Andrea Oppo
NOTE SUL «DIARIO DI UN DOLORE» DI C.S. LEWIS
Nella sofferenza non si può fare altro che soffrire, ma per quanto “stringere i braccioli della poltrona del dentista o tenere le mani in grembo non cambi le cose, perché il trapano continua a trapanare”, i sentimenti da soli sono ugualmente troppo duri da sopportare, e allora mascherarli da riflessione forse può servire a qualcosa. Nel 1961, due anni prima di morire, C.S. Lewis racconta in un diario la scomparsa di sua moglie dovuta a una malattia.
Lo fa con un senso profondo di ribellione (arrivando a definire Dio un “Sadico Cosmico”) per ricavare in prima battuta l’unico piacere possibile per chi è tormentato: “il piacere di restituire i colpi” (“...dire in faccia a Dio quello che pensavo di Lui”). E insieme il folle grido “Ritorna!”, l’urlo di chi non accetta di aver perduto ciò che amava di più, di chi non sente d’ora in avanti di potercela fare: perché nulla è più come prima né lo sarà, e il prima e il dopo alla luce della perdita non hanno più valore.
Lamentarsi con Dio rimanda in genere a una questione morale: a un’aspettativa delusa, a un’avversità, a un premio non ottenuto, al corso delle cose diverso da come ce lo si attendeva. Oppure il problema è nel significato: Giobbe si lamenta per un’ingiustizia che non è in grado di capire. Ivan Karamazov dice che se esiste il pianto di un bambino, qualunque ne sia la causa da Dio consentita egli non la accetterà.
Il caso di Lewis è diverso. Non è la sofferenza priva di senso a fargli problema, non è la sventura o il dolore del singolo, dell’innocente: la sua rivendicazione è invece quasi di tipo estetico. “Quel momento”, “quel” tempo, “quella” storia non torneranno più, e nessuno li potrà mai riportare indietro. Egli ce l’ha contro la consolazione della religione, più che con la religione stessa. “Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venitemi a parlare delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite”. Le cose non ci verranno restituite, non in quel modo, non quelle lì, sembra dire Lewis. “Lo sappiamo”, dice, “che non può essere così. La realtà non si ripete”. “Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa. Com’è astuta l’esca degli occultisti!”.
Si fa strada in questo istante in lui l’idea di un “Dio cattivo”, ovvero di un Dio che cambia in corsa le regole del gioco: fa dono della pienezza e della felicità di questa vita per poi sottrarle in modo improvviso e irreversibile. In questo senso a Lewis altre sofferenze, perfino ingiuste, appaiono più accettabili di questa. Tutto ma non la perdita irreversibile di ciò che era stato donato come pieno e presente. Il problema è estetico: tutto quello che è stato non ci sarà più in quel modo. E questo è intollerabile, perché tramuta il dolore in paura. Forse il Dio in cui si è confidato non era buono come ci si immaginava, dice Lewis: perché alla fine non è né severo o esigente o punitivo, ma semplicemente beffardo e sadico. Così è colui che sottrae, fa sparire per sempre il bene più prezioso per una persona.
Nelle pagine successive di questo Diario, con un maggiore distacco dai primi momenti di dolore, Lewis mette in dubbio qualcosa di diverso. Se di tutto quello che è accaduto in fondo “si era già avvertiti”, perché, prima, visto sugli altri, non creava alcun problema e sulla propria pelle invece sì? La risposta è fin troppo chiara: “Se il mio castello è crollato al primo colpo è perché era un castello di carte”. “La fede che aveva messo in conto queste cose non era fede ma fantasia”. Il primo punto di approdo solido è proprio questo: nulla di vero esiste finché non lo si sente e non lo si mette alla prova. Il resto sono etichette con dei nomi sopra, dove magari c’è scritto “sofferenza”, “malattia”, “morte”, “solitudine”. “Nel bridge, mi dicono, si deve giocare a soldi, altrimenti il gioco non è serio”.
Nella sua autoanalisi spietata l’autore arriva a fare tabula rasa di tutto: di ogni consolazione, di ogni ipocrisia legata al ricordo, della bontà di Dio come della sua stessa fede in Lui, che si riduce a essere finzione, gioco senza alcuna posta, castello di carte. E spesso il ripristino della fede altro non promette di essere se non un nuovo castello di carte, fino al prossimo colpo (una malattia? Una guerra? La rovina professionale?). Ma lo stato d’animo non dimostra nulla. Non è su quello che si può fare affidamento.
