ponteggi
Ilaria Ciancilla
LO SPECCHIO INFRANTO: i paradigmi della moda nel Nuovo Mondo
I luoghi sfiorati dalla moda, siano essi la città, il mare, la montagna sono sempre luoghi assoluti, sono quell’ “altrove” di cui si deve afferrare di colpo l’essenza “diversa” che facilita il gioco del sogno. Umberto Galimberti, Il corpo.pag.211
La riflessione filosofica sulla postmodernità di fine Novecento e i filosofi che da essa partivano per affrontare, attraverso nuove chiavi di lettura, il presente, annunciavano senza sosta la fine della modernità come concezione filosofica e antropologica capace di rischiarare orizzonti di senso e profili individuali. L’universo moderno stritolato dalla morsa di una economia e di una ipertecnologia sempre più globalizzate, alimentato dal primato della scrittura e dalla logica del pensiero razionale, sembrava sempre più assomigliare ad una foresta pietrificata. Oggi, il tramonto di quel mondo è giunto a conclusione.
L’universo contemporaneo che alcuni definiscono post-umano, ha trovato definitivamente nuovi alleati o forse sarebbe meglio dire nuovi padroni in grado di scardinare ciò che in passato costituiva il punto fermo sul quale costruire esistenze, certezze, ideologie e dogmatismi. Un concerto di nuove forze ha di fatto generato un orizzonte non trascendibile o aggirabile. Economia, tecnologia, scienza e soprattutto comunicazione sono le basi conclamate e acclamate sulle quali si regge il nostro sistema, capaci di dettare non soltanto le regole del consumare quotidiano all’interno dei mercati globali, ma anche di intercettare pericolosamente i modi e i ritmi della nostra vita, invadendo non solo le labili barriere di esistenze sempre più parcellizzate, ma anche scardinando ogni concezione sociale e sicurezza professionale. Un universo attraversato, fin nelle sue fibre più profonde, dalla tecnologia: <<archivi
di bit al posto di libri, scaffali sostituiti dai server elettronici, gallerie
che lasciano il posto progressivamente a musei virtuali, teatri come
infrastrutture di intrattenimento, scuole organizzate come campus virtuali, ospedali
trasformati dalla telemedicina, prigioni sostituite da programmi di controllo
elettronico, banche diluite nei servizi bancomat, grandi magazzini come centri
commerciali elettronici, case ridotte a snodi elettronici>>.1
Un mondo quindi non solo più rapido, più controllabile e decifrabile da chi detiene le leve del sapere tecnologico e quindi governa i passaggi dell’economia digitale, ma anche e soprattutto un universo modellato e piegato inevitabilmente alle leggi del mercato e allo studio sistematizzato delle abitudini del consumatore. In una società alla ricerca di nuove frontiere scientifiche e di conoscenze da utilizzare per garantire lo sperimentalismo tecnologico e gli standard del consumo globale, la comunicazione con il suo bisogno pulsante di emettere segni, di farsi segno per la ricettività altrui, diventa il medium privilegiato attraverso il quale il sistema mediatico veicola messaggi e immagini.
Questi, correndo lungo le vie comunicative senza incontrare ostacoli devono bersagliare e imbrigliare ogni atto e pensiero dell’essere umano. Per l’individuo d’oggi non c’è più storia che valga, valore che conti, destino che pesi, ma soltanto la frontiera del nuovo. E’ possibile in una società come quella appena delineata, concepire un futuro alternativo? Isolarsi e rifuggire il modo attuale servirebbe a qualcosa? Sarebbe solo una obsoleta fuga dalla realtà.
Dando per assodato che buona parte della società contemporanea vive e si alimenta di tutti i meccanismi sopra descritti, sarebbe meglio per l’uomo di oggi, non più “ad una dimensione”, affrontare il presente e il futuro accettando regole che non ha creato e ruoli che non ha scelto. Ma tutto questo ad una condizione: è necessario andare alla ricerca di spazi individuali di libertà e di creatività da costruire e da ricostruire.
