giardini

(foto di Paola Pluchino)
Per chi ha visto ogni piuma ferita farsi neve nel grembo
(Su Davanzali di pietà, di Marini Pizzi, 1-15) di Francesco Marotta
“Tue le spighe macchiate di sangue”
Ti guardo mentre sollevi adagio il viso, soffiando via dagli occhi la sabbia dell’ultima caduta – stringi il lampo vocale che coltivi da sempre nel fuoco arcuato di una dimora senza pareti e senza stelle. Tra le tue dita, la rosa del vespero cresciuta all’ombra di una pietra – per disperare la morte col chiarore di quel fiore mai nato. Tu che a ogni pagina insegni il sentiero per risalire il deserto, e ancora semini nel bianco suoni di strane erbe, tracce di inudibili radici ad ogni passo - nell’aria che preme all’altezza dello sguardo, nel pozzo prosciugato dove le parole di ieri precipitano lingua e ossa. E avanzi – lentamente. Simile a chi, già parte del vuoto, al vuoto offre il riverbero di un’eco, la cadenza senza orizzonte e senza rotta della luce segreta a cui si accompagna nel cammino. Solo la tua bocca è chiusa – sbarrata a ogni altra immagine di voce. Di fronte al silenzio che riprende corpo e sangue al tuo passaggio, anche l’alfabeto delle stagioni sarebbe un respiro che si arrende al nulla di storia - polvere che attraversa la terra trascinando nei giorni acqua senza memoria di sorgenti.
*
Scrivere, per te, è naufragare in consapevoli brame di memoria. Sottrarsi all’opaco che di natura è filo di sutura, per consegnarsi intatti al sangue della spiga – alla bocca che grida al cielo la mappa precisa di una piaga. Inabitabile il tempo, tutto il tempo che trascorre su un quadrante privo di radici, senza attesa – se il destino è queste mani, intorno, che chiamano a spartire fortune di docili prede. Che ignorano lo sguardo del lupo, la pupilla che accarezza la neve e rende leggibile la traccia che vi dimora. Raccolta sotto il segno della falce, tu componi l’ora fraterna che rimane – l’acerba vertigine di ogni grano reciso che si offre in pasto all’ombra del suo stelo.
*
E ti levi dai tuoi stessi accenti – come fa l’alba al richiamo senza voce di un lume morente. Ma come il lume, ripensi ogni volta il mare di luce che ti cancella al giorno. Ne conservi l’afrore e
la spuma in ogni sillaba, sai il morso dell’onda che recide sillabe alla mano, al volto le lune che sciamano in spasmi intorno agli occhi. Non è forse il tuo respiro, assorbito nell’estasi che allo sguardo fa sangue dall’iride, la mappa sognata da chi non sa più riconoscere il suo nome? Oltraggiosa è la notte rivelata che ti sbarra il passo, oltraggiosa la cecità di chi ignaro l’attraversa – la notte dalle dita di vetro che ti costringe alle fitte del volo, alla caduta nello stupore lacerante del bianco. All’abbandono indocile all’abbraccio materno di un rivo - mentre intorno, dalle labbra del mondo, non fiorisce che sabbia.
*
Tu soffi vento e sillabe dalla stella malata che nella gola costruì il suo nido. Di ogni cielo che ti precedeva, hai respirato l’ala che semina grani sulle rive segrete dei morti. Ecco, diranno, mentre
la calce cola a fiotti dai loro occhi appannati – ecco chi seguita a battere note nei vuoti arsi del sangue. E a chi allunga la mano, per strappare alla tua lingua le rose che allevi senza radici, rimane la scia del tuo inquieto migrare oltre il sonno, oltre il lampo. Ora dormono – bruciano. Arresi alla fiamma di parole svuotate di seme. Non sanno lo schianto alla foce del fiume che, armata di voci, costringi tra i rovi delle loro ceneri sparse – tu che raccogli macerie nel corso, frammenti di vite, per farne alfabeti, argille fiorite sul labbro del nulla. Non sanno il tuo incanto di madre che ha visto ogni piuma ferita farsi neve nel grembo.
