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Maria Pina Ciancio
RITI ED ARTI MAGICO-RELIGIOSI NELL'ANTICA SOCIETA' LUCANA DEL POLLINO
Nella magia il sacro, il potere che sta nelle parole e l'efficacia che discende da gesti appropriati, consente all'uomo di realizzare, in modo soprannaturale, ciò che i suoi mezzi e le sue abilità pratiche sono incapaci di compiere […] Nella religione, il sacro agisce come una forza vitale che stringe i membri di un gruppo e, con lo stabilimento dei valori morali, opera un'integrazione della mente degli individui nelle crisi della vita, morte, pubertà, matrimonio e nascita. (Bronislaw Malinowskj)
Nei tempi passati la medicina era spesso legata ed intrecciata alle arti magico-religiose. Questo perché, per una società piccola, chiusa, lontana dai grossi centri abitati, a volte era impossibile ricorrere alla scienza medica o addirittura ad un semplice medico generico. I riti e le arti magiche entravano allora nella vita quotidiana della povera gente, diventantando l'unica e possibile arma di scongiuro e di difesa contro le forze "misteriose ed occulte" che minacciavano e/o invadevano il corpo. La simbologia, i segni, la magia, erano sempre il frutto di una "necessità" e di un "bisogno", che affonda le radici nelle alcove più
nascoste dell’animo umano: mondo affascinante e misterioso, talvolta oscuro, legato all'ingenuità popolare, ma anche alla difficile esperienza di una vita vissuta all'insegna della lotta tra il bene e il male.
L'affascina è un esempio di come le forze religiose e magiche si intrecciavano misteriosamente fino quasi a confondersi. Questa sorta di preghiere e formule magiche recitate in silenzio, che serviva ad allontanare il malocchio, continua ancora oggi a tramandarsi tra la gente più anziana e il fatto che i tentativi di svelarne la "segreta formula" siano stati pressocchè vani e inefficaci, dimostra quanto ancora sia forte e radicata questa credenza che si perde nella notte dei tempi e che sopravvive all'era tecnologica dei computer.
"L'affascina, rito magico-religioso che serviva ad allontanare il malocchio, si manifestava con forti mal di testa, mal di pancia, a volte anche sonnolenza. La persona che toglieva l'affascina, prima di iniziare il rito, faceva il segno della croce, segnava sulla testa dell'affascinato una piccola croce con un coltello e infine cominciava a recitare la “sacra” formula in silenzio. Quando iniziava a sbadigliare era segno che l'affascina c'era, e il momento dello sbadiglio, per molti, indicava anche il sesso della persona responsabile. Dopo questo primo momento, quando la fattura era forte o durava da più giorni, si riempiva un catino d'acqua , vi si immergevano tre pizzichi di sale (a volte anche tre oggetti metallici e tre carboni), e in esso l'ammalato doveva lavarsi il viso per tre o per un numero dispari di volte. L'acqua veniva poi gettata in mezzo a un crocevia, dove il primo passante raccoglieva il malocchio."
In effetti l'affascina non era solo la iettatura, cioè l'influsso malefico e cattivo esercitato dalla presenza di alcune persone su altre, ma anche una sorta di seduzione vera e propria, frutto di forte ammirazione, fascino e incantevole meraviglia esercitata nei confronti di chi veniva affascinato.
E' importante notare l'uso di oggetti metallici durante il rito (in particolare del coltello) e la ripetizione di determinati gesti per tre volte o per un numero dispari, comunque multiplo di tre. Non si tratta certo di una scelta casuale, essa è legata a una tradizione che associa da millenni il numero tre al simbolo religioso della Santa Trinità. L'acqua che veniva buttata in mezzo a un crocevia (luogo di incontro di più vie e quindi di maggiore passaggio) diveniva simbolo scenico di purificazione, rappresentava l'allontanamento del male e delle "forze occulte" dal corpo. Anche ne Il fuoco di Sant'Antonio le scintille provocate dallo sfregamento di una particolare pietra bianca con un oggetto metallico (cavo e con un'impugnatura) rappresentavano una sorta di esorcismo al male.
