologico perché è il mistero che mi affascina e allora lo cerco non solo nei
libri ma anche nella storia, nella religione, nel Santo Graal, nell’enigma
di Castel del Monte, dei codici segreti nascosti tra i mosaici delle cattedrali
francesi, Rennes le Chateau in testa, col mistero dei Templari e del Priorato
di Sion, e di una certa chiesa di Trebisonda, ora Trabzon, la città d’oro
dove gli alchimisti andavano a cercare la quintessenza che dava
l’immortalità... che storie stupende! potrei andare avanti per pagine,
affascinata, attratta da una curiosità che non sarà mai sazia. Cosa
penso della letteratura di genere contemporanea? Mi pare di avere già
risposto al numero 2. Aggiungo che come contenuti, (così a grandi balzi) dopo
la lunga serie di chandleriani più o meno stanchi,con detective privati e non
affetti da ulcera di mestiere, sono cominciati ad arrivare i serial
killer. Una valanga e poi gli anatomopatologi, i profiler, le autopsie in
diretta, il cannibalismo di Lecter, che per altro è un personaggio di
grande statura letteraria, questo lo devo ad Harris, e poi ancora lo
spartiacque di Dan Brown che ha dato il via a un’inondazione di gialli
storico-mistici, non ancora esaurita. E ora, ora c’è po’ di tutto questo,
con tanta violenza in più.
D: Di
cosa si “nutre” Lia Volpatti nella vita di tutti i giorni? Quali sono le sue
passioni?
R: Di cosa mi nutro? In senso alimentare, sono
prevalentemente vegetariana e quindi mi nutro di frutta, vegetali, erbe e
licheni. Non disdegno i formaggini e va be’, qualche bistecca ogni tanto
giusto per i globuli rossi. In senso traslato... mi nutro di musica, di
ogni tipo, alta e bassa. Perché la musica è qualcosa di sensuale che ti entra
dentro, ti fa partire lontano... qualcosa che prima di arrivare al cervello
passa attraverso le budella. Mi piace la musica classica, non posso fare
l’elenco dei preferiti, ma persino Wagner in tutta la sua teutonica possanza e
le sue opere che sono macigni... e per fortuna a un certo punto c’è il gran
colpo di piatti che ti sveglia e ti salva da figure. Mi
piacciono le grandi romanze dell’opera lirica, il va’ pensiero mi fa piangere ,
forse perché è fortemente legato al ricordo di mia madre, ho una sorta di
venerazione per la Callas che ho avuto la fortuna, da ragazza , di sentire alla
Scala nella Norma e nella Traviata e che ritengo non solo insuperata ma
insuperabile... (come Agatha Christie in altro campo) ... poi
anche la musica leggera, perché le canzoni, quelle belle, sono grandi momenti
di evasione. Altro grande nutrimento è la lettura e qui dovrei aprire una
puntata a parte. Ma, intanto dico, che Camus, che ritengo il più grande
scrittore del ‘900, è l’amore assoluto. Il Camus degli scritti giovanili che
anni fa la Bompiani aveva raccolto in un libro dal titolo improprio Saggi
letterari, che ho perso o che mi hanno scippato e che non trovo più nelle
librerie. E’ come se avessi perduto un amico perché questo libro ha sempre
viaggiato con me in tutto il mondo. E infine mi piace giocare a
carte e pur non avendo assolutamente il demone del gioco, se vado in qualche
posto dove c’è un Casino non resisto alla tentazione di entrare e lasciare la
mia quota. Però in una notte di capodanno a Salisburgo ho praticamente
recuperato tutti i soldi del viaggio.
D: Perché,
secondo lei, le donne fanno ancora così fatica a emergere o semplicemente
esistere nel mondo editoriale?
R: Le donne fanno fatica a emergere non solo
in campo editoriale ma in tutti i campi. Quanti primari donna pensate che
ci siano negli ospedali in Italia? Ma è la natura stessa che le condanna.
La donna che lavora ha un costo maggiore per via della maternità che la lascia
a casa per un lungo periodo, e poi, diciamolo, quando il bambino ha il morbillo
o 39 di febbre, chi sta a casa a curarlo? La funzione di madre non è
sostituibile con niente. Nemmeno se sei madame Curie. Ed è un fatto
assolutamente naturale e nessuno potrà mai farci nulla a meno che la donna non
decida di rinunciare al ruolo che la natura le ha imposto. So che è un
discorso coraggioso il mio, antistorico e mi tirerò addosso diverse
contestazioni ma natura non facit saltus...
D: Legge
poesie?
R: Si, leggo poesie, ma quelle che mi
hanno insegnato alle elementari. E non mi vergogno a dirlo. O
comunque quelle che hanno un ritmo e una musicalità...appunto. Tipo settembre
andiamo è tempo di migrare, e la nebbia che agli irti colli piovigginando
sale... E soprattutto Gozzano che è nella top ten. Per il suo essere
teneramente malinconico, esangue e decadente che lasciava la pagina
ribelle/ per seppellir le rondini insepolte/per dare un’erba alle zampine
delle/ disperate cetonie capovolte... qualche volte mi capita
ancora di scriverne qualcuna, ma sono soltanto i postumi delle febbri
esistenziali dell’adolescenza.
D: Se
Lia Volpatti non fosse Lia Volpatti, quale altro ruolo avrebbe desiderato
giocare nella vita?
R: Se non fossi ciò che sono, e se il mio
destino non fosse andato così, avrei voluto fare la cantante. E’ un’altra
passione e ho anche studiato canto, perché come ogni cosa per farla bene
richiede studio. Richiede studio persino l’uso del microfono. Ma per
opposizione familiare ho dovuto desistere... Peccato, eh, si. Ma ho capito una
cosa. Mi sarebbe stato molto difficile e non per incapacità o inesperienza ma
perché io che soffro il freddo in maniera esasperata, patologica, quando vedo
le star della canzone scollate, le spalle nude, le schiene nude anche se fuori
ci sono 40 gradi sotto zero, penso, aiuto, che orrore sarebbe il dolce vita di
cachemire sopra l’abito da sera... Comunque mi sfogo ancora a cantare,
canto, canto in macchina quando guido, canto al mattino quando mi faccio la
barba.