Il fenomeno della moda con il suo linguaggio, si inserisce pienamente in questo contesto e per le sue caratteristiche peculiari può essere un interessante tratto di snodo da studiare, un confine su cui analizzare criticamente le vie di questo nuovo mondo, una finestra aperta capace spesso di consentire uno sguardo sul futuro, in grado di offrire per la sua valenza simbolica e antropologica un ottimo punto di osservazione a discipline come la filosofia volutamente estranee ad un mondo che via via si è imposto. Adam Smith fu uno dei primi filosofi che si occuparono del fenomeno moda. Quest’ultimo sosteneva che oltre ad avere a che fare col gusto esercitasse una forte influenza anche sulla morale, anche se in maniera considerevolmente inferiore. Kant si occupò marginalmente della moda, fornendo una descrizione incentrata sui cambiamenti generali nelle abitudini di vita della gente. Di altro segno sembrano invece essere le sue abitudini e preferenze in materia di abbigliamento; pare infatti che il grande filosofo fosse noto nella sua città come “il maestro elegante”, che passeggiava indossando scarpe con fibbia argentata e camicie di seta.
Il primo che dedica però un intero libro a questo argomento fu Simmel che nel suo La moda nel 1904 distingue tra moda e abiti, considerando la prima come un fenomeno diffuso applicabile a tutti i campi sociali, dove la moda non sono che un’istanze tra le altre. Gli abiti restano il punto focale della sua disquisizione, anche se l’uso della lingua, dei gesti e simili è anch’esso sottoposto alla moda. Una posizione simile assume il filosofo Gilles Lipovetsky, fornendo una definizione molto ampia della moda in cui si sottolinea con precisione come si tratti di un meccanismo sociale generale e non limitato solo ai vestiti. L’abbigliamento è secondo il nostro solo una delle tante manifestazioni della moda. Un’altra riflessione interessante è stata fatta dal semiologo Roland Barthes che pensa gli abiti come la base materiale della moda, mentre la moda in sé è un sistema culturale di significati. D’altro canto la moda non si limita a dominare superfici prive di profondità come gli abiti, ma si addentra anche nell’arte e nella scienza. Non solo, come osservò Simmel, esiste anche un forte collegamento tra moda e identità. La sua tesi è nota: i vestiti non sono solo una componente forte nella costruzione sociale del sé, ma sono qualcosa che noi dobbiamo scegliere in forza del nostro ruolo di consumatori, in quanto l’identità non ci viene più data dalla tradizione.
L’abito diventa così parte dell’individuo non qualcosa di esterno alla sua identità. Non solo più scudo per i corpi, gli abiti, come asserisce Helene Cixous, funzionano come il suo prolungamento. In un mondo in cui il sé diventa sempre più fluido, si tenta di esprimersi attraverso le apparenze esteriori e tali espressioni, non possono non dialogare con la moda. Oggi si è elevato la moda a principio? Forse, ma se è verissimo che esistono luoghi sulla terra dove le persone si sottraggono alle sue leggi, è vero altrettanto che noi viviamo in un contesto storico ed economico nel quale è impossibile restare immuni dal suo influsso. Penso perciò che la filosofia debba riflettere sul fenomeno moda, cioè debba analizzare criticamente sia il ruolo avuto dalla moda nelle modificazioni epocali fin qui intervenute sia e soprattutto sul linguaggio da essa adottato. Il risultato potrebbe essere una più approfondita visuale sul reale e un modello su cui riflettere per indagare il futuro.