Non c’è nulla di più semplice da assumere di una posizione materialistica, che non crede in Dio, e trova le sue consolazioni per stare al mondo e per ciò che perde e non riavrà. Ma se fede è, deve essere vera, totale: anche in un Dio cattivo o sadico, percepito tale. “È chiaro che il gatto, sotto il bisturi, brontolerà e soffierà, e cercherà di mordere. Ma la vera questione è se chi opera è un vivisezionatore o un veterinario. Gli insulti del gatto non servono a scoprirlo”. Se il chirurgo ha a cuore il nostro bene, più sarà buono e coscienzioso, maggiormente sarà inesorabile nel tagliare. Se cedesse alle suppliche e interrompesse l’operazione prima della fine sarebbe la rovina. L’unico punto è la fiducia in quel chirurgo, non ve n’è altro.
Dal punto di vista del paziente tutto è incerto: in fondo l’uomo non sa, e allora è inutile ragionare. Lamentarsi è normale, ma quanto vale davvero scrivere il senso del proprio lamento?
Sembra arrestarsi qui la cronaca della sofferenza di un uomo che ha confidato e confida in Dio, sapendo che al di fuori della prova, del giocare con i soldi veri, tutto è un castello di carte. Nessuno aveva promesso che fosse semplice e la fede vera, proprio perché non finge, e perché si affida a chi solo sa come stanno le cose, non può essere consolatoria o facile.
Eppure Lewis proprio al termine di questi suoi pensieri fa intravedere una prospettiva ancora più dura ed estrema, dove non risparmia davvero più nulla di se stesso. Da una frase che ripete ogni tanto, durante il racconto, emerge qualcosa di inatteso: “Tutte le fotografie di H. sono brutte”. Il ricordo della moglie è e sarà sempre imperfetto. Le foto assomigliano tanto ai riti dei morti, che sottolineano ancora di più il loro stato di morti, come un processo di mummificazione. L’amore stesso, l’amore-ricordo, l’amore-attaccamento assomiglia tanto al castello di carte (“Comincio a capire. Il mio amore per H. era assai simile per qualità alla mia fede in Dio. Ma non voglio esagerare. Se nella fede ci fosse solo immaginazione, o nell’amore solo egoismo, questo lo sa Dio. Io no. Può darsi che ci fosse qualcosa di più: soprattutto nel mio amore per H. Ma né amore né fede erano quello che io credevo. C’era molto, in entrambi, del castello di carte.”). Il castello di carte è un’architettura instabile di simboli che sostituiscono la realtà. “Una fotografia veramente bella potrebbe alla fine diventare una trappola, un orrore, e un ostacolo”. È questo l’inganno estetico al quale l’autore di questo diario sente di aver ceduto. E precisamente da un dubbio di tipo estetico (quel momento storico non tornerà, quell’istantanea non verrà restituita) e dal fatto di tenere a quello sopra ogni cosa che nascono la paura e l’angoscia più forti, e forse la domanda di partenza di questo Diario.
“Le immagini, devo supporre, hanno una loro utilità, o non sarebbero così diffuse (non fa differenza che siano dentro o fuori la mente, ritratti e statue oppure costrutti dell’immaginazione). Ma per me è più evidente il loro pericolo. Le immagini del Sacro diventano facilmente immagini sacre, sacrosante. La mia idea di Dio non è un’idea divina. Deve essere continuamente mandata in frantumi. Ed è Lui stesso a farlo. Lui il grande iconoclasta. Non potremmo quasi dire che questa frantumazione è uno dei segni della Sua presenza? L’esempio supremo è l’Incarnazione, che lascia distrutte dietro di sé tutte le precedenti idee del Messia. I più sono ‘offesi’ dall’iconoclastia; e beati quelli che non lo sono. Ma la stessa cosa accade nelle nostre preghiere private”.
Cos’è dunque, per davvero, ciò che non ci viene restituito di questa vita? Cos’è che in realtà il chirurgo sta operando e che l’uomo non riconosce?
Mandare in frantumi ogni immagine del sacro, bruciare qualunque foto di questa vita, come sola opportunità di essere dentro le cose e non fuori. “Tutta la realtà è iconoclastica” dice l’autore, “e noi vogliamo che sia così”. L’amore che trionfa sull’idea dell’amore, la vita sull’idea della vita, la persona e non l’idea della persona. Così come per la moglie, per Lewis il bene e l’amore più grandi sembrano non possedere una sola bella fotografia.
E’ una voragine quella che si spalanca a questo punto, ed è difficile prevederne le conseguenze. Lewis si sbarazza di qualunque stato d’animo: della fede, di Dio, della moglie, e della sua stessa felicità. Brucia le immagini che di tutto questo aveva, per ritrovarlo sotto un’altra specie, nell’unica vera possibilità che ci è data, quella dell’eterno.
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(foto di Paola Pluchino)