*
Una luna straniera ha piantato la tenda nell’oasi invalicabile delle tue pupille. E se è nel tuo sguardo che ha scelto per sorte di allevare rami, intrecciare con le foglie un sentiero tra gli specchi roventi del giorno e il tormento delle mani assetate, lì ti incammini, da lì tu sporgi in attesa del passo dell’ ultimo uragano. In ascolto della marea che si annuncia e di nuovo ti sale dalle labbra. Fuori è silenzio. Una macchia di oblio, tesa e tagliente come un filo di lama, su cui misuri l’arco della veglia. La terra si colora, non teme il fuoco che la tua parola ardente porta in dono – cenere contro la cenere, perché dall’impatto si levi il grido taciuto che insemina il foglio di chiarori.
*
Sentinella che vigila sul transito degli anni – anni di occhi che partoriranno sabbie, se stretta al vetro di inauditi accenti la tua lingua non germoglia fuochi, la passione che albeggia alle tue spalle. Solo la clessidra che curva al tuo passaggio muore del privilegio di chi, franando, scopre la bocca della sua sorgente – vi si immerge. Ieri è questa guerra, ancora, che in ogni verso si combatte tra il fango e la rosa – tra il fiotto di sangue che si aggruma e l’esilio che è madre di ogni verso. La terra senza promessa, increata, l’attimo tra naufragio e volo dove dimori – seme di silenzio pronto
Marina Pizzi
DAVANZALI DI PIETA'
2008-
1.
la lira nella toppa ma non sa aprire
che passeri dal becco senza cibo
o avvisaglie botaniche di cadute
giù dall’albero tutte piuttosto verdi
primule d’ansia una verità d’accetta.
eccetto il padre delle funi
qua si celebra l’ingorgo del declino
verso le barche con buchi a fontana.
poco ne resti il vanto della brama
mano migrante in tasca di vandalo.
2.
le ire delle fionde le altalene in pericolo
il foro nel coma del risucchio
nessun vedente.
alla primula sputerò l’ultimo dente
agli spini della pianta grassa
l’ultima gravissima grazia.
tue le spighe macchiate di sangue.
3.
ho imparato l’acredine del dado tratto
l’olio rancido della fiaccola
nelle tenebre che sono già state.
la pietà del breve è un long drink da piazza
senza stazione. il pedone dell’agorà
mi bacia perché penzoloni ruota
l’ultimo degl’impiccati. i credi acefali
del cardo sono violacei ma non sanno
morire. le maree dell’inguine inarcano
le fosse per la vita. cantica del faro
la faccenda in casa dell’appestato.
4.
le sazietà del palo
sanno uccidere
la stanza perduta nella creta.
tale e quale il noviziato del ciottolo
sa di regalo per il bambino vizzo
bacato dalla ronda della zona intorno.
torni da te la larva della gioia
questa persiana logora di sangue
in braccio alla cometa in naftalina.
5.
le foglie hanno accudito
le gimcane dei morti
le doglie in carne
del canile lager
le donne nude non per erotismo
ma per sisma finalmente un altro
mondo. dorma con te il sillabario
inutile dentro la bara
l’accademia della terra senza padrone
con l’androne carico cuspidi
del deserto amiche.
6.
i castelli nelle isole
sanno rendere giustizia
alla stivale infangato
al bivacco della valle
al varco di sterminio.
Joséphine Baker era una patriota
contro il nazismo. qui finisce
un ritmo di venia verso il sogno
che nulla sa far di cambio. io preciso
la ronda affastellata in ogni truppa
senza il paciere di mosaico di lettere.
7.
in giro sotto le stoppie ha avuto il merito
di non bruciare vivo.
le donne lo seducono con un ardore
tragico. la malia del vuoto lo sostiene
al guinzaglio. lupo navigato senza astio
sistema lo zaino in un cespuglio ardente
senza la brace. nonostante il fato
è rimasto un ragazzo di zattera
per gazze ladrone che spogliano ladroni.
8.
nel balbettio la chela del disperso
il passaggio a livello del tormento.
toc toc il sasso della specie
il cielo vile il berretto dell’arresto
il toccasana all’uncino macellante.
nel lato d’io il pane avvelenato
legato dalla tonaca del boia
per la caligine vessante dentro gli occhi.