Haute couture e sistema sociale
I libri dedicati alla moda sono zeppi di definizioni del fenomeno, analisi sociologiche, stilistiche ed estetiche. In genere all’inizio o alla fine di ciascuno di questi testi, l’autore proclama il Novecento l’epoca della moda per eccellenza. Uno per tutti:<< Il secolo che abbiamo alla spalle è stato davvero il secolo della moda, del suo grande trionfo. Non probabilmente il secolo dell’eleganza, che forse fu il Cinquecento, né quello del lusso e del capriccio ( il Settecento), ma quello della moda, delle grandi oscillazioni del gusto guidate e dominate dalla personalità dei grandi sarti, couturier e stilisti. Le donne floreali di Poiret, le garconnes degli anni Venti, le immagini ingannevolmente semplici di Coco Chanel, i tulipani umani di Dior, le femministe con la gonnona a fiori e gli zoccoli, le donne manager di Armani…non c’è stato altro tempo con la stessa ricchezza di invenzione e analoga fantastica capacità di metamorfosi collettiva>>.2
L’ analisi di Ugo Volli evidenzia come la moda, dopo secoli di marginalità e funzioni decorative, ornamentali, nel Novecento comincia ad entrare nei meccanismi della riproduzione sociale. Prima di questa epoca vestirsi assolveva a due funzioni: coprirsi, cioè riparasi dal freddo proteggendo le nudità dallo sguardo altrui e segnalare lo status sociale, l’appartenenza ad una tribù, ad una cerchia, ad una classe. L’aspetto estetico naturalmente non era bandito, ma era tipico di un abbigliamento elitario e, comunque, non era mai fine a se stesso,l’eleganza di un cortigiano cinquecentesco certo riluceva, abbagliava, seduceva, ma soprattutto segnalava confini, distanze. Nel Novecento tutto cambia. La modernità industriale impone una riformulazione moderna di una tendenza tipica delle tribù: il feticismo. Il fenomeno, avversato dalla psicoanalisi e dal positivismo, assume come oggetto, nella società di fine Ottocento e inizi Novecento, le merci. Per Marx, il feticismo è il segno della cattiva coscienza di una classe che non si riconosce come tale e che pertanto cede dinnanzi al potere seduttivo delle merci, per poi trasformarsi in pubblico organizzato intorno alla pianificazione dei luoghi del consumo.
Siamo agli albori del consumismo e la pulsione verso gli oggetti trasforma le cose: da realtà inanimate utili per un qualche uso, diventano feticci in grado di incarnare desideri, passioni, aspirazioni sociali. Una tendenza che si afferma in maniera decisa e che sul fronte della moda impone in maniera sempre più forte il ruolo estetico dell’abito. Vestirsi serve sempre a segnalare un certo status, e una ricercata eleganza richiama l’appartenenza ad un particolare strato sociale, tuttavia, soprattutto a partire dagli anni Venti, la mano degli stilisti emergenti inizia a tratteggiare costellazioni di senso, non semplici geometrie per indumenti. Coco Chanel, in questa direzione, in questa direzione, è fondamentale. La stilista francese rivoluziona il modo di pensare << il busto e libera il movimento, scegliendo una linea pratica e funzionale, aliena agli ornamenti, che privilegia i materiali poveri come il jersey, e i colori neutri, il bianco, il blue, il beige. E fa dell’artificiale un valore, con l’uso barocco della bigiotteria e il privilegiamento dei profumi sintetici. Inventa uno stile e con esso un nuovo tipo di donna e di corpo, partendo da se stessa, dalla propria storia, dal proprio gusto>>.3 Per la prima volta, in maniera decisa, la moda ha un referente, l’universo femminile, non sovrapponibile ad una specifica classe sociale, per la prima volta le creazioni di una stilista riescono a scardinare la stretta relazione tra appartenenza sociale e vestiario. Gli abiti di Chanel non rientrano nello spettro di senso offerto dalle appartenenze di classe, il mondo gerarchico e verticale salta per aria e la stilista francese si rivolge direttamente a tutto l’orizzonte femminile. Per la prima volta la moda non ha una funzione tautologica rispetto alle grandi matrici di senso che hanno fatto la storia, ma traccia un segno autonomo, deciso, apre definitivamente il solco che distingue la moda dall’abbigliamento, la libera interazione di segni, sensi e senso dalla funzione razionale allo scopo. Chanel opera per ibridazioni, decontestualizzazioni, immette nel vestiario femminile elementi prelevati dal mondo del lavoro(tute), dal mondo maschile(il colletto alla marinara, il taglio corto del cappello), dal mondo della guerra ( le calotte che rimandano agli elmetti dei soldati), dallo sport (la gonna corta, i pantaloni). Insomma, contaminazione, incroci di genere e forme, una vera offerta di senso che passa per oggetti che vanno incontro ad una riclassificazione semantica e che offrono nuovi significati. Chanel apre u n danza destinata a segnare il secolo e a svolgersi compiutamente almeno fino agli anni novanta del 900’.
