camminamenti
Emilia De Rienzo
DIALOGARE CON LE PERSONE ANZIANE: una dimensione che si sta perdendo
Karen Blixen, nella Mia Africa, racconta una storia che le veniva narrata da bambina:
“una notte, un uomo che viveva nei pressi di uno stagno viene risvegliato da un terribile fragore: è l'argine che sta cedendo. Si precipita a tappare la falla correndo di qua e di là e, quando ha finito, se ne torna a letto. Al mattino, affacciandosi alla finestra, vede che i suoi passi disordinati hanno creato sul terreno il disegno di una cicogna. O per meglio dire la bellissima immagine di una cicogna tracciata sul terreno dal suo arrancare affannato e scomposto nel buio.
"Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno, una cicogna?" si chiede la Blixen. Penso che questa domanda ce la facciamo in molti soprattutto quando si comincia a fare un bilancio della nostra esistenza. Ma quando si diventa vecchi la domanda si può fare più pressante e insistente.
Spesso mi capita di vedere mia mamma pensierosa, a volte i suoi occhi si inumidiscono, le sue labbra tremano come se volessero dire qualcosa e le parole si fermassero senza riuscire ad essere pronunciate. Le chiedo cosa sta pensando: “niente di particolare mi risponde”. Sento, invece, che la sua mente corre indietro, lontana nel tempo, percepisco tutta la sua malinconia per la vita che se ne sta andando, per un mondo che non esiste più, per quello che forse avrebbe voluto fare e invece gli è sfuggito per sempre. La guardo impotente. Non so trovare parole e, abituata alla donna forte e combattiva che è sempre stata, non riesco ad accettare la sua palese fragilità. Mi fa male, troppo male. E’ difficile descrivere cosa provo. Sono a disagio. La porto allora pian piano a parlare di quando era giovane e bella, di tempi lontani che del resto lei ama ricordare. E’ così si lascia andare ai ricordi, ma qualcosa rimane in sospeso ed io vigliaccamente so che lo riprenderà in solitudine e che da sola piangerà.
Uscendo da casa sua, mi porto dentro quella tristezza che non ho saputo consolare né ascoltare. Non sempre è facile tra una madre ed una figlia. E’ difficile accettare l’invecchiamento di chi ci ha cresciuto e da cui ci si è sentiti difesi o protetti e a volte è impossibile ritrovare quel dialogo e quella confidenza che non ci sono mai state prima.
Ho pensato allora a Iza, il personaggio del libro "La ballata di Iza" di Magda Szabò, che nel rapporto con la mamma, rimasta vedova, si sente impotente, incapace di comprendere o di dare risposte ai suoi bisogni: sbaglia e continua a sbagliare senza mai riuscire ad uscire da questa trappola.
Il libro mi ha commossa, mi ha fatto pensare, mi ha fatto entrare nella storia, nella vita di ogni personaggio, me li ha fatti capire e comprendere. Mi ha ricordato mia madre, mio padre, i miei rapporti con loro, ho pensato alla loro storia e alla mia. Mi ha fatto riflettere sul fatto che si può essere certi di amare chi ci è caro, ma si può ugualmente non comprenderli. Ho capito che può capitare che le vite che si intrecciano, un giorno possono non incontrarsi più, che si può fare del male convinti di fare del bene ed essere in assoluta buona fede. E ho sentito quanto il passato si incida nell’anima di ogni persona e si trasformi in qualcosa di diverso in ognuno.
Quando degli individui condividono buona parte della propria vita, la morte di uno di questi può scompigliare le carte e tutto viene rimesso in gioco. Quello che funzionava prima può non funzionare più.
Iza è un medico, è contenta del suo lavoro, ha un amante, uno scrittore e all’apparenza non sembra mancarle nulla; in realtà non è felice. Ha avuto un’infanzia difficile che l’ha costretta a crescere troppo in fretta, a diventare forte ed assennata. Quando era ancora ragazza ha visto mettere al bando suo padre Vince, un magistrato esautorato dal regime fascista degli anni ‘30 perché non si era piegato al regime. Per questo Iza, fin da piccola appoggia il padre e si costruisce addosso un’armatura, pronta a difendere “come un soldato” se stessa e i suoi da ogni attacco della vita.
Tanto Iza è estremamente controllata, riservata, incapace di esprimere i propri sentimenti, quanto sua madre Etelka è fragile, delicata, semplice, attaccata alle tradizioni e spaventata dalle novità.
Quando perde il marito, compagno di una vita, la sua esistenza cambia totalmente e prova il più assoluto disorientamento: la sua vita sembra non avere più radici né riferimenti eppure sua figlia c’è, è presente, si occupa di lei.