9.
l’acrobazia del sonno quando ne gemi
stazione sotto scorta di gran massi
arenoso sospiro di non devoto
viso del culmine in un cielo basso
squarciato spesso da una daga
senza trovarvi nemmeno la decenza
di un bel complotto atto ad invenzione
almeno di un aquilone stortignaccolo.
10.
con un gerundio di sasso l’elemosina
cordicella del dito fa resistere
strenue rupi nude cerimonie
in palio l’aquilone che non lontana
né sé né le celle di bagliore.
l’appena nuda crisalide dell’occhio
un io comanda fuso nano il tempo
divieto vieto vita a tutto tondo.
11.
la stanza dei giorni lesi
tabella di marcia
marcia, almanacco di sbircio.
12.
con l’eroe alla foschia non ho timone
né moratoria al calice del torto
sotto il blindato di corsari
per le parsimonie del regno.
addì le statue possono correre
verso le stanze delle donne sole
arguite dal comignolo del vento.
13.
ho precisato che mi appoggio al giogo
della goliardia della fontana nera
alla tana della nenia del ripetente
temprato dalla zattera che ingorga
gare di zuffe con le onde. a piedi
sulla misura della cima male mi alleno
con la lente d’ingrandimento e la parrucca
contro le cose che non sono aperte
né dentro il cielo né sotto la somma
dell’angelo assunto nell’ingranaggio
dello zerbino ai piedi. qui m’impiego
nel ripostiglio nano, tizzone di nemico.
14.
il turno della ronda è il mio ritorno
al bando, al dolo nero di rompere
clessidra, da questa strada che domina
verdetti di mitra tra le bave delle lumache
chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo
manca la manna e la sirena è piena
di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano
in fiore.
15.
che faccia il verso al tuono
l’arsenale del sangue
questo stipendio astuto quanto cieco
miscuglio di carabattole con sorpresa,
non si sfianchi il colore della sorte
l’alba macchiata da chiodi di dispense
a corto di scialuppe di salvataggio.
ìmpari greto dover risalire
il sale che travasa da se stesso
paramenti di lucciole morenti.
16.
salute di comete poter la morte
luce del tempo finalmente libera
da spessori di mutamenti. il rombo
della lotta da corsie di fame.
tu ne arrendi un comignolo
di fuga, lo otturi con ghirlande
di spine, piaghe di cosce che
non saranno madri né rapidità
del cosmo, modo di cortesia
il limbo della botola.
17.
la teca è spoglia sotto le resine
delle dimenticanze, il tic come tale
di resistere. nel corridoio del nodo
scorsoio so il desco di scomodare
gli spettri paffuti, le muffe senza
limiti di età. la pianta grassa non
chiede proprio nulla eppure è strafelice
in una feritoia di terra di riporto.
così il rito scarnissimo del sonno
modo al dorso di piegarsi al dondolo.
18.
stati disadorni dolo l’attimo
con l’arrotino che grida per coltelli
senza banchetti né cialde di bambini
intenti e seri. Roma da ieri
è alla stiva dell’ultima valenza.
in tutto un orto di licenze e fosse
l’attrito del sangue di coagulo.
19.
il sillabario sulla sedia
il laboratorio elabori agli albori
quando la fune fuggì ladrocinio
in cima al cipresso sposo di cimasa,
dove il musico d’osso del far sì
ingannò la capsula del boia.
20.
le vitali stravaganze della nuca
quando lo sguardo va oltre la calce
verso gl’ingegni delle vestali
che premono dominio di sorriso.
tu che ti giovi di una cisterna secca
per premere a stecchetto l’orizzonte,
sappi che lo scheletro del mare
sa l’inchiostro che incontra le maree.
21.
vado a piangere la foggia delle foglie
le giungle al pugno che non sfondano
il muro. la malinconia del dado
in un incendio di dio atto a non
darsi. lo stipo della pagina si serra
rapidità della pallottola, lotta
prismatica madre di resistenza.
22.
nelle scartoffie a nudo
lo stormo a giostra delle rondini
il tempo scotto di spostare il verbo
verso le erranze delle celle.