Il primo ad accorgersi della forza semantica e filosofica della moda del Novecento è Roland Barthes. Per lui non vale il concetto di matrice marxista sul sex appeal dell’inorganico, sul feticismo delle cose, sull’uomo massa vittima della temperie consumistica, alienato in un mondo che lo sfrutta. Teorie filosofiche critiche, in linea con la psicoanalisi nel relegare il rapporto con gli oggetti nell’ordine della patologia psichica e sociale. Per Barthes la moda è un sistema che si differenzia dall’abito, oggetto di un sapere tecnologico, dall’ornamento, oggetto del gusto estetico. La moda è l’elemento comunicativo, il velo di senso che si posa sull’abito e sull’ornamento, un sistema di significazioni che si posa su oggetti inerti. Insomma, un vero tramite dalle cose al senso, una sorta di irradiazione. <<Nel
codice vestimentario l’inerzia è lo statuto originario degli oggetti di cui la
significazione è destinata ad impadronirsi: una gonna esiste senza significare,
prima di significare; il senso che essa riceve è irradiante ed
evanescente>>.4 La potenza del sistema moda è tutta racchiusa nella capacità di tradurre qualcosa di fisico, di oggettuale, di organico,in linguaggio,offrendo un’anima semantica alle cose, insufflando significato nel significante, usando attraverso il mondo della pubblicità e dei media, più piani linguistici( tratto che la differenzia dall’arte).
Il significato effimero e leggero del mondo della moda è destinato ad oscillare perennemente in una dimensione atemporale, estranea al passato e al futuro. Il corpo è investito in pieno dall’ondata di senso che promana dalla moda, anzi per Barthes è il vestito a dare senso al corpo, a farlo esistere. Il vestito non nasconde, non mostra, ma allude, valorizza, non esibisce, come una gonna corta che non ha la semplice funzione di mostrare il corpo, ma quella di imprimere in chi la guarda l’idea dell’audacia. Il corpo perciò per Barthes non preesiste al vestito, ma entrando in contatto con la moda assume una nuova natura, una seconda naturalità. Con la moda del Novecento, dunque, nasce una costellazione di significati, un linguaggio fatto di immagini, colori, parole, che coinvolge il corpo, l’immaginario e crea un percorso di senso che si inserisce nel mondo della comunicazione e va ad affiancare altri mondi di significato come l’arte, l'economia e la filosofia. Un cosmo parallelo che come vedremo, a partire dagli anni ottanta inizia a sconfinare e permeare altri linguaggi.
Il trionfo dell’individuo
Gli storici della moda tendono a dividere il Novecento in tre fasi: la prima, quella analizzata in precedenza, caratterizzata dall’haute couture alla Chanel e capace di resistere fino alle soglie del 1968. A partire dalla temperie sessantottina fino agli anni ottanta si sviluppa una seconda fase caratterizzata dall’esplosione della moda giovanile, delle tribù metropolitane, dell’impegno politico con le sue divise d’ordinanza e i suoi strappi alle regole anche dal punto di vista del vestire. In questa fase la moda non ha un ruolo importante, infatti, in questo giro d’anni, il sistema moda non muta aspetto, anzi perde terreno per l’imporsi dei linguaggi dell’ideologia, di cogenze e temperie poco inclini all’effimero e all’apparenza, e molto orientate ad intercettare le concrete linee del divenire storico e materiale. Più utile, indagare un decennio cruciale per la moda: gli anni ottanta. In questo periodo si assiste ad una rivoluzione che ha al centro una nuova forma di individualismo, alimentato dall’esplosione della tecnologia e dalle prime mosse dell’informatica di massa. Per la moda si apre una fase decisiva. L’alta moda volge al tramonto e albeggia l’era del pret à porter : gli abiti degli stilisti, carichi di significati che, come abbiamo visto, Barthes gli attribuiva, fuoriescono dai circuiti vertiginosi ed elitari del passato ed invadono la società. Esempio più rilevante della nuova scuola è Giorgio Armani: la destrutturazione della giacca è la principale mossa dello stilista italiano, accompagnata dalla scelta dei colori tenui. Obiettivo: creare un nuovo modo di vestire, simile a quello di un dandy, per cui <<con
l’abito ciò che viene proposto è una nuova identità, e un nuovo modo di pensare
il corpo, che acuisce morbidezza e sensualità, un corpo giovanile, femmineo.