Etelka va ad abitare con lei a Pest. Lontano dalla sua casa, privata delle sue abitudini, pian piano sprofonda in un baratro da cui non riuscirà più ad uscire. Si sente in balia delle decisioni altrui, senza possibilità di cambiarle o di esserne partecipe. Del resto, ella ne è consapevole, “Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto”: quello che può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi; Iza sa cosa si deve fare. Etelka vive nel suo appartamento moderno, arredato con mille agi, con la lavatrice, il frigorifero e i termosifoni, ma rimpiange la sua casa, le sue cose e la nostalgia corrode la sua voglia di vivere, vorrebbe poter condurre la sua vita ad una velocità minore in modo da poterla ancora controllare.
L'incomprensione che si manifesta giorno dopo giorno allontana la figlia dalla madre e viceversa.
L'una le offre conforti materiali, le vuole semplificare la vita all’insegna dell’efficientismo, mentre l'altra cerca presenze vive, vuole sentirsi utile, vuole rallentare il tempo. L'una segue itinerari solitari; l'altra vorrebbe un dialogo impossibile, vorrebbe ritrovare un suo ruolo che appare ormai perduto per sempre.
Iza priva la mamma di qualcosa di cui mai nessuno dovrebbe essere privato, del proprio passato, della possibilità di decidere sulla propria vita, di sentirsi ancora utile a qualcuno: ed invece si sono invertiti i ruoli.
Iza d’altro canto non riesce a entrare in sintonia, la sua vita viene scombussolata, la sua libertà di nuovo messa in discussione.
La mamma si ripiega in se stessa, quasi non sentisse più di esistere, quasi volesse annullare la sua presenza e rifugiarsi in un mondo ormai perduto. “Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?”
Spersa e sola, in un mondo che non riconosce più: anche quando tornerà a casa non ritroverà più né luoghi né se stessa.
La solitudine di Etelka è la solitudine che vivono molti anziani oggi, che si percepisce, per assurdo, proprio quando si fa parte di quei grandi formicai che sono le megalopoli.
La vita personale del vecchio è troppo spesso ridotta a poche, minime attività prive di contenuto sociale, la sua validità non è riconosciuta soprattutto dalla fascia più ampia dei giovani e degli adulti socialmente attivi. Ed è proprio questa mancanza di un ruolo, di un riconoscimento sociale che provocano spesso disorientamento e confusione. Non sanno più chi sono e per cosa stanno ancora vivendo.
Nel libro di Doris Lessing, Il diario di Jane Somers, Jane, la protagonista, alla domanda che le viene posta “A cosa serve la gente vecchia”, risponde:
“Quello che Jim aveva detto era quello che tutti dicevano: Perché non sono tutti in un ricovero? Bisogna toglierli di mezzo, metterli dove la gente giovane e sana non li possa vedere, perché non sia costretta a pensare a loro”(…) “ E fu allora che pensai come valutiamo noi stessi? In base a quali criteri?” “A che cosa serve Madie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente”
Il libro ci racconta l’incontro tra Jane, una ricca borghese, cinquantenne, dinamica e giovanile, redattrice di un giornale femminile che la impegna tutto il giorno e Maudie un'anziana signora sui novanta, molto povera, isolata dalla famiglia, scontrosa ma con una grande dignità. Jane incomincerà quasi casualmente ad occuparsi di Maudie ma non c'è pietismo nell'azione di Jane, non c'è spazio in lei per i "buoni sentimenti", c'è una forte tensione che la porta spesso allo scontro con Madie e con se stessa, con pensieri contrastanti e inquietanti. Il libro è anche il racconto di un profondo cambiamento esistenziale e morale, di come l'incontro con l'altro può cambiarci dentro, può renderci persone migliori.
Jane incontra Maudie in farmacia e dalla farmacia escono insieme:
“Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo”. L’incontro vero incomincia proprio da queste parole, dalla immediata percezione di Jane che doveva “adattare il passo” a quello di Maudie se voleva entrare in contatto con lei.
La fretta è nemica di qualsiasi relazione, lo si capisce bene con i soggetti più deboli a partire dal bambino, al portatore di handicap, all’anziano. Ma la fretta è nemica anche di noi stessi, che non sappiamo più camminarci accanto lentamente per lasciarci il tempo di intessere un dialogo interiore che ci aiuti a capire quello che siamo, quello che vogliamo veramente. La fretta ci impedisce di ascoltare e di relazionarci uno con l’altro. La fretta rende impossibile qualsiasi dialogo o rapporto umano. La fretta ci impedisce di guadare dentro ai problemi, di affrontarli e di crescere anche nella sofferenza, guardando dentro noi stessi, senza paura di leggere quello che non ci piace.
