Random - racconti senza casualità
a cura di Morena Fanti
Tre voci contemporanee e ben definite, ad accoglierci e ad inaugurare questa nuova rubrica di racconti inediti. Tre voci dissimili ma che svolgono un filo letterario comune: la modernità dei temi trattati e la cesura del linguaggio, seppure in chiavi e modalità diverse.
Sal è uno dei tanti che popolano le nostre città e spesso le nostre vite. Un andare e andare, un ripetersi in varie coniugazioni che denunciano una spersonalizzazione del corpo e dell’anima: “si alzò alzava alza, eh sì, ’sta confusione verbale, difficile eh? che stia nella precisione del narrare, vero? epperò raga, stan così le cose, che Sal appunto si alzò alza alzava, ché nell’arco di anni ripeteva la storia del levarsi sorgere dal sonno come dopo la morte”, giorno dopo giorno fino al nulla in fondo alla via che dobbiamo comunque percorrere. Una nota di colore di Salvatore Jemma, è la storia di una non-storia, una giornata uguale alle altre, in cui Sal sente la voce fuoricampo e intuisce che fuori c’è la vita, ci sono cose di cui dovrà deve dovrebbe occuparsi ma sono, appunto, voci fuori, dal campo e da Sal. L’unica nota di colore è il sottofondo della musica che scandisce e dà ha dato darà il tempo ai passi insensati della giornata: “ Sal guarda l’orologio, quello che porta al polso e quello che è appeso al muro, passa mai ‘sto tempo diobono, mai che passi meno male che c’è musica; e dunque dunque Sal guarda il suo orologio e quello appeso al muro, poi la finestra che è un finestrone e la musica va esce dalla radio che è piccola minuta, manda note dolci ma anche dure, roba pesa e roba zuccherina, musica comunque, ah sì, ci fosse mica ‘sta musica sai il peso, sai la tortura, […] Sal scende esce dall’usato trabaco e va dove deve e starà per le ore restanti della sera, la giornata adesso vuota ma che s’era riempita sì di musica, musica raga, ché senza si vive mica”.
Anche nella prosa, come fa da sempre nella sua poesia, Jemma non dimentica di inserire la voce delle nostre città, il rumore di fondo di una società sempre più estranea e indefinita, che si rincorre e si avvita avvitava avvitò su se stessa.
In Zipless fuck Alessandro Berselli analizza i pensieri del protagonista senza nome, marito di Valentina e capo area di una grande azienda, identificandosi con la voce narrante e trascinandoci in una “radiografia mentale”, dal linguaggio crudo e vero, senza parole superflue, fino ad esaminare e scendere nelle profondità di un uomo che si sta appiattendo nella superficialità della vita.
Estraniato da tutto fuorché dal proprio corpo, che è sempre molto presente nelle sue manifestazioni, e dai pensieri che scorrono tra il niente, le giornate di lavoro e Vale che ora vuole un figlio, la nostra voce narrante si ferma finalmente e chiude gli occhi su un pensiero che sa di futuro: “Appoggio il giornale, chiudo gli occhi. Penso a mio figlio, o a mia figlia, DarioTeresaAndrè o quel che sarà. Vedo il Natale, la Comunione, la prima volta che fumerà una sigaretta e un pomeriggio d’inverno in cui andremo allo stadio. Vedo i suoi occhi, la sua bocca, la sua piccola mano stretta nella mia mentre camminiamo sotto i portici. Sarà bello, sarà brutto, non lo so. Ma sarà sempre meglio che restarsene qui, in mezzo al niente, ad aspettare che questo treno riparta”. Berselli non tradisce la sua capacità di entrare nella mente di chi osserva: tra outlet, condominio e spesa del sabato, la coppia è esaminata, rivoltata, sezionata dalla sua penna sempre più affilata.
Ci riporta sulla terra, per quanto su una terra con sembianze di Cielo, Davide Piazzi con il suo Un tè con Dio, un racconto dal sapore fantascientifico che tratta uno dei grandi temi della vita: l’esistenza di Dio. Ma com’è Dio? domanda Soitok ad Iagain: “E… com’era? Voglio dire, è come lo abbiamo sempre visto dipinto? Sai, barba lunga, sguardo austero, occhi penetranti”.
E cosa voleva Dio da Iagain? Ci troviamo così di fronte ad un Dio che corre ai ripari e si fa aiutare da un esperto di marketing per ridare splendore al suo nome e rimpinguare le fila dei suoi seguaci: “Per cominciare, gli ho detto che a mio avviso doveva abbandonare da subito la strada dei miracoli, delle apparizioni e degli altri effetti mirabolanti. Roba superata, non attacca più. C’è bisogno di qualcosa di nuovo, di moderno. Qualcosa di forte ma allo stesso tempo chiaro e facile da comprendere. Un messaggio alla portata di tutti, che possa catturare l’attenzione e l‘interesse soprattutto dei giovani. “Bisogna avere pazienza e investire oggi per il futuro”. Questo gli ho detto”.
Ma Dio ha un asso nella manica e la scrittura di Piazzi ci conduce per mano tra sembianze divine in forma di passato di verdura e strategie per richiamare fedeli. Una scrittura deliziosa e accattivante in cui Piazzi si mostra, come fa anche nei suoi noir, un narratore acuto e sorprendente che sa coniugare personaggi e vicende.
(M.F.)