23.
le rondini offuscate dalle rocce
la fatuità del fuoco
nella nullità che scarta
sé nella pienezza del vero.
lontani dal coro delle gioie
i manufatti del sale
le fratture che cedono per orfane.
fannullone l’acrobata vincente
sa far regalo di una zona in anima
di faro di festa di gran girotondo.
24.
nelle ortiche del vespro
le faccende delle truppe
il fantoccio che fa da petto
alla nullità del ciclo.
un po’ alla volta il calamaio del sangue
gira di trottola, torna a far di volta
questa gimcana credula del gelo
la venia della stoffa che si lacera.
la retrovia della nuca dà dolore
alla rarità del ritmo levante.
25.
e non sari che l’aria della sfinge
l’arca in cappio di perdere innocenza.
26.
allegrezze del sale il canto dell'angolo,
istinto di autunno il nome del mattino.
27.
cane avvinto, avvinto
allo spavento del cappio
l’io di guardia senza la, giù, salvezza
malvezzo di colui che fu soltanto
tradito dalle svendite, svestito
dal capestro delle dita
dalla fandonia inacidita
al dolo di una ventola di morgue.
28.
ti dà fiato d’alluvione
traguardo panico
questo dovere di dado già tratto
questa fandonia che duole più del dopo
scarto con le lancette magari all’orizzonte.
il letargo del guado è stato inciso
comunque, gorgo ferito dal rito
della cecità. domani è spranga
per la galera che guarda
elemosine e morie.
29.
portami un distacco che sia un coma
una rotula da far girar il mondo
selvatico encomio di se stesso
voltaggio di airone per un somarello
alla cava addetto, snello dirupo.
voltami la nuca verso un occiduo
duello d’ilarità in far d’amore,
rema con me questo cipresso
appresso appresso re della sua resina,
sistemami un apolide nell’occhio
china avvezza a smisurar le zattere.
30.
l’urlo sovrasta la mezzanotte
pendolo straccione
perno scalcinato
museo chiuso senza restauro.
in una busta le conchiglie che raccogli
stanno alla china della stasi
la cattiveria dell’odore non più di mare.
la gola rantolante della rotta
appena sotto squarcio ha un colloquio lampo
con le tombali borchie di ogni borgo.
31.
sale la botola all’apice del grano
diverbio in tasca scantinato e basta.
32.
ho visto una rondine storta
sopravvivere al vetro
citrullo trasparente
falso d’aria,
con i jeans storti ad afa
di paura giovanissima
clandestina in rima di puledro
o somarello candido
gli occhi nel dito di sangue.
33.
alludo ad un sapere solitario
un taxi senza licenza
un abbaìno nano
soprasotto il crollo.
uno spunzone da pianta grassa
disarmante bonomia di un attacco.
34.
e non sarai che l’aria della sfinge
l’arca in cappio di perdere innocenza.
35.
alla giuria chiederei la vanga
per seppellirmi.
sfinge di occaso un soldo sulla lingua
per braccare le origini devote.
alla genìa del baro che mi osserva
la valvola del gas per far cagnara.
per te che sei il letterato standard
presto la veronica per baciarti i piedi.
36.
dolore di soppiatto
newton della mela marcia
stampella di acredine alla volta
dell’impero del tormento
torre del sonno. la giusta luce
dal panno del sudario
dal nome che stona sullo stretto.
un esule in trionfo verrà a leggere
le giare del sangue
il seno in nodo della bàlia.
37.
sotto la volta di un nodo di stoppia
barcolla il trave della cella.
il veto del sole sotto l’alluce
indica la strada del dietrofront.
l’azzurro mendìco del cielo nero
al bar del coro non grida mai.
appieno vuoto questo dividendo
la sa con pena la promessa livida.
38.
le preistorie dell’acciaio furono nidi
benesseri di arrivo
al varo di aurora.
culle di germoglio
il fato che si addica
al mormorio del sale
fato salino il rovescio da devolvere
al moto dell’orologio ad acqua.
qua la chiosa del diverbio
la sabbia con la terra fa capienza
gran musica di baracca la gran pena.
39.
sul piglio della rotta il naufragio
inarginato sfregio nello sguardo
dovuto alle carabattole del giro fatuo.
nel tempo da perdere per refuso
il dolore del vuoto.