“La mia vita fino al momento in cui Freddie cominciò a morire era una cosa, poi diventò un’altra. Fino a quel momento mi ero considerata una brava persona: come tutti, voglio dire, questo lo so. (…) Ora so che non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà, che avevo solo preso in considerazione il giudizio degli altri”
Perché è di questo che troppo spesso ci preoccupiamo, di piacere, di essere come gli altri ci chiedono di essere…E scansiamo così i problemi della vita, crediamo forse ingenuamente che a noi non succederà mai o che per noi sarà diverso. O più semplicemente non ci vogliamo pensare.
Maudie insegnerà molto a Jane anche quando la fa arrabbiare e sembra volersi separare da lei. Maudie vive in solitudine; per orgoglio rifiuta l'assistenza pubblica e non vuole essere aiutata come un bisognoso; prima ancora di sentirsi vecchia e povera Maudie si sente persona che non vuole perdere la propria dignità; una persona che ha ancora molte cose da dare agli altri, da raccontare, da insegnare. Jane scopre con Maudie che la vita non è solo luccichii, colori, belle persone curate nell'aspetto, quella vita che trova spazio solo sulle pagine patinate, lucide, colorate, piene di belle fotografie del suo giornale.
Grazie all’incontro con Maudie e all’amicizia che ne scaturisce, Jane intraprende un percorso di scoperta della vita e della sofferenza, un cammino che non era riuscita a fare accanto al marito malato e alla madre morente: “d’altra parte alcune settimane fa io non mi rendevo nemmeno conto dell’esistenza degli anziani. I miei occhi venivano attratti dalle persone giovani, belle, eleganti, piacevoli, e “vedevo” solo quelle. Ora è come se un velo fosse stato steso su quelle immagini, e sopra il velo, tutt’a un tratto, ci sono i vecchi, i malati....”
Non vado avanti nel racconto, perché il libro bisogna leggerlo per intraprendere un viaggio con la Lessing, bisogna leggerlo perché si incontra tanta umanità, quella che forse non ricerchiamo più o per lo meno mai abbastanza. Dobbiamo leggerlo, perché ci dà la forza di guardare dentro alle nostre paure, ci invita ad uscire da noi e ad affrontare il limite che c’è in noi, la fragilità, l’emozione. Ci può rendere più sensibili… La fragilità non è qualcosa da cacciare, ma qualcosa con cui convivere e da cui imparare. Non dobbiamo averne paura, perchè in lei risiedono i valori più profondi.
Solo se si sa intessere un dialogo vero, profondo che guarda al di là delle apparenze, che incontra l’altro nella sua vera essenza allora si può capire, comprendere la vita in tutti i suoi mille risvolti e mille sfumature, in tutta la sua ricchezza di cui anche la sofferenza fa parte.
Anche dentro un corpo fragile c’è ancora tanta vita: “Può darsi che Maudie sia solo pelle e ossa, ma il suo corpo non ha quell’aspetto distrutto, sconfitto della carne che affonda nelle ossa. Maudie era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace, la vita. Non ci avevo mai pensato prima; non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler, una vecchietta arrabbiata e indomita. All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentemente. ....le ho lavato le parti intime, e per la prima volta ho pensato davvero al significato di quella espressione. Maudie soffriva orribilmente proprio perché una sconosciuta stava invadendo la sua intimità”.
Maudie scopre in questo passaggio quello che molte persone anziane vogliono e che Maudie dice esplicitamente: “mi chiamo Mrs Medway. Non voglio che mi si chiami Flora. E non ho intenzione di farmi trattare come una bambina. Quando arriva un’infermiera nuova e le si rivolge chiamandola cara, carina, tesoro o Flora, lei dice subito “non mi tratti come una neonata, sono abbastanza vecchia da essere la sua bisnonna”. ... correggendole con fermezza e decisione.
Abbiamo proprio perso l’abitudine all’ascolto, all’ascolto non solo del linguaggio, ma degli sguardi, del gesto, del silenzio. Non ascoltiamo più perché non conosciamo più la ricchezza di saper essere lenti, di quella lentezza che sola può restituire dignità e significato alle parole che hanno bisogno di trovare una dimora nell’altro.
I tempi rallentati del vecchio gli impediscono di comunicare spesso con noi, perché siamo sempre in corsa, viviamo troppo spesso solo la dimensione del presente perdendo i nostri legami col passato che solo potrebbero restituirci anche la capacità di progettare il nostro futuro.
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(foto di Paola Pluchino)