Per questo Armani è stato definito negli Stati Uniti il primo stilista
postmoderno, dato che il postmoderno destruttura l’opera d’arte, l’architettura,
i linguaggi, i saperi>>.5
Armani più che una moda propone uno stile, un total look, classico e immutabile nel tempo. Il gioco linguistico della moda in questa fase diventa pervasivo, alimenta sogni e fa della griffe una luccicante matrice identitaria. Sulle rovine dell’impegno politico, sulle spoglie del sogno di poter dettare il ritmo agli eventi storici, prende vita un mondo segnato dall’effimero, dal brillio fatuo del disimpegno a sfondo estetico, con la moda a scandire le stagioni del nuovo corso. Gli stilisti non parlano più alle elites, ma costruiscono senso per tutti o quasi. Parlano un linguaggio che non è più caratterizzato solo dalla scrittura, dalle didascalie,( come pensava Barthes che analizzava il sistema moda in un periodo ancora segnato dal prevalere della cultura scritta) ma si giovano della spinta offerta alle loro creazioni dal medium televisivo e dal pressante battage pubblicitario che si imponeva grazie al nuovo dominio della cultura iconografica. Il cinema in quegli anni non si dimostra impermeabile al linguaggio della moda. In American Gigolo Richard Gere veste Armani, e, non solo ha un rapporto quasi feticistico con i capi griffati, ma: <<giacche,
camicie, cravatte, prima tolte con amore di cassetti, poi allineate con ordine
sul letto e accarezzate ripetutamente dalla macchina da presa, fanno qualcosa
di più che esibire la loro morbida e invitante sinfonia di tesuti, colori,
sfumature e istituirsi come oggetto del desiderio: si animano, prendono forza
prima di venire indossate, cominciano a vivere di vita propria e, grazie ad un
ribaltamento del punto di vista della macchina da presa, sono loro a guardare
Julian>>.6
Insomma un decennio segnato dal dominio assoluto del mondo dei segni, del linguaggio, anche per la debolezza degli altri universi di senso e per il complessivo ritorno al privato degli individui. Negli anni Novanta la tendenza sembra invertirsi, soprattutto nel primo quinquennio. Ma è solo un’illusione ottica. Certo le grandi firme che hanno popolato l’immaginario collettivo nel decennio precedente hanno perso quota a favore di un minimalismo che rifiuta ogni luccichio e cerca una nuova dimensione sottotraccia. Sui giornali fa capolino l’idea che il sistema moda sia arrivato al termine, che uno dei principali fenomeni degli anni ottanta stia tramontando per lasciare posto a nuovi modelli sociali, più direttamente legati alle istanze materiali del vivere civile e meno vincolati ad un sistema che fonda se stesso su un fuoco di fila di segni pervasivi. Tuttavia, ci sono alcuni fattori che giocano a favore della moda e che nel nuovo secolo esploderanno con tutta la loro forza: informatica, televisione sempre più dominata dai messaggi pubblicitari, diffusione a tutti i livelli di tassi altissimi di tecnologie.
Il nuovo secolo: tutto è moda
Nell’introduzione a questo lavoro abbiamo tratteggiato i confini del sistema dominante la società del nuovo secolo: le certezze del sapere scientifico si traducono in scelte tecnologiche che pervadono in maniera sempre più intensa il vivere quotidiano, il tutto all’insegna di una ragione economica senza più confini, capace di spaziare nel contesto globale grazie ai vecchi e nuovi media. Questo sistema ha una subdola potenza creativa: genera modelli sociali, monopolizza il tempo libero, crea immaginari plurimi, frammentati. Non siamo di fronte ad un fenomeno di massificazione e omologazione, come la vulgata marxista temeva, ma all’esplodere delle differenze e alla definitiva implosione di stili di vita coerenti. Il tutto però all’insegna di precise ragioni di mercato.