40.
viaggi di perdenti questi cerini
reclamati dal ritmo della foce
dal delta di ricamo tra pozzanghere.
le lotte delle fionde hanno scalmanato
i fiori modernissimi di cieli.
il coltello dalla parte della lama
ha tagliato il treno in loculi.
dove il sole si conturba si fa di ghiaccio
il gerundio perpetuo il tuono della disfatta.
41.
nel tiretto del mio rigagnolo
vado a spasso
regista del mio loculo.
per miglioria curo un balcone
coatto contro il muro tanto per fingere
la genesi del petto a mo’ di rondine.
la foga per la perla della rotta
la lascio alla bàlia carica di latte.
42.
nell’idillio del polso con il cuore
nel covo delle luci che non servono
la nuca muore.
in realtà un manico di sangue
aiuta a resistere col senso
sovrano sull’arietta della diva
vanissima. un sillabario corto
sparisce nella tasca del pezzente
tedio, di te non so dire
nemmeno il nome meglio
del teschio nella scodella che c’insegue.
43.
una miserrima rotta di condotta
con santità al minimo dell’office,
qua tale rimane lo zero nudo
dottore di sé senza guarire
né tori infilzati né lucertole al buio.
io altrove svellerei l’angolo
verso stoviglie di leccornìe strapiene
se del burrone è frutto il piede desto.
44.
il loquace animaletto della sostanza
ha il braccio breve non inaugura
né il salto né la stretta,
quasi imbroglia la sopravvivenza
con l’anfiteatro del livido del parco
coma.
45.
come si fa a lucidare gli stivali
se il fango è così prossimo?
46.
ha le origini del fossile
un giro antico
cremato.
47.
imperio di domanda starti accanto
dove quaggiù si arena la gimcana
nell’ordine malevolo del vero.
plettro di compieta panici del verbo
l’erettile fatuo le rovine delle rondini
le giacche delle fosse le nicchie delle fole
le rondini del ferro.
48.
nessuno ha rotto il calice del sangue
stracolmo mondo un tavolo di morgue
49.
ho un cortocircuito che mi sposta
il petto e la cintola del sonno:
è grave indizio di ultima stecca.
appena ti vedrò a mano stretta
allora la natura della borchia
avrà capienza per porgerti
una pietà salina da alambicco.
50.
aggiungimi al cipresso casalingo
alla gola dell’intima bravura
al sapientone enigma del mare aperto
dove troneggia un apice di cellofan
che ha ucciso una tartaruga.
in gara con la fronte contro l’onda
dammi lo scacco che possa sorriderne
senza la rima pendula del branco.
un dubbio trama ad ernia di sfinge
spingendo contromano la marea
per un unguento di volta finalmente
verso la torba del fiore principesco.
51.
saluto di ricettacolo il coma
materno sulla furia del lutto.
càpitano le comete che non premiano
né nominano la natura del giardino.
52.
dammi un tuono ch’io possa evincere
il dizionario cortese del nome
la scossa in mano ad un apice di vento
il cielo nero con l’azione vinta.
un sillabario non fatuo tutto d’embrione
potentissimo acrobata barca di salto
oltre la rotta stabilita beltà del varo.
53.
mi rammarico del costato
quando l’aurora si gonfia di morti
ed erigibile lo scisma del dolore
dà man stretta al caso dello stato.
54.
mi dolora il frullo del salino
la sventura del nomade stanziale
in un lucernario di stoppie per capire
cerbottane di sguardi che non incontrano
che tramestio i ciottoli di astio.
meringa floscia questa primavera
azzerata dalle gare delle sciabole
in bora di respiro.
55.
al sole sulla piazza avrò vent’anni
(il ladrocinio dello zigomo serrato
dall’ombra netta dello scopo in atto:
lo zaino del limbo lo porto tutto
con la febbre che sconsola le cimase).
56.
le corse delle zattere sul limbo
un’altalena che coniuga serpenti
col frac della gran soirée.
il fascino del crac è sempre avanti
bestemmiato da scie di malmessi
antidoti di non senso.
57.
tra le girandole del basto
la serra della nebbia
la lebbra al fiume
di serbare resistenze
appena in opera tra le teche
d’osso.