"Il fuoco di Sant'Antonio o “fuocu muortu” era un rito dal forte senso scenico: serviva a curare un eritema (foruncoli e bolle) che fuoriusciva nella zone dell'addome, ma che spesso si spargeva anche su altre parti del corpo, srgno probabilmente di un male che deturpava non solo lo spirito, ma anche il corpo. Il rito (insieme magico-religioso) si svolgeva in un ambiente abbastanza ampio per tre mattine consecutive. Al centro della stanza ardevano, in tre bracieri o contenitori, tre fuochi. Il guaritore e l'ammalato dopo aver fatto il segno della croce, in processione (il primo avanti, l'altro immediatamente dietro) iniziavano l'atto purificatorio girando tre volte intorno ad ogni fuoco. Durante ogni giro, il guaritore sfregava per tre volte l'oggetto metallico con la pietra, così da produrre scintille, mentre ad alta voce pronunciava le parole: “fuocu muortu vatinni a du vivu” (= fuoco morto vattene dal vivo). Terminato il primo giro intorno ai fuochi, si iniziava da capo, fino a compiere un totale di tre giri completi."
Questo "rito purificatorio", diversamente dall'affascina, aveva un effetto spettacolare e fortemente suggestivo, sia per i fuochi che già di per sè rappresentavano l'elemento di contrasto al male, sia per la processione che ricorda tanto un pellegrinaggio religioso. Come nell'affascina, la ripetizione di determinati gesti per tre volte, assumeva un'importanza fondamentale (tre mattine, tre fuochi, tre giri intorno ai fuochi, tre scintille, ecc.). Anche la cura de Il male dell'arco, come Il fuoco di Sant'Antonio, era caratterizzata da un forte senso scenico e simbolico. La malattia che si manifestava con perdita di colore e giallore, si credeva colpisse alcune persone durante il manifestarsi del fenomeno atmosferico dell’ "arcobaleno".
"Il rito della guarigione si svolgeva all'aperto, vicino a un canale o rigagnolo di acqua corrente, per tre mattine consecutive. L'ammalato si disponeva con le gambe divaricate sul rigagnolo formando con il corpo un arco sull'acqua. A questo punto, il guaritore, munito di un oggetto d'oro e uno di piombo, dopo aver fatto il segno della croce cominciava a recitare ad alta voce la formula di scongiuro al male, che veniva ripetuta tre volte."
Questa malattia, come abbiamo detto, che si manifestava con un colorito giallo smorto e con la perdita del colore naturale, era associata alla percezione del fenomeno arcobaleno come condizione precaria della natura, come deformazione dei colori in archi sfuocati, pallidi ed evanescenti. Solo riproducendo le stesse condizioni di insorgenza del male (l'ammalato stesso diventava simbolo di un arco sull'acqua) si riteneva possibile l'allontanamento delle forze del male imprigionate nel corpo, mentre l'acqua corrente ne rappresentava l'elemento purificatorio vero e proprio. Il chiodo solare infine era una sorta di affascina, che serviva a curare un particolare mal di testa, che si manifestava al nascere del sole e scompariva al tramonto.
"Questo rito come il precedente avveniva all'aperto. All'alba, quando i raggi del sole spuntavano all'orizzonte, l'ammalato e il guaritore si rivolgevano ad esso. Dopo aver fatto il segno della croce, il guaritore cominciava la recita di preghiere e formule segnando piccole croci sul capo dell'ammalato. Il rito durava tre mattine, a volte veniva eseguito sia al sorgere che al calare del sole."
Rivolgere lo sguardo al sole significava invocare la liberazione e la purificazione direttamente da ciò che si credeva fosse la causa diretta del forte e continuo mal di testa durante la giornata. Secondo gli anziani il male cominciava a scomparire lentamente fin dalla prima mattina.
A questo punto è opportuno ricordare che lo studio e l'analisi di riti e fenomeni sospesi a metà strada tra la realtà e l'immaginazione rappresentano oltre che una pura speculazione intellettiva, un momento di indagine fondamentale che ci consente da un lato di cogliere gli infiniti nessi sociologici tra il presente e il passato e dall'altro di penetrare l'immaginario collettivo di un popolo vissuto per millenni nell'isolamento, tra i misteriosi e sconosciuti monti del Pollino. Un popolo che ha radicato e sviluppato uno spirito di grande forza e sacrificio, di fiducia in se stesso e negli altri, segno di una vita non facile, vissuta per millenni all'insegna della lotta tra "il bene e il male", tra paure, superstizioni e profonda solitudine.
Appunti sui riti magico-religiosi nell’area del Pollino lucano
Indagine conoscitiva, da una ricerca sul campo
San Severino Lucano, 1992