Il moltiplicarsi dell’offerta economica e il pullulare di sistemi informativi capaci di proporla e differenziarla, ha richiesto la parallela esplosione di stili di vita e di consumo. Comunicazione, rapidità, leggerezza, sono i valori cardine della nuova temperie. Ma, soprattutto, l’essenza della rivoluzione tecnologica si condensa in un fatto molto semplice: gli oggetti ci parlano, ci controllano, ci curano. La tecnologia ha vinto la sfida contro l’inorganico, ha donato l’anima alle cose. Barthes negli anni cinquanta parlando di un nuovo modello della Citroen scriveva:<< C’è facilmente nell’oggetto una perfezione e insieme un’assenza di origine, una chiusura e una brillantezza, una trasformazione della vita in materia (la materia è assai più magica della vita), e per dir tutto un silenzio che appartiene all’ordine del meraviglioso>>.7 Ebbene, la tecnologia elettronica non solo trasforma la vita in materia, ma opera un secondo passaggio, dalla materia alla vita, tanto che le creazioni su base informatica hanno ormai ottime capacità di interagire con gli esseri umani e alcuni ipotizzano per il futuro, stili di vita totalmente assorbiti dal rapporto con elementi informatici. Poste queste ulteriori premesse dobbiamo chiederci in che rapporto stia la moda con questo sistema. In primo luogo va detto che anche la moda del nuovo secolo è andata incontro ad un processo di destrutturazione paragonabile a quello dell’identità individuale: le griffes un tempo polo identitario per i più, continuano ad esistere, ma sono state assorbite dal pullulare degli stili. Tuttavia la società del consumo si è giovata del meccanismo d’attribuzione di senso tipico della moda. Se venti anni fa il linguaggio della moda era fondamentale ma pur sempre settoriale, adesso si può dire che ogni settore del consumo, dai beni ai servizi, opera una risemantizzazione dei prodotti che offre.
Oggi consumare non significa più andare alla ricerca di beni, ma di segni, come accadeva a chi indossava abiti alla moda nella visione di Barthes. Gli oggetti del vivere quotidiano sono ricoperti da una patina di significati:<< Abito, pettinatura, trucco, diventano segni spettacolari dell’affermazione dell’io, nuova sensibilità estetica del modo di abitare e fare vacanze, estetizzazione dell’esperienza>>.8
Ogni merce comunica, esprime un insieme di messaggi che va oltre il concreto uso che di essa si può fare, come accadeva ai vestiti liberatisi dal rapporto referenziale con lo status sociale e con l’uso. Le esperienze del nuovo sono fatte di sensazioni plurime: immagini, suoni, profumi, piaceri tattili. Insomma, pare non contare più testimoniare appartenenze sociali ormai divelte, né orientare il consumo razionalmente allo scopo, ma entrare in una nebulosa di segni, lasciarsi trascinare in un gioco di rimandi sensoriali culturalmente del tutto effimeri, ma comunicativi, condivisi, veicolati dai media e in grado di definire gruppi accomunati dal medesimo orizzonte.
Infine, ogni esperienza offerta dal mondo dei consumi, è destinata a durare poco, a diventare opaca in maniera repentina, a perdere capacità comunicativa. Siamo di fronte ad un eterno presente, unica categoria temporale adatta a questo universo senza tempo, dove vivono uomini sradicati ormai dalla storia, dalle tradizionali appartenenze culturali e anche politiche. In un mondo di questo genere, appeso alla leggerezza delle immagini, al ritmo veloce dei saperi, della moda in senso stretto che ne è stato? Se la società ha prima subito l’invasione della moda, per poi diventare moda, di quest’ultima è restato qualcosa? Il sistema della moda è ormai distinguibile dalla civiltà della comunicazione, del consumo e della tecnologia?
La moda oltre il presente
La moda ha senso soltanto se sporge sul futuro, se incarna, come abbiamo visto per il passato, nuove prospettive. Allora, se da un lato il mondo della comunicazione e del consumo si orienta nella direzione “esperienziale” di cui prima, sviluppando nuovi stereotipi capaci di essere analizzati dalle analisi di marketing, d’altro lato l’universo moda guarda già oltre e prende di mira l’ultima frontiera rimasta in piedi: la distinzione dei generi. <<La
moda gioca allo scambio delle identità sessuali, sviluppando modelli
androgeni…si fa pura indistinzione,libera
sovrapposizione di stili>>.9 Gli stilisti sanno di non poter parlare più attraverso i simboli di una volta sanno che una costellazione di senso che si rifà alle griffes è al tramonto anche se i pubblicitari non se ne accorgono. Chi fa moda oggi pensa già all’uomo del futuro e lo vede inclassificabile socialmente e sessualmente, frutto di contaminazioni esasperate. Non è un caso se ogni sforzo tecnologico sia volto ad individuare meccanismi di controllo capaci di creare una rete immateriale per prevenire ogni movimento di un uomo sempre meno sondabile. Non è casuale se anche certi settori della moda offrono accessori dotati di congegni ad alta tecnologia. Ebbene, se una parte del mondo della moda punta sulla tecnologia e sul controllo, gli stilisti più all’avanguardia sanno che tra qualche anno diventerà impossibile delineare i confini degli individui, classificarli e capirli. Cercando di moltiplicare all’infinito i tipi, i segni, la moda ha capito di esser di fronte ad una generazione che ha iniziato a fare segno, a farsi portavoce del proprio stile in modo autonomo. Il fenomeno moda è arrivato al capolinea? Se il mondo del consumo svolge in questa fase una funzione conservatrice volta a preservare modelli o a crearne di controllabili, grazie ai famosi studi sui consumatori, il mondo della moda, ed in questo consiste forse la sua unica indipendenza rispetto al mondo economico e consumistico, non teme di andare incontro ad individui inclassificabili proponendo contaminazioni al confine con l’anarchia estetica.