58.
morte lungo l’asse dei bisogni
dove si arena il teschio della
vanagloria e la girandola
soqquadra in un dono di eclissi
tra le veglie delle spose che non
vengono che raggrinzite. stipate
statue senza la clessidra.
59.
almeno scoprirò che sono affetta
da danze di ecchimosi e moti neri
morosi con i sì con le conchiglie
d’echi. in mano alle credenziali
delle pigne avrò verdetto senza
alcun pinolo per la torta della nonna
o il forziere in zero a tutta accetta.
60.
malinconie di anello
quando al porta sbatte
per la credula faccenda del vento
per la durata del credo dove c’è
disperso. il buffone della spina
è arrivato carico di polpa.
dal letto all’alzata lo stonarsi
in una tana di bora in bora.
61.
un codice di nero un avvistamento
dentro la stanza del cordolo
domestico agguato ad ogni giorno.
le premure dell’àncora stamane
hanno indipendenze non servono
il lato della musa reliquiaria.
lo sgombero per potere le distanze
in terra di anomalia la grande gioia
se finalmente taccia il sì della caccia.
62.
dove si sta termini di eclissi
vige la nenia nell’agonia
del minatore. il torto assiso
dentro la nicchia dell’ulivo
a mo’ di demerito con zattera
del sale. il leggio del rantolo
trovi la giostra del miracolo
del gioco. a terra per il mito
ti vedrò lo sguardo di natale.
63.
in un mare di corsa corsaro
la sassaiola di un io di flagello
flagellato. a ritmo di neve
la verità di andarsene
se questo è il dazio se questo
è il gelo che fa cantone il mondo.
in officina il fatuo ripetente
ha teschio in cima alla sorveglianza
che veglia di moribondi il fatuo
piatto.
64.
finalmente avrò l’accattonaggio del sonno
l’erta fumida dell’aria da buttare
contro il tranello del seno nudo
che fa svoltare le curve per mentire
il tiro del cipresso verso il cielo.
65.
nel lutto che sconquassa tutta la voce
l’avaria del varo, il lungo vano
che ammaina la rendita del sangue
che il guado innalza senza la partenza.
ricamo a marmo questo soqquadro
tenente l’irriverenza dell’acqua marcia
finalità del pane la muffa in far d’affanno.
66.
con la carta sulle spalle vado in rovina
correndo a vista tutti i precipizi
d’intonacate aureole di dèi morti
nelle soldataglie del fuoco
nel cratere dei vinti.
67.
il genio che colora la gran morte
la giuria del ponte
68.
ha un sudario che le fa da impero
perfette amnesie del troppo ricordo,
morirà con i lacci ben stretti,
chi la irriderà sarà pettegolo
gomito di catrame, gomitolo di sterco.
69.
alla fuga che fa tresca nella fuga
la dedica del numero dei morti.
con meno amore di un circuito bruciato
la scala senza scalini.
la fortuna che non assiste lo stalliere
ieri fumava con dio tutte le ore.
70.
Plettro di compieta
la penuria del tramonto è stare al mare
rovesciate barche di disuso.
zattera di pietra il traino dell’ora
combusta nel marciume dello stadio
ennesimo. sì ti accalori per un caso
da troppo protetto dalla pazienza
della resistenza. sarebbe bello uccidersi
a tranello, senza saperlo, un incidente
di beneficenza, tetto di vendemmia
mummia del vortice dismaterno.
71.
in saldo all’acqua grama
il dondolio del pozzo
l’ernia del condotto.
balorda la genia del coltello
in te avvenga felice il dolore
la lorda lorda aureola del Gange
nei corpi dove regola mortale
sventura il credo nella tacca
a far distanza.
72.
aiutami a sillabare un torso
un pegno duro da fiaccare
il viso e la trottola del lascito
che sta ad aspettare l’interprete.
la bombola d’ossigeno non salvò
mio padre steso a dieta fredda,
il dado tratto sta sull’altare:
è stato riconosciuto da adorare
in fondo alla scarpata.
73.
ho una gerla di monastero
che mi confisca le rondini
scaraventandole dove si addormenta
il grido. ma non è pace né mente
di diorama qui massacrare il sasso
comunque infisso più della penuria
del fulcro della rotta. venga qui la trama
del crocicchio a far da apologhetto
finalmente al miglior miglio della fine.
74.
dove ti bacio il viso è farti vita
dalla cancrena dalla lebbra
di bramosie che smettono la gioia
in tono con il torto della trottola
insanguinata dal moto di non smettere
a modo di guida alla resistenza.
75.
nella mèta che sconvolge il cielo
l’augusta pena che sta per stare
vuota nomea d’indice
noto almanacco il coma.
76.
sono scalza e devo stare attenta
al manubrio contorto della zattera
al lutto del filtro che s’intasa
motivo del senza casa
zonzo del mito di vederti
appena presto prima dell’andarmene
sottosopra alla mina della ruggine
rossa del ponente all’esponente.
77.
la sibilla età del sillabario vuoto
briciolo di grido dondolio del cerchio!
poi venne inverno del barattolo vuoto
la salsa acida di eludere il sangue
la bellezza del fungo velenoso
sicario patrio. andò la nenia oltre
l’impostura scovando un atrio
di glicine nel cigolio del pianto
il piangere della resina di brace.
la mano tesa ingentilì la cicca.
78.
cronistorie di palude perdita d’indirizzo
scompiglio d’ombra a fior di sasso
la mansueta maniglia che ti apre
devoto impasto di un abbecedario
ceduto al ponte senza più trovare
il fiume. di me non resta che il tempo
di finire il nido della stoppia per bruciare
il giogo vizzo delle care foto
quando qualcuno è carico d’intenti
e la cicala applaude se stessa.
79.
in un torto di erba marcia
la cicca di vestirmi
scalpore della polvere.
la calce viva si fa scodella
sul tavolo d’inedia
tra bacche chiuse e voli
di ricaduta. tu dove andasti
stimmate di brace cecità d’amore?
modero il controllo
foggio un altro verbo
botanica mi faccio e caccio
la mia faccia calabrone di sé.
80.
ho un recidivo avverbio
che devasta cornicioni
e nidi di proclive lievito
di avvento. e l’assenza
del cielo scompiglia
le stazioni nell’ozio
delle aste del ventaglio.
toglimi da questo stelo
e tagliami la nuca per
la bontà del mito e la contamina
della maretta arsa in tanto
imbroglio.
81.
in culle di chilometri e disdette
qui la penombra tacita del corpo
la poca equità le labbra dispari
col palo della luce fulminato.
imitato dal gorgo questo disguido
preme al ponte levatoio
al vano del comignolo spezzato
dal gomito del lutto sul ricamo.
teca di fune il ritorno
caso di fuga nomea di sé.
82.
pennichella allora è vedervi
assisi dentro i simboli
per viottoli di sismi
a dar le credenziali a chi
voglia denutrire i mali.
83.
ha un miglio di scarpe per non camminare
né sopra stoppie né sopra musive
vestali di scorribande ricche di babilonie
erettili le lingue del divino
sperpero.
qui al Campidoglio dell’ultima fregata
c’è una grata di ruggine un bastione
per le foga del lutto cittadino.
84.
aculei di non viso starti a cercare
lungo le bisacce delle voglie salse
compiute da chiunque nelle spezzature
di dar convinti i vili.
l’arresto della nenia non ha navate
né viali all’opera d’amore
davanti allo stordimento a far di veglia
le lanugini nei giri delle spore.
tu che sprechi ai tarli i tuoi graffiti
stammi alla rotta ben fermo capitano
tana libera tutti davvero tutti.
85.
con traguardo e fossa do paese
all’unghia di graffiare contro il secolo
il senso di forca la sorpresa
del martoriato alunno contro il muro.
se per elicottero avvisti le conserte
teste del pianto in ordine sparso,
dimmi almeno un coma di virtù
che sia felice all’eco dello sguardo.
86.
le pagliacciate dell’ombra
tra baraccopoli d’inedie
zuppe di ciottoli.
in mano alla cronaca pestifera
s’intoni un verdetto di comando
verso il ghetto per comodo diorama.
si stacchi l’intonaco si faccia breccia
questo scantinato chino dentro di sé
breviario almeno di una lepre presta.
nottetempo sbocci la crisalide
la lite interna dello zero in tasca
faccia la folla degli angioli scamuzzoli
tutti all’intorno in terra di gran pregio.