Conclusione
Percorrendo a grandi linee il mondo della moda del Novecento abbiamo potuto vedere come questo sia andato incontro a numerosi cambiamenti, all’inizio profondi e poi via via sempre più settoriali. Il linguaggio della moda in questa epoca ha cambiato più volte il suo potere semantico. Se gli abiti all’inizio potevano rimandare ad una certa appartenenza sociale e costituire un mezzo per la costruzione del proprio sé sociale, nella seconda metà dell’epoca considerata questo orizzonte di senso capace di esprimere ancora ruoli, appartenenze, regole condivise, implode inesorabilmente, aprendo il sistema moda al mondo della comunicazione e della pubblicità, dilagando nell’immaginario attraverso il sistema delle griffes, e perdendo la sua profonda vicinanza con il mondo dell’arte per soggiacere a precise ragioni economiche e commerciali. Un sistema che oggi è arrivato al suo culmine e sembra sempre di più dialogare con il mondo della tecnologia e degli oggetti, della comunicazione e delle sue derive. In acuto contrasto con il timore dell’omologazione, espresso dalla scuola di Francoforte, la moda oggi, opera un criterio esattamente opposto: un iperdifferenziazione.
Di fronte ad una società liquida, dove ogni orizzonte di senso sembra ormai segnato dall’effimero e dal molteplice, la moda assiste senza prenderne le distanze al decentramento del soggetto contemporaneo e alla dissoluzione della sua identità. Sembra ormai finita l’epoca del linguaggio della moda così come lo concepiva il semiologo strutturalista Roland Barthes e sembra invece ormai alle porte la costruzione di un nuovo non-linguaggio che dice che viviamo in una realtà sempre più fittizia, che coltiviamo la superficie e abbiamo un’ identità sempre meno durevole e circoscrivibile.
* Foto di Giusy Calia
Note
1 Patrizia Mello, Meditazione tecnologica e carattere di transitività degli spazi, Mimesis editore, Milano,2000, pag. 126-135
2 Ugo Volli, Block Modes, Lupetti,Milano, 1998, pag.8
3 Eleonora Fiorani, Abitare il corpo: la moda, Lupetti, Milano, 2004, pag.56
4 Roland Barthes, Il sistema della moda, Einaudi, Torino, 1970,pag.15
5 Eleonora Fiorani, Abitare il corpo: la moda, Lupetti, Milano, 2004, pag.108
6 5 Eleonora Fiorani, Abitare il corpo: la moda, Lupetti, Milano, 2004, pag.109
7 Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino,1994, pag.147
8 Eleonora Fiorani, Abitare il corpo: la moda, Lupetti, Milano, 2004, pag.171
9 Eleonora Fiorani, Abitare il corpo:la moda, Lupetti, Milano, 2004, pag.206
Fonti bibliografiche
Lars Fr. H. Svedenson, Filosofia della moda, Ugo Guanda Editore, Parma, 2006
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli,Milano, 2002
Franco La Cecla, La moda rende felici, Ponte alle Grazie, Milano,2007
Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, BUR,Milano,1995
Georg Simmel, La moda, Editori Riuniti,Roma, 1985
Gilles Lipovetsky, L’impero dell’effimero, Garzanti, Milano, 1989