87.
adornami le ciglia con
la meraviglia del vicolo
scivolo che scema
in lentiggini.
prendi per me la scherma
del colpo diretto al cuore,
mandami al valore della logica
carica del varo della notte
decifrabile. fragilità del conto
tendere le braccia.
88.
amore al manto di scostarsi
oltre moria o sillaba. baricentro
nel trono della melma, me dispersa
alzata delle nuvole convesse
e senza zona emorragia comunque
a questa questua tutta che sa di sale
lenta lente giammai del focale.
89.
con al collo un amuleto di scompiglio
regge la forca del suo gran danzare
con l’analisi fioca della ruggine
con il liso antipasto di giù vivere
viso d’uncino cicca di restauro.
90.
Appena avrò saccheggiato la stazione
finalmente un atomo di sfinge
mi bloccherà le vene,
tornami, ti prego, cercarmi in testa
nelle darsene delle isole sterrate
nelle capriole dei ricci che si salvano.
punta la nuca in un abaco di comico
sì che possa ridere la cattura
il senso al servo delle demolizioni.
91.
lapidi di stelle muraglie di marzapane
stanziare animule nel raglio dell’asino
da fatica. in crudo l’antro della stufa
tutta caligine, il giro del mondo in una
girandola di pira per la brace
di cadaveri. dove il caso avvenne
la ventola non basta per l’afrore
forsennato di tombola di non vincita
né ciclo appeso ai cantieri in uso
accanto alle speranze di uno spazio a nuovo.
92.
torno sul cordone di morirne
ritmo alieno nome di dolore
estro di giugno con le spighe
oltre ghetto libere. bere a schiera
l’intrusione del diavolo. il viottolo
d’arma armonizzerà cadute.
93.
vattene, in assoluto, voglio morire
sotto le stoppie sulle creste dei galli
nelle gole delle forbici. in bilico al commiato
che non aspetta nessuno né le tragedie
né il solito scherzetto della vacanza
in corso di congedo. egemonie dell’ago
stare a galla nella rettitudine sicaria
del sole grande elemosiniere
elementare idiota.
94.
lo sguardo dove guardano gli uccelli
la groppa arsa crosta di foce
diamine devoto il cesto della voce
non dia la pace al manico di scopa
al perno franto della nicchia in darsena.
domani vienimi nella rotta della fanga
nella stazione che tacita
per vanvera divieto.
l’armonia dell’asse non è la formula
che smania per la rotta di discapito
la pendenza massima dell’orto.
95.
ho un collo di ruggine ginestra
nel giro di una ruota che deflora
salti di marmi gelosie di niente.
96.
nel suono delle spore arrendersi
idioma mansueto mare musico
cieco, lapidarsi.
lapidi di stelle, lapidarsi
ora si racconti la gioia della fionda
a dar di dadi tratti la concreta
darsena di speco.
97.
nell’ora che rincorre le persiane
il dì del rancido è tutto fatto a darsena
con le pazienze che sporgono chimere
abbandonate. in ordine alla fossa
si compiace il vento
in ordine alla mitraglia del panciotto
che si compiace
la pena del crocicchio delle strade.
98.
pernòttati nel lembo del dispatrio
dove vengono i vagoni morti
tutto azzerante l’alloro delle rondini.
soppésati con passi da gigante
sicché volare sia un gioco da ragazzi
dai terrazzini un passo e sei giù
nelle rotaie fertili nel tatto delle coste
che colmano d’approdo chi non c’è.
99.
muto strepito di alunni
l’annuario di gradini
lutto al riso
soglia di sconforto.
100.
una stazione di fotocopia
la morgue di guerra
il cartellino all’alluce
beffa che riluce
fandonia di terra
afa di domanda.
101.
quale scontento d’ascia
l’ordine alla resistenza
la camionetta che porta via
lucertole, treni di vettovaglia
nel ninnolo del cero
che non si accende.
l’eresia del fungo velenoso
aspetta la revisione dell’ostaggio
la taglia di gomiti in giogo
corrotti dal piglio di distare.
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